
Che ci faccio qui? Mi sono chiesto appena entrato in una sala d’incontro dove ci stava un bel gruppo di giovani. Solo quattro o cinque con i capelli grigi.
La domanda che mi sono posto era più che legittima. Poi ho scoperto che questa stessa domanda se la ponevano anche i giovani presenti. La mia era riferita alle 10,30 del 5 dicembre.
I giovani si chiedevano “che ci faccio qui” pensando al loro futuro. Giovani con un grande desiderio di protagonismo.
“Se non lascio futuro sono passato per niente. Praticare la postura dell’attenzione per coltivare futuri desiderabili”. Questo il titolo dell’incontro promosso dal “Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti” (CNCA).
Espressioni chiave
Ho colto queste espressioni chiave.
Occorre avere una postura di attenzione per capire almeno le parole. Con un corpo attento, i pensieri, le emozioni e i sentimenti acquistano concretezza. Così, nell’ascoltare le narrazioni, si possono scoprire dei capitali.
Prendere atto che il presente non va bene. Obbligati quindi a uscire dalla ruota del criceto.
Per uscire da questa precarietà, occorre “decolonizzare i confini” creati dai modelli in atto che sono antidemocratici. Il protagonismo dei giovani non può essere definito dalle routine sclerotizzate che promuovono il divertimento del criceto.
Tutto è in evoluzione. Per questo occorre acquisire il senso politico e riflettere per avere sempre qualcosa da dire. Il sentirsi diversi nelle tante fasi del vivere è faticoso e doloroso, ma spesso aiuta ad essere produttivi. Come lo potrebbe essere ogni diversità!
Avere la dimensione del noi, sapendo che questo potrebbe comportare dei rischi che, però, si superano aprendosi alla fiducia. Costruire delle identità personali e di gruppo. Senza identità si dicono solo bugie.
Per immaginare il cambiamento, il dialogo deve essere generativo. Solo così il vuoto può diventare un pieno. Con queste affermazioni nessuno di loro aveva la pretesa di riassumere tutti i linguaggi giovanili. Il raccontare e l’ascoltare di questo folto gruppo di giovani era più propositivo che recriminatorio.
Quello che ho capito
Provo a riassumere quello che ho capito.
- Propongono un modo di ascolto fatto di corpo che pensa e che prova emozioni e sentimenti. Una postura coerente per essere lì in modo partecipativo. Così le singole narrazioni arricchiscono chi sta in ascolto. Una ricchezza diversa da quella monotematica del presente.
- Il Noi è faticoso ma, se ci credi, apre alla speranza. Non è facile decolonizzare l’attuale modello antidemocratico, fondato su sistemi egoistici. Per evitare l’autodistruzione, occorre superare questo modello.
- Necessità di riflessioni e pensieri nuovi per una diversa definizione di politica.
- Le diversità, l’essere diversi – anche perché ognuno è sé stesso – è un dato di fatto. Prenderne atto e valorizzala, la diversità produce un cambiamento positivo. L’unica prospettiva per una convivenza pacifica.
- L’identità personale e di appartenenza è un valore. Se manca la consapevolezza, si costruiscono vite bugiarde.
- Il cambiamento è necessario. Per realizzarlo, il dialogo deve essere generativo. Parlarsi addosso, o parlare vanvera, si producono vuoti. Poi c’è sempre qualcuno che li riempie a piacimento personale.
Ho cercato di coniugare quello che ho capito.
Sono convinto che avrò bisogno di altri ascolti per arricchirmi del mondo che molti giovani stanno sognando.
Ho avuto anche la tentazione di reagire dicendo: quante belle parole! Poi mi sono posto questa domanda: perché le nostre di oggi sono migliori?





