
Ricorre quest’anno l’ottantesimo anniversario di tre eventi fondamentali per la storia della nostra democrazia: il referendum istituzionale Monarchia-Repubblica, l’elezione dell’Assemblea Costituente e l’estensione del suffragio universale alle donne.
Ottant’anni possono sembrare un tempo ragguardevole, tale da farci pensare che la conquista dell’autonomia e della capacità giuridica da parte delle donne oggi, perlomeno in Italia, non possa più in alcun modo essere messa in discussione. Ma se raffrontiamo questa manciata di decenni con tutti gli interminabili secoli durante i quali è stato normale considerare le donne come un genere subordinato e incapace di autonomia nel pensiero e nelle decisioni, possiamo renderci conto di quanto sia faticoso, in realtà, liberarsi in modo definitivo dalle resistenze sedimentate nella struttura profonda delle rappresentazioni sociali.
Fare memoria dei passaggi fondativi della nostra storia democratica non è, allora, solo un modo per celebrare delle ricorrenze significative, ma può diventare un antidoto contro i rigurgiti violenti di cui quella struttura profonda tuttora dà prova, incapace com’è di pensare davvero le donne come soggette di diritti su un piano di vera e totale parità.
La conquista del diritto all’elettorato attivo e passivo si è snodato, per le donne, attraverso impegnativi e tortuosi percorsi in cui a momenti di progresso e avanzamento si sono succeduti lunghi periodi di stasi e arretramento. Per rendersi conto di quanto tenero e fragile sia il germoglio dei diritti delle donne, cresciuto sulla ancor giovane pianticella della democrazia, vale la pena ripercorrere brevemente le tappe che, attraverso lunghissimi decenni, hanno portato le donne a divenire consapevoli dei propri diritti e a mettere in atto le azioni necessarie per rivendicarli.
In principio, un’imperatrice
Come punto di partenza di questo percorso possiamo considerare la stagione delle riforme illuministiche; in particolare, per quanto riguarda l’Italia settentrionale, l’azione di governo dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria (1717-1780), duchessa regnante di Mantova e Milano e di Parma e Piacenza e granduchessa di Toscana, che introdusse rilevanti cambiamenti nell’organizzazione del sistema dell’istruzione e del sistema amministrativo.
L’obiettivo di togliere il popolo dall’ignoranza, tanto caro a Maria Teresa, la portò a prevedere l’istruzione primaria obbligatoria fino a 12 anni. L’obbligo non faceva distinzione di sesso: riconoscere anche alle bambine la possibilità di studiare significava riconoscere l’importanza e la dignità di un percorso di formazione femminile realizzato attraverso l’accesso ad una forma strutturata e non estemporanea di educazione – un passo molto significativo nella prospettiva di lungo periodo dell’emancipazione femminile.
La riforma del catasto, con il censimento dei terreni pubblici e privati al fine di una maggiore equità nella ripartizione dei carichi fiscali, e la modernizzazione del sistema economico, che considerava le donne come parte integrante della forza produttiva, portò al riconoscimento dei diritti patrimoniali per le donne.
Nei territori soggetti alla dominazione asburgica, la rappresentanza veniva stabilita in base al censo. In alcune peculiari situazioni le donne proprietarie terriere, amministratrici dei propri beni, solitamente in stato di vedovanza, potevano esprimere una preferenza elettorale a livello di amministrazioni comunali, per quanto non direttamente ma attraverso la figura di un tutore o una procura. Si trattava di elettorato attivo e non passivo, limitato per altro a casi isolati ed eccezionali. Ma tanto bastava per creare un pericoloso precedente.
La Petizione n. 12217 del 18 giugno 1868
L’unificazione d’Italia e l’adozione del nuovo Codice civile, detto Codice Pisanelli dal nome del ministro di Grazia e Giustizia, segnò una retrocessione delle donne rispetto ai diritti patrimoniali riconosciuti loro durante l’impero di Maria Teresa. Il codice Pisanelli, nel tentativo di armonizzare gli statuti presenti nei regni preunitari, tenne come riferimento primo il Codice napoleonico, che metteva la donna sposata in una condizione di totale subordinazione nei confronti del marito: l’autorizzazione maritale impediva alle donne di assumere autonomamente qualsivoglia decisione, anche nei confronti del proprio patrimonio personale.
Le donne, parificate agli incapaci, ai sensi dell’articolo 134 del codice Pisanelli non potevano «donare, alienare beni immobili, cedere o riscuotere capitali, costituirsi sicurtà, né transigere o stare in giudizio relativamente a tali atti, senza l’autorizzazione del marito».
