Violenza e religioni

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Mosè e il roveto ardente (Ernst Fuchs).

Mosè e il roveto ardente (Ernst Fuchs)

Intervista al Professor Carlo Prandi autore del volume I monoteismi. Tra scrittura e violenza, Scholé Morcelliana 2023. Il Professor Prandi ha insegnato Sociologia e Storia delle Religioni in diverse Università italiane. Collabora con le riviste Humanitas, Studi e Materiali di Storia delle Religioni, Social Compass. Ha pubblicato, oltre che con Morcelliana, con UTET, Einaudi, Armando, Unicopli, Queriniana, Franco Angeli, Patron, Mimesis, Sometti. Sullo stesso tema dell’articolo rimandiamo il lettore allo studio della Commissione teologica internazionale, Dio Trinità, unità degli uominiIl monoteismo cristiano contro la violenza (2014).

  • Professore, qual è il suo approccio generale al tema del libro, ossia la violenza?

Il mio punto di vista è chiaramente storico-religioso. Perciò parto sempre dal modo con cui le comunità umane hanno cercato di “costruire” le proprie origini. Ogni società, grande o piccola che fosse, ha sempre, infatti, avvertito, il bisogno implicito collettivo di definire la propria identità, rispondendo alla domanda fondamentale «da dove veniamo?».

Sia le civiltà dotate di scrittura che quelle àgrafe – che noi chiamiamo sbrigativamente primitive – hanno risposto alla domanda, sia pure in modi diversi. Si trattava della necessità di dare un fondamento alle istituzioni e di dare continuità alle leggi “ricostruendo” il passato attraverso narrazioni – miti – funzionanti come radici culturali con cui spiegare la propria crescita.

Perciò studiamo le cosmogonìe delle origini del mondo, le teogonìe che narrano la nascita degli dèi, le antropogonìe della apparizione dell’essere umano.

Le prime ricerche in tal senso sono comparse nell’Ottocento, con lo sviluppo delle imprese coloniali: dal fiume di informazioni pervenute in Europa è nata l’antropologia culturale, il cui intento è stato quello di mettere a confronto i dati, comuni o differenti, delle molteplici visioni del mondo. Solo allora, nell’Ottocento, si è posto il problema di un Occidente cristiano che, sino a quel punto, aveva studiato solo l’Antico e il Nuovo Testamento, attribuendo esclusivamente a quei testi il criterio assoluto di verità.

In ragione dell’inedito confronto, la teologia ha progressivamente perduto il suo ruolo di disciplina regina, per lasciare spazio alla Storia delle religioni e allo studio delle diverse verità da queste rappresentate.

Questo per quanta riguarda i politeismi. Vi è, poi, la questione del confronto tra i testi scritti nei tre monoteismi, ciascuno, a suo modo, di natura rivelata.

Ecco, molto brevemente, per quale strada sono giunto ad introdurre il concetto di “distinzione mosaica”, espressione coniata dall’egittologo J.Asmann, con la quale lo studioso tedesco ha inteso caratterizzare la versione definitiva assunta dal Pentateuco, in particolare dal libro del Deuteronomio, in cui, nel rapporto tra la religione di YHWH e le altre religioni, si è stabilito un criterio di valutazione – vero!/falso!– che non ammette eccezioni. Su questa contrapposizione si sono allineati i tre monoteismi, di cui una nota espressione è dèi falsi e bugiardi, così come pure l’opposizione tra cristiani e islamici con la reciproca definizione di infedeli.

Monoteismi
  • Come prende forma il monoteismo mosaico e quindi una certa legittimazione della violenza?

L’immagine di YHWH non è stata “immediatamente” fissata, come è ben possibile arguire dal punto di vista storico, ma ha conosciuto una lenta formazione nel corso della storia biblica veterotestamentaria, sino, appunto, alle codifiche dell’Esodo e del Deuteronomio. Va considerato, inoltre, a tal proposito, un aspetto molto particolare, non rintracciabile in altre religioni, ovvero l’intervento dei profeti, soprattutto del secondo e del terzo Isaia: i profeti, figure presenti soltanto nell’Israele storico, hanno evidentemente avuto una funzione fondamentale, con la loro predicazione, nella affermazione dell’unico e vero Dio, a fronte delle tante divinità straniere.

I testi “monoteisti” sono il prodotto di tradizioni affermatesi a partire dal 1200 a.C. Solo, tuttavia, con la riforma del re Giosia, nel VII sec. a.C., la tradizione monoteista si è affermata definitivamente. Ricordiamo che Giosia impose che venissero riuniti nel tempio tutti i sacerdoti durante la ristrutturazione dello stesso, nel contesto del ritrovamento “storico” degli scritti del Deuteronomio affermanti la figura – di per sé indefinibile – di un solo Dio: YHWH.

