Il coraggio di essere anziani /1

anziani1

Nel programma di una settimana di formazione organizzata dai dehoniani, dal titolo Il Vangelo della speranza – Il coraggio di essere anziani, è intervenuto Angelo Brusco, religioso camilliano, direttore del Centro Camilliano di Formazione di Verona. Docente emerito di psicologia pastorale, insegna counseling pastorale presso lo Studio Teologico “San Zeno” di Verona.

In uno dei suoi scritti autobiografici, il card. Martini riporta un proverbio indiano, in cui il percorso dell’esistenza viene diviso in quattro stadi. Il primo è lo stadio in cui il percorso dell’esistenza viene diviso in quattro stadi. Il primo è lo stadio in cui s’impara, il secondo è quello in cui s’insegna o si aiutano gli altri, il terzo è quello della riflessione sulle esperienze vissute nei due stadi precedenti e il quarto, infine, è quello in cui si apprende a mendicare, cioè a dipendere.

Quando mi concedo un po’ di tempo per riflettere su queste quattro tappe della vita, mi rendo conto che l’attenzione passa da una all’altra per poi soffermarsi con più intensità su una di esse.

Ho avuto modo di planare più volte sul paesaggio della mia giovinezza, l’età in cui ho imparato dagli insegnamenti ricevuti dalle persone e soprattutto dalle più svariate esperienze; e mi sono impegnato a chiarire e a personalizzare il senso della mia esistenza, quello che i giapponesi chiamano l’Ikigai, il motore della vita.

Come dimenticare la fatica di quegli anni, la nebbia sollevata dai numerosi interrogativi che non trovavano facili risposte, gli entusiasmi e le delusioni, la gioia delle piccole e grandi conquiste che hanno contribuito a plasmare la personalità?

Anche il secondo stadio, quello dell’insegnare e dell’aiutare assorbe spesso la mia attenzione. Tale stadio non è ancora completamente terminato, perché numerose rimangono le attività che mi domandano energia e stimolano la mia creatività. Ma già da un po’ di tempo mi sento avviato verso il terzo stadio, durante il quale, come avverte il proverbio indiano, si va nel bosco, simbolo del silenzio, della riflessione, del ripensamento.

Non mi mancano, infine, occasioni di riflettere sul quarto stadio, quello della mendicità e della dipendenza. Ogni volta che entro nella RSA gestita dal mio istituto, incontro persone in cui sono evidenti le conseguenze dell’età avanzata e della malattia.

In quei momenti non posso sottrarmi all’influsso di una varietà di pensieri e di sentimenti che fanno emergere le parole rivolte da Gesù a Pietro: «Quando eri più giovane, ti cingevi da te e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio, stenderai le tue mani e un altro ti cingerà e ti condurrà dove non vorresti» (Gv 21,18). Ebbene, in quei momenti risuona forte l’invito che il Cristo rivolge all’apostolo: «Tu seguimi».

Il sì alla vita e alla propria vocazione deve permanere in ogni fase dell’esistenza, anche in quella in cui si fa esperienza di progressive diminuzioni a livello fisico, cognitivo e relazionale. Nell’invito di Gesù a seguirlo, è presente la spinta a continuare a camminare, tenendo presente il monito di Confucio: «Non importa quanto vai piano, l’importante è che non ti fermi». E, soprattutto, a vivere con la consapevolezza che Dio tiene unite tutte le esperienze della nostra vita, raccogliendole in un disegno purificato e abbellito dal suo amore.

Come l’aquila

Dopo questa introduzione, da intendersi come un rapido flash sulle stagioni della vita, mi soffermo sul terzo stadio dell’esistenza, quello della riflessione. Tale riflessione la considero come una condizione necessaria per il rinnovamento indicato dalle parole della Scrittura: «Renovabitur ut aquilae juventus tua» (Sal 103). Nella tradizione dei bestiari medievali, l’aquila si rinnova volando alto verso il sole per bruciare le vecchie penne e si tuffa poi in una fonte d’acqua pura per rigenerarsi. L’età anziana per un religioso non è il tempo del “disimpegno” o del declino, ma una vera e propria chiamata a una nuova fecondità. La giovinezza interiore non dipende dalle forze fisiche, ma dalla capacità di lasciarsi rinnovare dallo Spirito.

