Maria Zambrano: mistica e poesia

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Francesco Roat – saggista, pubblicista e narratore, già insegnante di lettere nella scuola secondaria – ha recentemente pubblicato Mistica e poesia nella prosa di Maria Zambrano. Sui “Chiari del bosco” (Le Lettere). Giordano Cavallari lo ha intervistato.

  • Caro Francesco, mi puoi dire qual è la caratteristica della scrittura di Maria Zambrano – poesia in prosa – in “Chiari del bosco” (e immagino anche in altre opere)?

La scrittura di Chiari del bosco si colloca in una zona di confine che la Zambrano stessa ha contribuito a rendere pensabile: la sua non è prosa argomentativa, ma neppure poesia in senso stretto. È piuttosto una poesia pensante, o una prosa poetica in cui il pensiero rinuncia alla ordinarietà discorsiva per farsi parola intuitiva, metafora, accenno.

Specie nel capolavoro dell’autrice spagnola, detta parola non mira a spiegare ma a far emergere un’esperienza liminare; la scrittura procede per immagini, pause, silenzi, come se il suo senso non potesse essere posseduto ma solo accolto. È una scrittura che ha molto in comune con la tradizione mistica, pur restando laica: e, come nella mistica, la vera sophia non è il risultato di un metodo indagativo, ma dell’accoglienza, dell’attesa fiduciosa di un dono che ci vien dato appena noi siamo disponibili a riceverlo.

La poesia in prosa della Zambrano nasce così dall’esigenza di dare voce a una ragione diversa, che lei chiamerà “ragion poetica”: una forma di conoscenza capace di custodire l’enigma del reale senza ridurlo a teoremi. Per questo la sua scrittura non costruisce minimamente un sistema filosofico, bensì apre spazi di senso, chiari appunto, in cui il lettore è chiamato a sostare più che a riflettere.

  • Esempi di poesia in prosa della Zambrano?

Te ne propongo due.

«Si nasce, ci si risveglia. Il risveglio è la reiterazione del nascere nell’amore preesistente, bagno di purificazione ogni risveglio e trasparenza della sostanza ricevuta, che così si va facendo trascendente».

«Bisogna addormentarsi in alto nella luce.

Bisogna esser svegli in basso, nell’oscurità intraterrestre, intracorporea dei vari corpi che l’uomo terrestre abita: quello della terra, quello dell’universo, il suo proprio.

Là nel “profondo”, negli inferi, il cuore veglia, non può dormire, si riaccende in sé.

In alto, nella luce, il cuore s’abbandona, s’arrende. Si raccoglie. In fine s’addormenta senza più pena. Nella luce accogliente dove non si patisce violenza alcuna, poiché si è giunti lì, in quella luce, senza forzare alcuna porta e perfino senza aprirla, senza aver attraversato varchi di luce e ombra, senza sforzo e senza protezione».

  • La Zambrano è mistica, poeta, filosofa, teologa… cos’è?

Maria Zambrano non è tanto mistica, poeta, filosofa o teologa per somma di ruoli, quanto perché il suo pensiero nasce nel punto di congiunzione tra queste dimensioni.

Resta filosofa, nel senso più rigoroso del termine, ma rifiuta l’idea che la verità possa essere espressa solo in forma concettuale. Il rapporto tra filosofia e teologia non è mai dottrinale: la teologia in lei non assume una forma apologetica, né la sua filosofia ha necessità sistematica.

A suo avviso, la tradizione teologica e mistica fornisce piuttosto un patrimonio simbolico e sapienziale che la filosofia è chiamata ad ascoltare. In questo spazio di ascolto prende forma la ragion poetica: una conoscenza che non domina il reale, ma lo accoglie/ascolta.

  • Ci chiarisci il rapporto tra il pensiero di Zambrano e la sua fede cristiana. Nel tuo volume – ripetutamente – riferisci tratti della sua scrittura a passi evangelici (senza che sussistano esplicite citazioni). Cosa ti giustifica?

Ritengo che per la Zambrano – pur cristiana convinta – la fede non comporti e non consista in tesi da dimostrare filosoficamente, ma agisca come orizzonte originario dell’esperienza; come forma interiore di ascolto del reale, in cui non trova posto, tuttavia, solo la fisica ma pure ciò che la parola allusiva metafisica esprime (con tutti i rischi che l’uso di questo termine può comportare).