Mentre le norme dell’Italia unita rimettevano in discussione la titolarità di diritti acquisiti, diverse voci iniziarono a levarsi a sostegno della causa dell’emancipazione femminile. Nel 1868, alcune donne del Veneto e della Lombardia presentarono una petizione al Parlamento del Regno (Petizione n. 12217 del 18/06/1868), protestando contro l’esclusione dal diritto di rappresentanza nelle amministrazioni locali e chiedendo che venissero riconfermati i medesimi diritti che erano loro stati garantiti nel corso della dominazione austriaca.
Qualcosa si muove
In quegli stessi anni il deputato mazziniano Salvatore Morelli, che nel 1861 aveva dato alle stampe un libro di carattere sistematico sui diritti delle donne, dal titolo La donna e la scienza o la soluzione del problema sociale, presentò una proposta di legge dal titolo emblematico: Per lo scopo di abolire la schiavitù domestica con la reintegrazione giuridica della donna accordando alla donna italiana i diritti civili e politici che si esercitano dagli altri cittadini del Regno.
Ma il progetto sulla reintegrazione giuridica della donna che, primo in Europa, proponeva il riconoscimento dei diritti civili e politici delle donne italiane, non fu neppure ammesso alla lettura.
Una decina di anni più tardi, nel 1877, Anna Maria Mozzoni, una delle figure più importanti della vita politica italiana e internazionale fra Otto e Novecento, rifacendosi alle esperienze delle donne inglesi, francesi e statunitensi, presentò una petizione al governo per chiedere il voto femminile. La petizione venne bocciata, ma la Mozzoni non si arrese e per tutta la vita continuò a lavorare per la concessione del voto alle donne. Nel maggio del 1906 presentò un’ultima petizione, che venne presa in considerazione in Parlamento solo a febbraio del 1907. Nel frattempo, però, era successo qualcosa di significativo.
La legislazione del Regno si era espressa in modo chiaro rispetto all’impossibilità delle donne di partecipare alle elezioni amministrative. La legge elettorale amministrativa del 17 marzo 1861 recitava esplicitamente: «non possono essere elettori e eleggibili analfabeti, donne, interdetti, detenuti in espiazione di pena e falliti». Ma nulla era stato specificato riguardo alle elezioni politiche: la norma parlava genericamente di “regnicoli”, ossia degli abitanti del Regno, come elettori, senza entrare nello specifico del sesso, dando per scontato l’esclusione delle donne su base consuetudinaria. Non si sentiva la necessità di esplicitare che le donne erano escluse dal voto, perché che le donne potessero eleggere dei rappresentanti in parlamento era considerata cosa risibile e al di fuori di ogni possibile e logica comprensione.
Dal momento che la norma non esplicitava l’esclusione, iniziarono ad essere messe in atto dalle donne delle iniziative che intercettavano proprio questo gap legislativo. Nel febbraio del 1906 Maria Montessori pubblicò sul giornale La Vita un proclama con cui esortava le donne ad iscriversi nelle liste elettorali politiche:
Donne tutte: sorgete! Il vostro primo dovere in questo momento sociale è di chiedere il voto politico.
L’articolo, diffuso in tutta Italia, spinse numerose donne, soprattutto maestre, a presentarsi agli uffici delle circoscrizioni elettorali per chiedere di essere ammesse alle liste per le votazioni. A Caltanissetta, Imola, Palermo, Venezia, Cagliari, Firenze, Brescia, Napoli, Torino, i ricorsi delle donne furono rigettati. Solo la Corte di Appello di Ancona, presieduta da Ludovico Mortara, il 25 luglio 1906 accolse la richiesta di inclusione nelle liste elettorali presentata da dieci maestre. Ma, nonostante questa vittoria a livello locale, la Corte di Cassazione di Roma a dicembre annullò la sentenza, ponendo una netta e definitiva (per allora…) parola di rifiuto in merito alla questione.
Lo scritto della Montessori ebbe come conseguenza il costituirsi di Comitati pro-suffragio femminile in tutta Italia. L’opinione pubblica si stava interessando al problema. La petizione al Parlamento presentata il 16 maggio 1906 dal Comitato pro-suffragio guidato da Anna Maria Mozzoni entrò nel dibattito parlamentare il 25 febbraio 1907, suscitando viva attenzione da parte degli onorevoli dell’una e dell’altra ala del Parlamento. I tempi erano maturi perché si costituisse una Commissione ministeriale allo scopo di capire se fosse possibile e utile concedere il voto alle donne.
La Commissione, dopo uno studio approfondito sulla situazione sociale del Paese, chiuse i suoi lavori con la decisione di non concedere alle donne né il voto amministrativo né quello politico.