Il rinnovamento della giovinezza è frutto di diversi fattori, quali l’aiuto del Signore e dei confratelli, delle risorse sanitarie…, ma anche e soprattutto dell’impegno personale.

Passi da compiere per prepararsi all’età anziana e viverla creativamente

Secondo lo psicologo E. Erikson, nel suo cammino di crescita l’individuo passa attraverso una serie di otto stadi o fasi successivi.

  • Infanzia (1 anno) sfiducia vs fiducia. Frutto: speranza
  • Prima fanciullezza (2-3 anni) autonomia vs dubbio. Frutto: volontà
  • Età del gioco (3-5 anni) iniziativa vs senso di colpa. Frutto: finalità
  • Età scolare (6-11 anni) industriosità vs inferiorità. Frutto: competenza
  • Adolescenza (12-17 anni) identità vs confusione di identità. Frutto: fedeltà
  • Età giovanile (18-25 anni) amore vs isolamento. Frutto: intimità.
  • Età adulta (25-64 anni) cura vs stagnazione. Frutto: generatività
  • Età senile (65- anni) integrità-senso di compimento vs disperazione. Frutto: saggezza.

Il passaggio da uno stadio all’altro è caratterizzato da una crisi. Sappiamo che la crisi è un rischio e un’opportunità. Se le condizioni sono favorevoli, l’individuo supera positivamente la crisi e conquista un modo di essere e di situarsi nei confronti della realtà in un modo più maturo e soddisfacente; se, invece, le condizioni non sono propizie, il processo di crescita viene frenato o seriamente compromesso, lasciando tratti d’immaturità più o meno gravi che influiranno sull’avvenire della persona.

L’ultima di queste fasi è il risultato del passaggio dall’età adulta all’età anziana, ed è caratterizzata o da un senso di compimento o da un sentimento di disperazione. In altre parole, come afferma H. Nouwen, nel suo breve ma significativo volume La ruota del carro – Come dar vita agli anni (Queriniana, Brescia, 1996), l’invecchiare come può portare sia verso l’oscurità oppure verso la luce.

È una fase in cui la persona, se è maturata serenamente, raccoglie con gioia i propri frutti e ne può ancora produrre, offre la ricchezza del proprio buon senso agli altri, guarda verso il passato senza rimpianti e nostalgia. Un esempio biblico del senso di compimento ci è offerto dalla figura del profeta Simeone di cui ci parla il Vangelo di Luca.

Diversa è l’esperienza delle persone anziane che non si sono realizzate. Esse possono essere vittime di un insieme di sentimenti contenuti nel termine disperazione.

La disperazione emerge quando l’individuo ha il sentimento di non aver vissuto, acuito dalla consapevolezza che il tempo è breve, troppo breve per ricominciare un’altra vita e per battere altre strade verso l’integrità.

La disperazione, spesso, si nasconde dietro un senso di disgusto, che prende la forma di mille piccole manifestazioni visibili in tutto il comportamento dell’anziano, rendendolo acido, aggressivo, isolato, incapace di dipendenza e di cooperazione, la rinuncia a crescere, una certa stagnazione psicologica e spirituale, una vena scettica e pessimistica di fronte a quanto viene proposto per instaurare nuovi progetti, la chiusura nel proprio piccolo mondo, l’accresciuta attenzione a interessi superficiali…

I sentimenti che accompagnano queste situazioni sono vari: malinconie, senso di solitudine, nostalgie, scontentezza, intolleranza, risentimenti, rigidità… In questi casi, si ha l’impressione che la persona abbia perso la fiducia nella possibilità di rispondere con rinnovate forze e ardore alle sfide della vita.

Fattori che ostacolano il passaggio consapevole e responsabile all’età anziana

Perché è così difficile prepararsi all’età anziana e viverla costruttivamente, sia nella società come pure nell’ambito della vita consacrata?

Uno dei motivi già ricordato è costituito dalla qualità della vita trascorsa. Un altro è da identificare nel fatto che la vecchiaia tende ad essere occultata. Innanzitutto a livello individuale. La vecchiaia non viene nascosta solo ai nostri occhi, ma molto di più ai nostri sentimenti. Nel più profondo di noi stessi continuiamo a vivere con l’illusione che resteremo sempre uguali.

