Il Servo e l’umano alla prova del dolore

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I Carmi del Servo di Isaia, l’oracolo dell’uomo che «non ha più bellezza e apparire umano», che è disprezzato dagli uomini e che conosce il patire, è una delle pagine protagoniste della Settimana Santa. In un anno come questo, un anno di morte e di guerra, un anno in cui così tanti uomini e così tante donne e così tanti bambini sono «maltrattati, umiliati, tolti di mezzo con oppressione e ingiusta sentenza», non lo si può leggere come se niente fosse.

È verosimile che ciascuno, leggendolo, vada con la mente su un fronte diverso: l’Ucraina, la Palestina, il Libano, l’Iran. Oppure la mente raggiunge gli abissi più interni, più quotidiani e invisibili: uomini, donne, anziani e bambini che, non avendo «alcuna bellezza» portano il peso di un’oppressione perenne, ignorati da tutti.

Forse è così fin dall’alba della storia umana: la figura della vittima sofferente ci porta al cuore di un conflitto, facendoci immediatamente identificare un colpevole, un responsabile, un oppressore.

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Invece, uno dei prodigi dell’oracolo di Isaia è che il Servo del Signore incarna una figura non immediatamente identificabile nella storia di Israele. Studiosi, esegeti e commentatori si sono affannati a cercare di dare un volto al Servo del Signore: Israele durante l’esilio, una parte del popolo, il profeta stesso; per il cristianesimo, poi, è stato inevitabile identificarlo profeticamente con Gesù.

Eppure il testo resiste all’identificazione, è del tutto misterioso, sia riguardo al servo sofferente, sia riguardo ai responsabili della sua persecuzione. Non è certo l’unico esempio nella letteratura profetica di un personaggio misterioso, ma è una figura unica di una sofferenza senza nome, che resiste a qualsiasi appropriazione. Senza nome, senza bandiera, senza un fronte o un nemico.

L’umano innocente alla prova del dolore e della morte, l’umano oppresso non ha bandiera: non dovrebbe servire a una causa, non dovrebbe identificare un nemico. Rappresenta una condizione, un’esperienza che attraversa i confini e le trincee, una vulnerabilità che potrebbe essere di tutti.

Forse andrebbe pensato come una nazione esso stesso, un popolo, una comunità senza confini. Persino l’interpretazione cristiana, che identifica Gesù nel Servo del Signore, rischia di farci perdere qualcosa: il Servo del Signore non è Gesù; piuttosto, è Gesù a essere il Servo del Signore.

Un piccolo prodigio, per un’umanità che costruisce le identità sempre in alternativa, in tensione e talvolta in guerra con le altre, come se ci fosse sempre una vittima sacrificale, una violenza necessaria, nelle nostre identificazioni. Abbiamo insegnato ai nostri figli a non fare le femminucce, a non mangiare come dei selvaggi, a non comportarsi come animali, come se fosse fatale spingere su altri per affermare il Sé.

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L’identità dell’uomo ferito, l’identità dell’uomo umiliato non ha bandiere. In tempi in cui torna di moda la propaganda bellica varrebbe la pena rileggere, come antidoto, le pagine di chi ne ha mostrato la vacuità; tornando, per esempio, a Erich Maria Remarque, a Niente di nuovo sul fronte occidentale, a quella generazione di ragazzi nati all’inizio del Novecento e diventati presto carne da macello.

Identici, da una parte come dall’altra del fronte, dove sono costretti a uccidere altri ragazzi come loro senza sapere il perché. Non c’è popolo, sugli attuali fronti della guerra, che non abbia in se stesso il Servo del Signore, non c’è popolo che non abbia una ferita nel passato recente: la Nakba palestinese, la Shoah ebraica, l’11 settembre americano, i regimi sanguinari iraniani, i massacri europei.

Forse è questo il messaggio inascoltato del personaggio di Isaia: il mistero di una vita che non appartiene a nessuno perché è di tutti, il prodigio di una nazione che non si costruisce a discapito di un’altra, ma a vantaggio di tutti. Forse – anche se di fronte al male non è certo inutile cercare il responsabile e fare di tutto per mettersi tra lui e la vittima – dovremmo smettere di dare al servo sofferente una bandiera, per quanto ci venga spontaneo. Forse dovremmo incominciare a fare quello che nessuno fa veramente: tacere e ascoltarlo.

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Non è la vendetta ciò di cui il Servo del Signore ha bisogno. Ma non è nemmeno la pietà e il compianto. Il Servo del Signore ha bisogno di ascolto. Forse non ha splendore per poterci piacere, forse non ha bellezza per attirare i nostri sguardi, ma ha un discorso, ha un racconto, un racconto sorprendentemente simile da una parte all’altra delle barricate, sotto una o l’altra bandiera.

Questo racconto deve essere ascoltato. Il Servo del Signore, inaspettatamente, genera cultura. Forse è una dell’affermazioni più forti della prima esortazione apostolica di Leone XIV, Dilexi te, scritta in continuità con l’eredità di Francesco: «i poveri sono generatori di cultura». Chi cerca oggi disperatamente di fare della cultura un fronte di guerra dovrebbe essere messo nella condizione di tacere, di fare spazio, di ascoltare il discorso dell’umanità piagata.

Nel turbinio mediatico capita talvolta di essere raggiunti dalla voce di uomini e donne che hanno perso ogni cosa, magari attraverso lacerti di video ripresi fortuitamente con un cellulare. Da qualsiasi fronte giungano, mi sembra che siano le uniche voci che vale realmente la pena ascoltare.

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