Per questo il cristianesimo è presente nella sua scrittura più come fedeltà al suo nucleo originario che non come sistema di riferimenti chiesastici. Il richiamo a motivi evangelici, anche in assenza di citazioni dirette, è giustificato dal fatto che la Zambrano pensa e scrive dentro una memoria cristiana profondamente interiorizzata.

Temi come la spoliazione, la parola che si fa silenzio, la salvezza come attesa, la luce che appare nel nascondimento non sono semplici analogie culturali, ma strutture simboliche che rinviano chiaramente ai testi evangelici.

Si tratta, dunque, non di attribuire alla Zambrano una precisa intenzione teologica, ma di riconoscere che la sua ragion poetica nasce in un terreno segnato dal cristianesimo, soprattutto nella sua versione non dogmatica e – si diceva – mistica. I riferimenti evangelici servono a chiarire il senso profondo della sua scrittura, non a ridurla a una lettura religiosa nel senso tradizionale del termine. In questo spazio, fede e pensiero restano distinti, ma non estranei.

  • Chiari del bosco: vuoi chiarire? Cosa significa il “bosco”? cosa sono i “chiari” e perché il plurale?

Nel capolavoro della scrittrice il bosco non è un semplice scenario naturalistico, ma la figura del reale e dell’esistenza: uno spazio fitto, opaco, in cui ci si perde, dove il cammino non è tracciato e la luce non è mai totale. È l’esperienza della vita e del pensiero quando rinunciano alla pretesa di dominio e accettano la loro dimensione notturna.

Il claro è uno spazio aperto, una radura boschiva che appunto permette il penetrare tra gli alberi del chiarore, della luce. Vien subito alla mente il parallelismo con un’altra radura: la Lichtung di Heidegger. Ma di chiaro non ve n’è certo uno solo.

I chiari risultano molteplici e possono venire intesi come delle improvvise aperture di senso. Sono momenti di luce, poi, che non eliminano l’oscurità del bosco, ma la rendono abitabile. Per questo Zambrano non parla di un unico chiarore, ma di più chiari: la verità non si dà tutta in una volta, né in forma sistematica.

Il plurale è decisivo: indica un conoscere/intuire discontinuo, fatto di soste e di attese. I chiari non si cercano né si producono, ma si incontrano. Il pensiero – come il viandante nel bosco – può solo attraversarli, sostare in essi, e quindi continuare il cammino.

  • È un’opera – Chiari del bosco – in cui c’è molto “divino” e molto poco Dio (termine che la Zambrano scrive proprio di voler usare poco)? Perché?

Sì, Chiari del bosco è un’opera attraversata da una forte presenza del divino, ma da una quasi assenza di Dio come nome e come concetto, e questa scelta è del tutto consapevole. Zambrano diffida della parola Dio quando diviene un termine oggettivante, carico di definizioni, di dottrina, di potere. Usarlo poco significa sottrarlo all’uso concettuale e preservarne il carattere di mistero.

Il “divino”, invece, indica una presenza diffusa e non appropriabile, una qualità dell’esperienza che può manifestarsi senza essere nominata. In Chiari del bosco il divino si dà come luce discreta, come chiamata silenziosa, come ciò che si avverte più che si illustra. È un modo di restare fedeli a una sensibilità cristiana – soprattutto evangelica e mistica, va ribadito – evitando però ogni forma di linguaggio dogmatico.

Così la scrittura può farsi luogo di ascolto, non di affermazione: non nominare Dio troppo spesso (o invano) è, per la Zambrano, un gesto di rispetto, di devozione, di prudenza.

  • Il tuo libro analizza – capitolo per capitolo e sezioni di capitolo – l’opera della Zambrano e le parole “chiave” che lei usa e illustra. Facciamo l’esempio “parola”; cos’è la parola per Zambrano?

Per la Zambrano la parola non è, innanzitutto, uno strumento di comunicazione né un mezzo per definire il reale. È piuttosto – anche se potrà sembrare paradossale – un evento: qualcosa che accade quando il silenzio viene attraversato e non violato.

La parola autentica nasce da un ascolto profondo e conserva sempre una traccia di ciò che non può dire. In Chiari del bosco la parola è una parola esposta, fragile, che rinuncia alla tracotante signoria intellettuale. Essa non spiega, non conclude, non chiude il senso; socchiude semmai una finestra da cui può entrare in noi. Per questo è così vicina alla parola poetica e a quella mistica: entrambe non posseggono la verità, ma ce la lasciano intravvedere.