E, poi, a livello culturale. Secondo gli studiosi, la rivoluzione demografica ancora oggi è relativamente ignorata o comunque sottaciuta: si potrebbe definirla come una rivoluzione silenziosa, nonostante i suoi effetti siano percepiti da ogni persona, da ogni famiglia, da ogni città o nazione nel mondo.

Viviamo in una cultura gerontofobica che, per indicare gli anziani, usa stereotipi negativi, per cui non vale la pena pensare all’età anziana in tempi ostili a questa fase della vita. I religiosi/e non sono completamente esenti da questa mentalità, anche se si rendono conto del diminuire degli effettivi e l’elevarsi della loro età media.

Tutto questo impedisce di considerare l’invecchiamento come una tappa della vita, che va amata e presa in considerazione come le altre.

Nell’immaginario sociale la persona anziana è una persona che non è più nella tensione del vivere, dimenticando che si cresce fino al momento della morte che è, anch’essa, un’ulteriore crescita. L’anziano può essere visto come un sopravvissuto la cui cultura è ormai quella di un tempo superato. Ma questo stereotipo sociale, che vede l’anziano portatore di “idee antiquate” e il giovane portatore di “idee nuove”.

Accettare di essere entrati nella stagione dell’anzianità

«Buongiorno, sorella vecchiaia! Oh! Ti ho vista venire da lontano e non ti ho teso la mano… A lungo ti ho guardata male… Mi sembravi brutta, triste, come sempre in lutto, trascinandoti dietro un sacco di miserie, di giorni amari, di solitudine, di decrepitezza. No, non volevo vederti avvicinare! Eppure eccoti così vicina da toccarmi. Bisogna dunque che mi abitui alla tua compagnia, dato che ormai non mi lasci più. Addio giovinezza! E per sempre! Al contrario, tu prenderai sempre più posto nella mia vita, ed è per questo che, convertendo il mio cuore, ti chiamo in tutta sincerità: “sorella mia”».

Acquisire una conoscenza realistica della vecchiaia

La letteratura umanistica, religiosa e pastorale sulla vecchiaia tende a mettere in luce soprattutto gli aspetti positivi di questa stagione della vita, spesso idealizzandola, lasciandone in ombra gli effetti devastanti sul corpo, sulla psiche e anche sullo spirito della persona.

Rendersi conto della diversità degli anziani. Infatti, vi è l’invecchiamento associato a malattia, quello che riguarda ancor oggi la maggior parte delle persone in età anziana; l’invecchiamento usuale o comune, che mostra i tipici segni non patologici dell’invecchiamento e che è comunque esente dalle maggiori patologie associate all’età; il successful aging, l’invecchiamento in perfetta forma, ben riuscito che riguarda una ristretta minoranza di persone.

Ne deriva che l’età anziana va vista da diversi punti di osservazione; non è solo un fenomeno biologico e sociale, ma anche un fatto personale. Ciò significa che il modo con cui una persona vive la propria vecchiaia dipende dalla sua storia passata, dalle esperienze da lei vissute, dai compiti che ancora svolge, dalla maniera con cui si è preparato a invecchiare.

C’è un primo modo ideale che tutti sognano sia il loro. Sono le persone che invecchiano bene, quelle con le quali tutti sono disposti a vivere. La loro maniera di essere anziane è dichiarata da tutti invidiabile: sono degli anziani che vivono sereni, riconoscenti, pieni di fiducia e di sentimento, lucidi e responsabili, senza eccessivi timori della morte; sono persone che soffrono, ma che non pretendono che tutti pensino a loro, che non fanno pesare la loro sofferenza, anzi, sono esse a preoccuparsi degli altri. Purtroppo non si deve credere che questa sia la norma, anzi! È il sogno di molti, ma non è certo la norma.

C’è un secondo modo, il più comune, di invecchiare, che consiste nel subire l’invecchiamento. Molti anziani non riescono ad accettare la realtà di una vita segnata dall’handicap o dalla diminuzione delle proprie capacità di lavoro, di relazioni, di sopravvivenza. Sentono come una minaccia terribile l’idea della fine. Hanno passato una vita nel lavoro e non hanno mai trovato il tempo per sé stessi, per riflettere, per riposare in pace.

