La lunga strada dopo il referendum

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Quando si spengono gli echi del risultato di una consultazione referendaria, torna (forse) un po’ di spazio per una riflessione pacata e dialogante. Certamente non conosceremo mai le motivazioni e le intenzioni degli elettori. I numeri non dicono mai cosa pensano gli elettori, ma dicono cosa vogliono e cosa non vogliono, la motivazione resta nell’intimità del singolo elettore. Poco più di quindici milioni di elettrici ed elettori – cioè il 53,2% sul 55,7% di partecipanti al voto – hanno bocciato la riforma del governo autonomo della magistratura.

Le probabili motivazioni sono tante, ne elenco alcune, precisando che il voto è una risposta «multipla», cioè di motivazioni ne può includere diverse. Ecco le emergenti, secondo il mio personalissimo parere. Ha votato “No”:

  • chi ha compreso il quesito e il rischio di una dipendenza della magistratura dall’esecutivo (in un momento storico in cui il Parlamento già lo è) e ha voluto salvaguardare la Costituzione;
  • chi ha espresso un voto politico contro il Governo Meloni, alle sue politiche interne e alle sue relazioni e posizioni internazionali oppure chi ha votato “No” per fedeltà al partito;
  • chi, ritornando al voto magari dopo anni, ha voluto porre un argine alla deriva della politica;
  • chi non accetta di rivedere le regole democratiche senza fondamenti e senza discussione;
  • chi ha stima e fiducia nella magistratura, nonostante i limiti di essa, come sono i limiti di ogni potere repubblicano e istituzione in generale.

Ci sarebbero, molto probabilmente, altre motivazioni ma non ci è dato di intuirle, come non ci è dato di affermare con certezza che sia ritornato al voto un consistente numero di giovani (18-30 anni), perché ci mancano dati reali. Sembrerebbe di sì, ma aspettiamo i dati per esserne sicuri e gioirne, ovviamente.

Se le motivazioni degli elettori sono un po’ imperscrutabili, non è così per il cammino che – a mio modesto avviso – il Paese deve intraprendere dopo un referendum con queste marcate caratteristiche. Anche qui in sintesi.

La Costituzione è certamente un bene prezioso, da tutelare e riformare nella fedeltà al suo spirito e alla sua lettera. Tuttavia, non lo è per tutti automaticamente e lo diventa solo se famiglie, scuola e università, società civile, ordini professionali, mondo culturale, comunità di fede religiosa, associazionismo, mezzi di comunicazione, ognuno per la sua parte, informano, formano e accompagnano i processi di maturazione e coscientizzazione.

In questo un grande lavoro è stato fatto da molti soggetti citati e ne dobbiamo dare merito ed esprimere gratitudine. Se molti italiani, domenica, hanno dato una battuta di arresto alle derive e illusioni autoritarie in atto, lo si deve anche al loro impegno.

La Magistratura deve recuperare un ruolo propositivo nel contribuire, per quanto le compete, con scienza e coscienza, alle necessarie riforme della giustizia.

Resta, comunque, il punto fermo che la responsabilità in materia di riforme (carenza organici e mezzi, digitalizzazione manchevole, durata abnorme dei giudizi, costi eccessivi a danno dei più deboli) è soprattutto del Governo e del ministro della Giustizia, come da dettato costituzionale (art. 110).

In sintesi, si tratta di un imperativo morale per tutti. Così nelle parole del Presidente Mattarella al CSM, il 18 febbraio 2026: nessuna istituzione è «esente, nel suo funzionamento, da difetti, lacune, errori e nei cui confronti non sono, ovviamente, precluse critiche. Come, del resto, si registrano difetti, lacune, errori e sono possibili critiche riguardo all’attività di altre istituzioni della Repubblica, siano esse parte del potere legislativo, di quello esecutivo, di quello giudiziario».

La fiducia dei cittadini si riconquista – vale per tutti i gruppi e le istituzioni – con riferimenti valoriali fondati e precisi e con una prassi, il più possibile, coerente con essi; punendo chi sbaglia; promuovendo, specie nei ruoli di responsabilità, chi ha maturità umana, coerenza etica e competenze solide.

In generale un vademecum per questa lunga strada che dobbiamo percorrere perché la nostra Repubblica non degeneri sempre più in forme populiste, neocapitaliste e guerrafondaie, sembra essere contenuto nel discorso del Presidente Mattarella, a Salamanca, in Spagna, il 19 marzo 2026: «Anche nella crisi dei valori che attraversa il continente in un secolo che ha conosciuto gli orrori del nazismo e del fascismo e quelli del comunismo, la cultura resta un argine, come testimonia il coraggioso discorso pronunciato da Miguel de Unamuno proprio in questa università il 12 ottobre 1936: “Venceréis, pero no convenceréis” [“Vincerete, ma non convincerete”, ndr]: parole che diventano simbolo contro le forze autoritarie e difesa della ragione, della coscienza libera».

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