Con l’esilio babilonese, infine, il Pentateuco – o Torah – ha trovato la sua struttura finale, così come quasi tutti i testi dell’Antico Testamento.

Se noi ora estrapoliamo certi brani deuteronomistici ricaviamo, insieme a grandi tratti di pietà e di misericordia, un vero e proprio manuale bellico di lotta contro altre religioni, con annesse – dichiarate – stragi di sacerdoti e di popolazioni miscredenti.

  • Come sono, tuttavia, da leggere questi brani?

Certo, con molta cautela. Rispetto, ad esempio, alla grandiosa e gloriosa storia narrata nell’Esodo, lo stesso grande egittologo Assmann mette chiaramente in guardia rispetto alla veridicità storica, bellica, che avrebbe caratterizzato la fuga degli israeliti e il passaggio del Mar Rosso: dalle sue ricerche sul campo risulta che i racconti dell’Esodo, così come quelli dei Patriarchi di Israele, abbiano un carattere ampiamente o esclusivamente mitico. Molti sono ormai i biblisti che concordano su questa tesi.

Sistemi religiosi
  • Quali sono, dunque, le differenze significative tra sistemi politeisti e monoteistici riguardo alla violenza?

Le guerre accompagnano purtroppo tutta la storia umana. La differenza sta nel fatto che i politeismi non si sono mai definiti regimi di verità e in essi non si è mai definito il dogma. Certamente le divinità venivano invocate per ottenere la vittoria nelle guerre, ma queste non avevano ragioni religiose in sé; si poteva arrivare persino ad invocare gli dèi dei nemici, affinché passassero dalla propria parte (evocatio), vale a dire con suppliche e promesse di costruzione di templi a loro dedicati entro le mura della città. Le divinità dei popoli conquistati potevano così essere accumunate alle proprie, mettendo termine, una volta finita la guerra, a qualsiasi contrasto di tipo religioso. È questo il caso delle prime conquiste di Roma nella penisola italica.

Neppure le persecuzioni romane dei cristiani dei primi secoli avevano, di per sé, ragioni religiose, anche se i cristiani le hanno considerate tali, poiché originavano dall’idea che i cristiani costituissero un pericolo per la stabilità dell’ordine pubblico.

Questo schema cambia totalmente col monoteismo biblico, anche cristiano: quando i cristiani arriveranno al potere dopo Costantino, perseguiteranno i pagani per ragioni espressamente religiose. Il modello resterà tale nelle successive persecuzioni antiebraiche – peraltro alla base dell’antisemitismo moderno – sino all’Inquisizione, nel corso dei secoli del cristianesimo.

  • Come sono stati usati i testi biblici riguardo al nostro tema?

In vari modi, persino opposti. Anche le teologie, come ha ben spiegato Kar lRanher, possono funzionare come ideologie, cioè quali teorie che utilizzano la Rivelazione per giustificare determinate esigenze anche tra loro opposte: l’instaurazione del potere come il diritto alla liberazione, la conservazione della ricchezza come l’emancipazione dalla povertà, la guerra giusta e la guerra santa; per cui abbiamo avuto la teologia della conquista così come la teologia della liberazione.

Il fatto è che le teologie non sono soltanto il frutto di riflessioni asettiche sui testi rivelati, ma sono, in gran parte, figlie della storia che attraversano. Questo i teologi lo dicono assai di rado, poiché il senso della storia non è a loro congeniale. Sin che si rimane sul piano puramente teologico, in astratto, le cose vanno – diciamo – bene, ma appena ci si cala nella realtà, anche i teologi non possono stare fuori dalle ideologie del loro tempo.

  • Contano solo i rapporti tra maggioranza e minoranza? E le fedi non contano nulla?

Purtroppo, come vediamo a tutt’oggi, tra le religioni, come tra le chiese, il rapporto numerico è fondamentale. Quello numerico è un criterio importante per la sociologia: accade anche che i perseguitati di oggi, una volta divenuti maggioranza, diventino i persecutori di domani.

Il criterio ideologico è, per me, un concetto extra teologico che i teologi dovrebbero maggiormente considerare. Ogni gruppo sociale ha una concezione del mondo che ritiene di poter spiegare – meglio di altre – il senso della realtà, divulgandolo come decisamente il migliore presso chi “crede” in diverse costruzioni teoriche: ciò avviene normalmente anche nei regimi democratici.

Quando dietro o dentro tali ideologie c’è la volontà di potenza ovvero la volontà di sottomettere altre visioni religiose e culturali, inevitabilmente si creano i conflitti, più o meno violenti. Storicamente, non c’è monoteismo che non abbia “obbedito” a questa legge.

Il libro e la spada
  • Anche il cristianesimo?

