L’APAC, Associazione di Protezione e Assistenza ai Condannati, ha dato vita a un sistema di carceri gestito da volontari e detenuti stessi (“ricuperandi”) che non prevedono guardie armate, basato su fiducia, responsabilità, autodisciplina e reinserimento sociale, con tassi di recidiva drasticamente inferiori rispetto alle carceri tradizionali.
Ne abbiamo parlato con Denio Marx Menezes de Camargos, manager delle relazioni internazionali della FBAC (Fraternidade Brasileira de Assistência aos Condenados). Il Brasile è il terzo Paese al mondo per numero di detenuti (quasi un milione). La capienza complessiva delle strutture è di 400.000. «Lavoriamo in 18 Pesi tra America Latina, Africa ed Europa. In Italia il metodo APAC è riprodotto dalle CEC (Comunità Educanti con i Carcerati) gestite dall’Associazione Papa Giovanni XXIII. Stiamo prendendo contatti in Corea del Sud».
- Come è vissuta in Brasile questa esperienza?
APAC è un’esperienza nata in Brasile nel 1972, da un gruppo di cattolici laici. Un avvocato giornalista, Mario Ottoboni, riunì un gruppo di volontari per coinvolgerli nella pastorale del carcere di Sào José dos Campos. Ha cominciato a offrire assistenza spirituale e umanitaria e ha coinvolto altre persone all’invito «Amando il prossimo, amerai Cristo». Nel 1974 APAC è divenuta un’organizzazione senza fini di lucro e ha iniziato la collaborazione con l’amministrazione penitenziaria nel tentativo di migliorare il sistema carcerario. Per vent’anni ha offerto sostegno alla popolazione detenuta con l’aiuto dei volontari.
Antônio Ferreira Valdeci – oggi direttore della FBAC, che coordina e diffonde il metodo APAC in Brasile e nel mondo – viveva a 500 km da São Paulo e prestava servizio in carcere. Recatosi a Sào José dos Campos, ha visto che c’era un carcere senza guardie, senza armi, solo detenuti e volontari e ha importato l’esperienza a Minas Gerais. Ha costruito il primo carcere al mondo totalmente senza polizia e ha dato vita a una metodologia propria che riprende i valori di APAC: il lavoro con la famiglia, il rapporto con la società, assistenza legale e sanitaria, promozione della dignità umana.
Dando prova che la recidiva si abbassava (dall’80% al 13% tra gli uomini e al 2% fra le donne, dati ufficiali) ha sollecitato l’interesse del governo e dell’amministrazione penitenziaria; interesse moltiplicato dai costi pro capite ridotti a circa un terzo di quelli ordinari.
È stato presentato un progetto di legge che permettesse a un’associazione civica di attingere a risorse pubbliche per amministrare un carcere. L’utopia di APAC oggi è realtà. Oggi in Brasile abbiamo circa 70 strutture costruite appositamente per essere condotte col metodo APAC [per semplicità chiameremo APAC anche le strutture, ndr].
Vogliamo dimostrare alla società che arrestare soltanto non risolve il problema della sicurezza. Come vogliamo che queste persone tornino nella società: migliori o peggiori? Se io ricupero la persona c’è più sicurezza per tutti. Si tratta di andare oltre il pregiudizio. «Qui non lavoriamo con i criminali, lavoriamo con le persone. Qui entra l’uomo; il reato rimane fuori». I pilastri che sostengono le APAC sono l’amore, la fiducia e la disciplina. Questo non è possibile nelle carceri comuni.
Chi vive in APAC si sveglia alle 6:30 del mattino e va a letto alle 22. La giornata in APAC impegna tutto il giorno: lavoro, studio, faccende domestiche. Non è una vita comoda in APAC. Non si fa soltanto passare il tempo. Chi si trova in APAC è padre, madre, figlio… fa parte di una società.
Ruolo della famiglia
- Quale spazio hanno l’affettività e la famiglia nelle APAC?
La legge in Brasile permette l’incontro intimo tra persone legate da relazione stabile e nelle APAC sono riservate delle stanze per l’intimità familiare. Ma coltivare l’affettività non si può esaurire nel permettere incontri intimi. Nelle APAC la famiglia partecipa a incontri formativi prima di andare a colloquio con il familiare detenuto.