Ora sono obbligati a passare dal lavoro turbinoso all’inattività forzata e non riescono ad accettarlo. Per loro la pensione è una sofferenza, non sanno che fare, è un riposo coatto e doloroso. Vivono nella ribellione costante o nella depressione. I tentativi autolesionisti non sono rari, soprattutto se l’inattività è combinata con la solitudine; si chiudono nella loro sofferenza, si aggrappano a piccole cose che funzionano da droga o da evasione; diventano duri, acidi, ostili a tutto, e tutti cercano di sfuggirli.

C’è anche una terza maniera di invecchiare che è propria di chi nega oppure rifiuta il processo di invecchiamento, facendo finta – se possibile – di non essere arrivati alla vecchiaia. Essa è propria di coloro che non vogliono credere all’invecchiamento e perciò nascondono a sé e agli altri il loro decadere ricorrendo a trucchi che nascondano la loro età.

Godono dei complimenti, non fanno la tara alle espressioni di convenienza: «Non si direbbe che lei ha ottant’anni! Come li porta bene! Non li dimostra proprio!». Ci credono e, per un po’, sono su di giri, ma quando poi rimettono i piedi a terra, stanno male e accumulano ferite e frustrazioni sempre più dolorose e profonde. Sono persone che – senza volerlo – si coprono di ridicolo.

Sarebbe evidentemente un errore consolidare questa maniera di fare, che pretende di ignorare o di rifiutare la propria condizione. È molto meglio accettare la propria realtà e cercare di lasciarsi interpellare nella verità e dalla verità, per darsi delle nuove ragioni per vivere e continuare a crescere, per accettare la vecchiaia come qualcosa di nuovo e di valido.

Infine, non bisogna dimenticare il contesto in cui uno trascorre la sua vecchiaia. Qualche tempo fa, durante le mie letture mi sono imbattuto nel lamento di un religioso:

«Mi accade di sentirmi inutile per molteplici ragioni. Non potendo più lavorare o non esercitando più l’attività pastorale da anni, ho la sensazione di non essere più produttivo. Ospedalizzato per settimane e mesi, in situazione di sempre maggiore dipendenza, mi sento di peso per la mia comunità e la mia famiglia. “Costo caro – mi capita di dire –, do tante preoccupazioni ai miei confratelli”. Paralizzato dai miei handicap e dalla mia perdita di autonomia, non posso più come prima rendere alla mia comunità e alla gente quei servizi che mi gratificavano. Mi sento buono a niente. Infine, quello che trovo particolarmente duro è vedere i miei parenti e anche i miei confratelli allontanarsi da me, non osare più avvicinarmi né abbracciarmi a causa del mio stato di deperimento fisico, del mio dimagrimento, dell’odore che posso emanare: mi sento come di troppo in mezzo ai miei! Per favore, ascoltate e comprendete la mia sofferenza, e aiutatemi a sentirmi utile fino alla mia morte.

Tutto quello che posso ancora fare e realizzare, valorizzatelo. Ascoltatemi raccontarvi quello che, per me, ha avuto importanza nella mia vita: il mio lavoro, la mia famiglia, la mia comunità, i fatti che hanno segnato la mia esistenza, le mie passioni e i miei interessi. Ditemi, se è il caso, che il mio modo di reagire, il mio coraggio, la mia serenità di fronte alla morte vi fanno bene e vi riconfortano. Così, lungi dal disperare, la mia vita conserverà un senso fino al suo termine perché mi sento utile ad altri esseri umani, non solo per quello che faccio, ma per quello che sono».

 «Imparare a contare i propri giorni» e prendere coscienza di quanto avviene in noi con il trascorrere del tempo

Questa espressione del salmo 89 è un invito a prendere coscienza della fragilità della nostra vita e della necessità di utilizzare il tempo che ci è dato per realizzare nell’autenticità il nostro progetto esistenziale. Abituarsi a prendere coscienza di quanto avviene nel proprio essere a livello di tutte le dimensioni, cercando di comprenderne il senso, è un passo importante da compiere.

Il nostro organismo ci invia messaggi che, ben interpretati, ci aiutano a comprendere cosa sta avvenendo in noi sul piano fisico, emotivo e spirituale. Spesso siamo attenti solo agli appelli che ci vengono dall’io superficiale, trascurando quelli dell’io più profondo. È, infatti, più facile prestare attenzione a ciò che ci gratifica, tenendo a distanza quanto ci confronta.