Prima una guerra, poi un’altra
Ma poi ci pensò la Prima guerra mondiale a rimescolare di nuovo le carte. Le donne, divenute di fatto capifamiglia in assenza degli uomini al fronte, l’anno successivo alla fine del primo conflitto videro avviarsi in modo chiaro il percorso che avrebbe portato, attraverso i successivi decenni, al riconoscimento a termini di legge della completa parità tra i sessi. La legge Sacchi del 1919, relativa alle Norme circa la capacità giuridica della donna, non solo abolì il capestro dell’autorizzazione maritale, ma riconobbe che le donne erano abilitate «a pari titolo degli uomini» ad esercitare tutte le professioni e a coprire i pubblici impieghi. Restarono esclusi gli impieghi «giurisdizionali o l’esercizio di diritti e di potestà politiche, o che attengono alla difesa militare dello Stato». Di strada da fare ne restava ancora molta. Di lì a poco, poi, arrivò il fascismo a bloccare tutti i piccoli passi in avanti compiuti fino ad allora dalle donne sulla strada della parità.
Ci fu poi, ancora una volta, la guerra, e questa volta le donne combatterono insieme agli uomini la guerra partigiana. Durante la piena emergenza dell’ultimo inverno del conflitto, con il Nord Italia occupato dai tedeschi e dai repubblichini, una riunione del Consiglio dei ministri discusse, su proposta di Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi, la questione dell’estensione del diritto di voto alle donne. Era, ormai, allo stato delle cose, una questione inevitabile: le donne si erano conquistate sul campo questo diritto, lottando insieme agli uomini per liberare l’Italia dal fascismo, e agli uomini di governo non restava che sancire il dato di fatto a termini di legge.
E così il 1° febbraio 1945, il governo provvisorio Bonomi con Decreto legislativo luogotenenziale n. 23 a firma di Umberto di Savoia, principe di Piemonte, Luogotenente Generale del Regno, concesse il diritto di voto alle donne con più di 21 anni di età.
Si trattava solo di elettorato attivo, cioè del diritto di eleggere, non di essere elette. Sarà il Decreto legislativo luogotenenziale n. 1/1946, che fissava le norme per la ricostituzione delle amministrazioni comunali, ad aprire alle donne, a guerra ormai conclusa, anche l’elettorato passivo nelle elezioni amministrative. E così non solo le donne poterono partecipare a tutte e cinque le tornate elettorali che, nella primavera del 1946, fra il 10 marzo e il 7 aprile, coinvolsero la maggior parte – circa l’80% – dei comuni italiani, ma nelle tornate amministrative primaverili furono anche elette le prime sei sindache italiane. Bello e doveroso ricordarne i nomi: Ninetta Bartoli, Ada Natali, Margherita Sanna, Elena Tosetti, Lydia Toraldo Serra, Caterina Tufarelli Palumbo.
Sempre nel marzo di ottant’anni fa, il Decreto legislativo luogotenenziale n. 74 del 10 marzo, che stabiliva le norme fondamentali per l’elezione dell’Assemblea Costituente italiana, estese alle donne maggiori di 25 anni il diritto ad essere lette nelle elezioni politiche, passaggio normativo decisivo per permettere alle donne di entrare attivamente nella vita politica della nascente repubblica.
Dei molti passi che ancora restavano da compiere sulla via della parità, un altro almeno era stato compiuto.






Non riesco mai a capire il senso dei commenti: dove vadano a parare.
Ripercorrere le tappe tormentate della conquista di diritti che naturalmente sembrano appartenere all’essere umano in quanto tale potrebbe far sorridere se non facesse inorridire.
La domanda spontanea è: perché?
Da dove si è originato tutto questo?
La storia di 80 anni fa ricordata come se avesse cambiato la storia + le vecchie polemiche di una 68ina felice solo quando attacca… questo è tutto quello che abbiamo da dire noi cattoliche sulle donne ? Io propongo Marilyn Waring “if women counted: a new feminist economy”. C’è un Ted Talk in inglese sottotitolato in italiano… Se le donne contassero davvero potremmo rivedere le nostre priorità sociali e ridefinire cosa consideriamo “produttivo”. E magari rivedere anche l’organizzazione della chiesa cattolica dove chi decide non corrisponde quasi mai a chi ha la cura dell’altro.
Attacca? Difende e promuove: le donne, la vita, la fede
Grazie: dobbiamo essere orgogliose e tenaci nel promuovere la nostra libertà. Celebrare le donne del passato e abbracciare quelle del presente ci fa sperare per le donne di domani. Affinché siano libere, senza contraddizioni, contrastiamo l’aborto come crimine che uccide la donna in nome della donna.