La famiglia è il posto dove uno si sente accolto e il primo posto dove deve tornare. I dati ci rivelano che le famiglie dalle quali provengono le persone condannate sono in gran parte destrutturate. Manca spesso una delle figure genitoriali.
C’era un ragazzo in APAC che aveva salute e lavoro. Sua madre e suo fratello erano tossicodipendenti; il papà alcolista. Se fosse tornato alla sua famiglia com’era, avrebbe significato tornare alle dipendenze. Così abbiamo lavorato con la sua famiglia: tutti dovevano sapere come trattarlo quando fosse tornato e dovevano lasciarsi coinvolgere in un percorso formativo.
Assistenza legale
- È garantito un avvocato ad ogni detenuto? Nelle APAC offrite anche assistenza legale?
In Brasile il 90% delle persone non ha avvocato. Abbiamo scoperto che una persona privata della libertà senza qualcuno che si prenda cura della sua vicenda vive con angoscia in carcere e questi stati d’animo sono la miccia per la rivolta, la ribellione e per altri problemi. Se, invece, uno sa che ci si sta prendendo cura di lui la miccia viene spenta. Per questo offriamo anche assistenza legale.
Requisiti
- C’è un limite di età o di condanna per essere ammessi alle APAC?
Qualcuno può pensare che in APAC entrino solo colpevoli di reati minori. Non è così. Ci sono tre condizioni:
1) la persona deve avere una posizione definitiva. In molti Paesi sono numerosi i ristretti senza una sentenza definitiva (in Brasile il 40%, in Paraguay il 70%).
2) la persona deve decidere per sé di aderire all’APAC; nessuno può esservi costretto.
3) la famiglia della persona condannata deve risiedere il più vicino possibile all’APAC, in vista del reinserimento e anche per poter lavorare con la famiglia, passaggio fondamentale. Non c’è invece alcuna preclusione in base al tipo di reato né alla lunghezza della pena.
- Fatte salve le diverse configurazioni di APAC a seconda del Paese che le ospita, accogliete anche tossicodipendenti? malati di mente? Avete percorsi personalizzati?
Il 70% dei detenuti dichiara di essere tossicodipendente. Abbiamo elaborato un progetto specifico – Cammino della cura – per trattare anzitutto la tossicodipendenza ma anche come prevenzione. Abbiamo Narcortico anonimo, Alcolista anonimo. Per i malati di mente abbiamo accoglienze specifiche. È comunque sempre il giudice che dispone l’invio in APAC.
Inserimento nel territorio
- La proprietà della struttura è del Ministero? dell’Associazione?
Le APAC sono entità private senza scopo di lucro. Sono una collaborazione tra privato e pubblico. A volte lo Stato dà il terreno sul quale APAC costruisce l’edificio che appartiene allo Stato e viene affidato in gestione all’APAC. Noi dobbiamo rendere conto dell’amministrazione. Quando un APAC non assolve ai compiti di trasparenza, questa viene chiusa.
- Come vengono scelti i luoghi dove viene costruita un’APAC? Come reagisce la popolazione locale?
Le carceri solitamente vengono costruite fuori dai centri abitati. Per le APAC preferiamo l’interno delle città. Sono strutture piccole (max 250 persone), compatibili con una rete di relazioni da costruire. Le persone all’intorno non si sentono minacciate. Quando in un APAC c’è un servizio (tipo panetteria), la popolazione se ne serve e anche i datori di lavoro assumono volentieri dalle APAC. Esse vengono solitamente costruite attingendo a risorse pubbliche, ma succede anche che privati donino terreni o strutture inutilizzate.
- Da noi prevale l’idea “mettiamoli dentro e buttiamo via la chiave”. Come la si pensa sui progetti di ricupero?
La sfida più grande è sempre quella di superare il pregiudizio. Anche qui molti pensano che chi ha sbagliato debba soffrire. Durante la pandemia abbiamo fatto un progetto. Abbiamo prodotto 2 milioni e 500 mila mascherine, che abbiamo distribuito gratis alla cittadinanza. Abbiamo prodotto 600.000 pasti distribuiti gratuitamente. Volevamo comunicare che qui non ci sono solo “persone che hanno sbagliato”, ma persone che vogliono rendersi utili alla società, anche per un senso di riparazione. APAC propone anche percorsi di giustizia riparativa.
Volontari, dipendenti, formazione
- Che rapporto numerico c’è in un’APAC tra personale dipendente, volontari e persone detenute?