Zambrano distingue implicitamente questa sua parola da quella filosofica tradizionale, spesso così assertiva e iper-razionalistica. La sua ragion poetica cerca invece una parola giusta, capace di nominare senza appropriarsi, di dire senza consumare il mistero dell’esistere. È una parola che non pretende di illuminare tutto, ma di restare fedele alla luce che le è stata concessa.

  • Un altro esempio: “segni”; cosa sono i segni per Zambrano?

Per Zambrano i segni non sono simboli da decifrare o indicatori di verità già data: sono – ancora una volta – aperture, manifestazioni della realtà che invitano all’ascolto e alla risposta. Sono ciò che rende visibile l’invisibile, senza ridurlo a concetto, e segnano il cammino del pensiero come punti di riferimento nel bosco dell’esperienza.

In Chiari del bosco i segni operano come chiarori intermittenti: momenti di presenza del divino, della verità o della luce, che non impongono una conclusione ma chiamano il lettore a soggiornare in essi e a parteciparvi. Sono sempre relazionali e dinamici, legati a chi li incontra, e rivelano il mondo non come proprietà da possedere, ma come esperienza da vivere.

  • I sensi o la ragione per Zambrano? Quale critica della ragione?

Per Zambrano i sensi non sono solo percezioni, ma vie di accesso al reale. La ragione tradizionale, invece, tende a dominare e a ridurre il mondo ad astrazioni teoriche. La sua critica non rifiuta ovviamente la ragione, ma solo la sua chiusura astratta; propone invece – vale la pena sottolinearlo di nuovo – una razón poetica, che sappia prestare attenzione, dialogare con i sensi e accogliere gli accadimenti senza la smania di subito modificarli/utilizzarli a nostro piacimento.

  • A quale “conclusione” porta questa estrema sensibilità della Zambrano?

Hai detto bene: questa estrema sensibilità porta Zambrano a una peculiare modalità del pensiero come audizione e attenzione, piuttosto che come dominio o possesso di ciò a cui si rivolge. Per lei la conoscenza non è un risultato da conquistare, ma un’esperienza da abitare, fatta di pause, attese, ripensamenti e, giust’appunto, chiarori intermittenti.

In altre parole, il suo pensiero conclude che il reale e il divino si lasciano incontrare, non afferrare, e che la ragione poetica è il modo più fedele di recepire questa esperienza.

  • Quindi: “morte” e “speranza”, come dirle con Maria Zambrano?

Con Zambrano la morte non è solo fine o assenza, ma un passaggio, un confine che mette in luce la fragilità e la finitezza dell’esistenza. La speranza, per lei, non è facile ottimismo né promessa illusoria, ma una disponibilità dell’animo a lasciarsi attraversare dal possibile, a rimanere aperti al claro anche nell’oscurità.

In questo senso, morte e speranza non si oppongono, ma dialogano: la consapevolezza della finitudine rende la speranza più autentica, e la speranza trasforma la morte in un momento di contemplazione e di metamorfosi, piuttosto che in un annientamento.

Va comunque precisato come la pensatrice spagnola non veda mai l’exitus quale fine definitiva dell’essere umano, bensì – come la scrittrice osserva a chiare lettere –: «il ritorno definitivo al suo luogo d’origine (la vuelta definitiva al lugar de su origen)».

Permettimi a questo punto, giunti come siamo alla fine dell’intervista, un’autocitazione – tratta dal mio saggio –, sempre sulla morte: «Singolare il parallelismo tracciato dall’autrice tra il congedo dall’esistenza terrena e il dono. Quasi fosse una specie di offerta sacrificale (e dunque sacra) rivolta al resto degli umani questo andarsene via da loro, e non certo solo per far posto a chi sta nascendo o nascerà. L’atto caritatevole della dipartita viene qui colto come un darsi, in positivo, è qualcosa che pare aver ben maggior significato che non il mero affrancare la collettività da un peso ingombrante o da una persona non più necessaria alla comunidad. A me ricorda la morte in croce del Cristo che – per i credenti –, dipartendosi dagli uomini, dona loro la possibilità di non morire più e insieme consente, proprio con la sua scomparsa, la venuta dello Spirito Santo».

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