Senza la capacità e il coraggio di guardarci dentro con serena onestà, è impossibile pretendere di cambiare e di crescere. Non è forse la verità che ci fa liberi, rendendoci capaci di prendere la responsabilità dei nostri comportamenti?

Questo processo di autoconsapevolezza e di comprensione dev’essere non solo di tipo psicologico, ma anche spirituale. In tutta la letteratura spirituale si trova il richiamo alla conoscenza di sé, quale condizione per un autentico rapporto con il Signore e con il prossimo.

Il cammino della consapevolezza e della comprensione porta inevitabilmente a prendere contatto con parti di noi stessi che non sono piacevoli, con aspetti della nostra condizione umana difficili da accettare. Scoprirci fragili, vedere sfiorire la giovinezza, sperimentarsi vulnerabili, presentire la possibilità del venir meno del nostro essere, essere confrontati con le nostre debolezze, assistere a cambiamenti di prospettive, avvertire la coscienza dell’irripetibilità di molte occasioni e opportunità… sono tutte esperienze che si fanno sentire con acutezza.

L’età anziana è spesso il momento in cui appaiono gli infelici risultati delle inconsistenze a livello intrapersonale, interpersonale e spirituale. Se prima si potevano controllare abbastanza agevolmente gli elementi non integrati della personalità, puntando sull’entusiasmo dei primi tempi, sul lavoro, sui progetti, sull’appoggio dell’ambiente, con il passare degli anni non è più possibile ignorare gli aggiustamenti inadeguati nei settori della vita affettivo-sessuale, delle relazioni interpersonali, del rapporto con il Signore.

L’integrazione dei lati negativi della propria persona, prima rimossi, è quindi un impegno che consente all’anziano di utilizzare tutte le proprie risorse, liberandosi delle maschere che gli impedivano di essere sé stesso nella relazione con il prossimo e con il Signore.

Quanto ho appena presentato è un insieme di sintomi che, nella realtà, non si presentano insieme, bensì spesso isolatamente, tendendo a raggrupparsi in forme svariatissime in rapporto allo stile di personalità, alle esperienze vissute dall’individuo e alle misure che egli ha adottato per favorire la propria crescita.

Aprirsi ad aspetti e valori nuovi

Nel momento stesso in cui espone alla presa di coscienza dei limiti, l’anzianità apre anche alla possibilità di entrare in contatto con aspetti nuovi di sé stessi e di acquisire valori prima ignorati o trascurati. Risulta, quindi, di grande importanza mantenere lo spirito vigile per cogliere lati inediti della realtà personale in tutte le sue dimensioni.

Se, ad esempio, il venir meno della fedeltà del corpo può ingenerare sentimenti depressivi, esso è anche occasione per apprendere modi nuovi di situarsi di fronte alla propria corporeità, modi che esprimano il profondo rispetto per questa dimensione essenziale della persona, riconoscendone allo stesso tempo la relatività.

Dopo la preferenza data al fare, tipica della prima parte della vita, il richiamo del valore dell’essere si fa sempre più forte; se colto e integrato adeguatamente, esso può imprimere un volto nuovo alla vita. Infatti, non è principalmente attraverso la performance che noi diamo testimonianza di un’esistenza vissuta in pienezza, bensì attraverso la qualità di una vita vissuta fedelmente e profondamente.

Alla tendenza ad essere attivi, controllando e dominando le cose, subentra la presa di coscienza dell’importanza della ricettività: la crescita è dono da ricevere prima che frutto delle nostre iniziative.

Può essere di grande aiuto il far seguire all’eventuale dominio dell’animus, una maggiore attenzione all’anima, la dimensione femminile presente in noi maschi.

Purificare le motivazioni del proprio agire

È, questo, uno dei passi più importanti da compiere nell’età anziana. Il processo di maturazione, la molteplicità delle esperienze, l’attenzione alle reazioni degli altri mettono l’individuo in grado di identificare con maggior precisione la qualità delle motivazioni che sono state all’origine delle proprie scelte in tutti i settori.

Basare la stima di sé su valori solidi e duraturi

La domanda: «chi sono?» si presenta spesso all’individuo durante tutta la vita. Se, nel rispondere a tale interrogativo, la persona fa leva solo o prevalentemente su realtà caratterizzate da transitorietà, come l’apparenza fisica – secondo i criteri imperanti nella nostra società –, o la ricchezza, i successi esteriori, i ruoli di prestigio, quando il trascorrere del tempo farà sfiorire o tramontare tali realtà, non troverà sostegni su cui appoggiare la propria autostima.