In un APAC di 250 persone ci sono mediamente 20 dipendenti: un responsabile amministrativo, un responsabile finanziario, un gestionale, dei responsabili per la sicurezza, uno psicologo, un medico, un autista… Attorno alle 70 APAC girano circa 1.200 volontari. In alcune ce ne sono 30, in altre soltanto 5; dipende dalla regione e dal lavoro che si fa. È presente anche la figura del tirocinante. In un carcere comune, per 250 persone detenute ci sono almeno 100 stipendiati, principalmente guardie. La sicurezza però non è data dal numero degli agenti di polizia, quanto piuttosto dalla responsabilità. È più facile scappare da un APAC che da un carcere comune, ma le persone non lo fanno (“Non si scappa dall’amore”, è uno dei motti di APAC).
- Che rapporto c’è tra personale dedicato alla sicurezza e il personale dedicato alle funzioni educative?
Per 70 APAC abbiamo circa 1.200 volontari registrati e circa 1.000 dipendenti. In un’APAC di 250 persone abbiamo tre turni di tre persone ciascuno per i compiti di competenza. Tutti gli operatori condividono con i ricuperandi gli spazi e i momenti, compreso il pranzo. Ogni anno la FBAC propone un corso di formazione per i volontari. Oltre alle risorse che vengono dallo Stato, le APAC possono organizzare delle attività produttive avvalendosi del lavoro dei ricuperandi.
- I volontari acquisiscono un titolo? Chi finanzia i corsi?
I volontari, prima di essere ammessi, partecipano a un corso di tre-quattro mesi una volta alla settimana. Ogni APAC finanzia il proprio corso.
- Il metodo APAC ha prodotto qualche progetto per le carceri ordinarie?
Tante iniziative. In Minas Gerais lo Stato ha importato nelle carceri ordinarie tante suggestioni ricavate da APAC. Hanno imparato da noi tante cose. Il nostro obiettivo non è rimpiazzare le carceri ordinarie, ma dare forza al messaggio che è possibile rispondere in maniera diversa alla colpa.

15 novembre 2024: Denio Marx Menezes (3° da sin.) incontra Matteo Fadda (2° da sin.), responsabile generale dell’Associazione Papa GIovanni XXIII, e Giorgio Pieri (5° da sin.), coordinatore nazionale CEC.
Religione e spiritualità
- Nelle CEC italiane è previsto un Giorno della liberazione in Cristo. C’è una proposta religiosa esplicita nelle APAC brasiliane?
La chiamiamo semplicemente Giornata della liberazione e non più Giorno della liberazione in Cristo. Quarant’anni fa non era un problema il riferimento esplicito alla proposta religiosa. Oggi, nello Stato laico lo è, perché l’APAC non può essere un’istituzione religiosa. Siamo nati da ispirazione cristiana e non abbiamo mai abbandonato questa nostra anima, ma per lavorare con lo Stato o istituzioni come l’Unione Europea non possiamo qualificarci come istituzione religiosa, verso la quale non sarebbero legittimati finanziamenti.
All’inizio l’APAC si fondava sull’esperienza di fede, ma, dopo solo qualche anno, ci siamo detti che le APAC sono carceri fondate sulla dignità umana. La legge internazionale garantisce l’assistenza spirituale come un diritto, perciò, se una persona reclusa la chiede, noi siamo tenuti ad assicurarla e lo facciamo.
I primi Giorni della liberazione in Cristo avevano per il 90% un’intonazione religiosa. Oggi il contenuto è la spiritualità: far nascere dentro la persona una spiritualità, coltivare una dimensione trascendente a prescindere dalla confessione nella quale uno si possa riconoscere. Questo ci permette di lavorare con appartenenze religiose diverse. Nei quattro giorni di ritiro che costituiscono la Giornata della liberazione si respira un’aria di profonda umanità e si coltivano anche i rapporti familiari.
- Nelle carceri italiane entrano soggetti religiosi, di diverse confessioni, che fanno una proposta.
Il 90% delle persone da noi dicono di essere cattoliche. Gran parte del restante 10% si considera sostanzialmente non credente. Quando uno entra in APAC gli viene chiesto se aderisce a qualche religione. Se uno si dichiara cattolico, gli si propone la messa settimanale. Ai protestanti, un’altra proposta con altro calendario. La partecipazione ai culti non è obbligatoria. Ma molti che si dichiarano non credenti trovano interessante partecipare ai momenti religiosi. Poi ci sono iniziative “ecumeniche”; ad es. prima del pranzo proponiamo una preghiera.