Per rimanere al cristianesimo, potremmo richiamare tutto ciò è avvenuto con la conquista dell’America Latina: quando Francisco Pizarro, dopo aver sconfitto gli Inca nel 1532, consegnò i vangeli al re Atahualpa: questi gettò a terra il libro non sapendo né leggere né capire cosa esso fosse e così il conquistatore spagnolo lo trafisse con la spada.

  • Non ci rassegniamo, professore: “il cristianesimo di Cristo” non avrebbe dovuto segnare un salto verso la pace e la non-violenza?

Il monoteismo cristiano si è differenziato da quello ebraico e da quello islamico specie sul piano dello sviluppo dei diritti della persona. E tuttavia, ancora oggi, non possiamo non ascoltare con amarezza il patriarca russo ortodosso Kirill affermare ogni sorta di nefandezze sui cristiani europei e dichiarare, con Putin, la giusta guerra all’Occidente: con ciò dimostra la presenza di un conflitto storico, peraltro perdurante da secoli, tra genti cristiane, che probabilmente poco o nulla ha a che fare con Cristo. Anche se, certo, leggendo il Vangelo – e pensando alle Beatitudini – ci immergiamo in tutt’altra atmosfera.

Mentre se ci spostiamo nell’Islam, ricordiamo che secondo Maometto, gli ebrei presenti in Arabia avrebbero dovuto unirsi a lui e alla sua lotta in quanto credenti nello stesso, unico, Dio e perciò affini per dottrina. Il mondo ebraico ha sempre rigettato la commistione con altre religioni. Ma a sua volta il mondo cristiano, per risolvere il problema, ha bandito le crociate usando la forza per imporre la propria superiorità, senza peraltro risolvere nulla.

Già Giulio Firmico Materno, uno dei primi scrittori cristiani, contemporaneo di Costantino, chiedeva ai reggitori cristiani di mettere in atto, contro i “pagani” alcune delle pagine più bellicose del Deuteronomio. Assai significativa in tal senso è la vicenda di Ipàzia, matematica e astronoma alessandrina, rappresentante della filosofia neoplatonica, catturata e massacrata in spregio al suo pensiero dai “fondamentalisti” cristiani nel V secolo.

  • Papa Francesco fa oggi un discorso di pace, che peraltro trova molti contrasti nella Chiesa stessa. Lei cosa ne pensa?

Papa Francesco si è chiaramente proposto di parlare di pace coi capi religiosi mondiali. I suoi rapporti amichevoli con l’imam del Cairo e col patriarca di Istanbul danno ancora qualche speranza per la ricerca di soluzioni pacifiche ai conflitti contemporanei. Ma vediamo come la legge dei massimi responsabili politici sia quella del colpo su colpo, per non dire del taglione.

A mio parere, Francesco, saggiamente, sta mettendo da parte tutte le questioni di “verità” che hanno diviso il cattolicesimo dalle altre confessioni cristiane, del tipo: il primato petrino, l’ecumenismo inteso come ritorno di tutti i cristiani a Roma, il problema della grazia, la questione dei sacramenti e altri ancora. Il suo tentativo è cercare di unire a partire dalle considerazioni sulle condizioni umane, quelle concrete.

Questo atteggiamento favorisce l’ortoprassi alla cui base sta la misericordia. Questa non è l’assenza di teologia di cui viene spesso accusato, bensì un’attenzione teologica ai temi umani troppo spesso trascurati dalla teologia sino ad oggi: tipico è il caso della natura o dell’ambiente. Da ciò, poi, viene, ad esempio, il forte impulso internazionale conferito al collegio cardinalizio, per aprirlo ad istanze pressoché da sempre egemonizzate dalla teologia eurocentrica.

  • Per la pace e la non-violenza, cosa possiamo dunque auspicare, se le “fedi” non hanno dato e non stanno dando, tuttora, grande prova di sé? Possiamo confidare nella scienza?

Oggi la tendenza “sostitutiva” è piuttosto forte: basti pensare alle prospettive create dalla intelligenza artificiale o a quelle ingenerate dalle neuroscienze. Sappiamo che la pratica religiosa è in netto calo, ormai anche in Italia: dall’inizio degli anni ’90 a oggi la frequenza ai riti è passata dal 30% al 10%.

Tuttavia, è pure forte il bisogno di spiritualità, ovvero il senso del mistero, come risulta da una recente ricerca pubblicata da più istituti universitari. Io penso che si debba lavorare su questa dimensione molto umana – ovunque e in chiunque presente come dimostrato da studi recenti di diversa provenienza – per poter coltivare ancora sentimenti e pensieri di pace e di non-violenza. Ma, attenzione, la tragedia di Gaza e di Israele dimostra che la “distinzione mosaica” è sempre dietro l’angolo.

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