Accredito
- C’è qualche soggetto internazionale che rilascia un accredito per le esperienze APAC e analoghe?
Negli anni 90 l’ONU ha pubblicato un rapporto nel quale riconosceva le APAC come una delle più belle esperienze di carcere alternativo. Collaboriamo anche con l’UE per quattro progetti. Altri progetti coinvolgono partner internazionali (Germania, Svizzera…). Anche il Brasile ci ha riconosciuti a livello federale.
C’è un gruppo di persone che accompagna la costituzione e prende i contatti con le figure istituzionali competenti. Bisogna anzitutto definire se l’esperienza è interna o esterna al carcere. Qui in Brasile il riconoscimento lo concede la FBAC.
Il senso del PaneTra i mestieri e i lavori che si svolgono nelle APAC dal 2022 si è inserito anche il progetto della fabbricazione di ostie (“Il senso del Pane”) seguito dalla Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti e diffuso in varie carceri italiane. Questo, grazie all’incontro di Simonetta d’Italia Wienner, regista[1], con Arnoldo Mondadori, ispiratore della Fondazione che ha per obiettivo quello di rendere possibile l’espressione dei talenti e il ricupero della dignità di ogni persona attraverso diversi progetti in campo artistico, educativo. Come leggiamo nel sito della Fondazione, essa «si avvale di un network di artisti e personalità di alto profilo culturale e religioso che si identificano nella missione della Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti per permettere ad ogni animo umano, senza distinzioni, di realizzarsi nella bellezza partecipando alla sua contemplazione e alla sua composizione». Simonetta d’Italia è anche volontaria e referente per le carceri APAC in Brasile e ha collaborato alla diffusione nelle APAC del progetto “Il senso del Pane” a cura della Fondazione. Il progetto prevede la produzione di ostie, la distribuzione delle ostie nelle diocesi e nelle congregazioni religiose brasiliane ed è proposto e vissuto come segno concreto di ciò che la tradizione cristiana chiama “spezzare il pane”: il miracolo della moltiplicazione dell’eucaristia che continua a rinnovarsi. I primi laboratori e le prime fabbriche di ostie sono nati alla fine del 2022 a Itaúna e a Frutal. In particolare, a Frutal sono state pensate come un aiuto concreto ai giovani e la fabbrica è stata dedicata a san Carlo Acutis. Grazie al sostegno determinante della Fondazione Carlo Acutis, e considerando che il primo miracolo riconosciuto di Carlo Acutis è avvenuto in Brasile, le APAC gli riconoscono anche il “miracolo” di aver potuto moltiplicare i laboratori in diverse sedi. Anche la richiesta di ostie da parte delle diocesi è in costante crescita: quelle di Divinópolis e di Uberaba hanno contribuito a far aumentare la produzione, che oggi supera già le 300.000 ostie per ciascuna fabbrica. Il progetto porta con sé tre dimensioni fondamentali: la riabilitazione, perché permette ai ricuperandi di avviare un percorso di consapevolezza e di riconciliazione con il proprio passato; la dignità, perché offre l’occasione di tornare a sentirsi parte attiva della società; la speranza frutto di mani che un tempo hanno conosciuto il male, ma che oggi, rinate, si fanno segno vivo e tangibile di una profonda trasformazione. Ascoltare la voce di chi vive questo progetto è la miglior chiave di lettura di esso: «Sento di svolgere un compito importante. Qui in APAC è tutto diverso dal sistema comune: siamo trattati come persone. Quello che mi ha colpito di più è stato il modo in cui mi hanno accolto quando sono arrivato: mi hanno tolto le manette e mi hanno chiesto di alzare la testa. Sono stato invitato a lavorare alla fabbrica delle ostie e questo mi ha fatto molto bene. Oggi sono tre mesi che lavoro qui e sono molto felice di poter contribuire. Mi sento utile sapendo che le ostie prodotte da noi vengono donate gratuitamente a molte chiese povere di Minas Gerais. Così la gente può capire il nostro impegno e il nostro desiderio di cambiare vita». |
[1] Suo il docufilm Unguarded, disponibile su Amazon Prime.