Come dimenticare la parabola evangelica: «Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande» (Mt 7,24-27).

Riconciliarsi con il passato

Invecchiare bene significa guardare indietro alla propria storia – compresi i dolori e i fallimenti – e accoglierla con gratitudine e perdono. Riconciliarsi con il passato significa accettarlo con i suoi successi e sconfitte, accontentandosi del percorso compiuto. Com’è facile ad una certa età dirsi: «Avrei potuto fare questo o quello…»; «sarebbe stato meglio se…», «se mi fosse concesso di…». Il desiderio di rifare la propria vita emerge facilmente nello spirito delle persone anziane. Se è certo che il passato non può essere rifatto, rimane però la possibilità di assumerlo e redimerlo.

Il trascorrere degli anni ci costringe a prendere coscienza dell’impossibilità di realizzare numerosi progetti accarezzati nel passato; non è più possibile tornare indietro. Del resto, già il passare da una casa e da un’attività all’altra ci confronta con la provvisorietà, portandoci a relativizzare ogni progetto.

I grandi cambiamenti avvenuti nella società, nella Chiesa e negli istituti religiosi suscitano spesso risentimenti e rabbia in quanti si rendono conto di essere stati nel passato deprivati di opportunità riguardanti la loro vita intellettuale, emotiva e affettiva (specializzazione, studi, amicizie, tempo libero…).

Nella prospettiva cristiana, ogni storia, sia personale sia collettiva, è storia sacra. In essa può essere identificato il filo d’oro dell’amore di Dio che lega insieme gli avvenimenti in un modo che spesso sfugge alla nostra considerazione. Tale filo d’oro si rende visibile nella misura in cui la persona si apre a Dio, ricco di tenerezza e compassione, attraverso la preghiera e i sacramenti.

Si possono così guarire ferite non ancora rimarginate, superare sensi di colpevolezza ancora irrisolti, ristabilire relazioni rimaste infrante o congelate durante numerosi anni, accettare di aver realizzato incompletamente la propria esistenza. Per chi crede, il ripercorrere la propria vita può trasformarsi in preghiera di ringraziamento e in un atteggiamento di adesione alla volontà del Signore. «Tu mi hai istruito, o Dio, fin dalla giovinezza e ancor oggi proclamo i tuoi prodigi. Ed ora, nella vecchiaia e nella canizie, Dio, non abbandonarmi, finché io annunzi la tua potenza a tutte le generazioni le tue meraviglie» (Sal 71,17-18).

Apprendere a vivere i distacchi e le separazioni

L’esperienza del lutto, inteso come ferita causata dalla perdita di esseri significativi: persone, animali, oggetti, esperienze… accompagna l’individuo durante tutto il suo percorso esistenziale. Nell’età anziana, però, essa assume un’intensità maggiore. Basti pensare alle numerose modificazioni fisiche e psicologiche, alla scomparsa di persone care, al pensionamento, al passaggio dal domicilio-comunità all’istituzione socio-sanataria, alla perdita della salute…

Non è possibile all’anziano far fronte positivamente a queste piccole morti se non si è educato ad elaborare il lutto, cioè a disinvestire la propria energia affettiva da persone e da cose per reinvestirla in altre.

L’incapacità di affrontare il lutto spiega, anche se solo parzialmente, la resistenza di tanti anziani a lasciare posti di responsabilità o attività non più consone alla loro età. L’evangelico «è necessario che egli cresca e che io diminuisca» parla di una situazione di lutto che, se vissuta bene, rende più facile il rapporto tra generazioni.

Imparare a vivere positivamente la solitudine

Proprio perché è iscritta nella logica dell’esistenza umana, la solitudine fa la propria comparsa in tutte le stagioni della vita. C’è la solitudine del bambino, dell’adolescente, dell’adulto e dell’anziano. Proprio per i distacchi e le separazioni che caratterizzano la vecchiaia, l’anziano può essere più facilmente esposto allo stare solo.

In tante situazioni la solitudine può trasformarsi in isolamento. Una persona non può pretendere di affrontare la solitudine da anziano se non si è abituato prima a viverla creativamente, soprattutto apprendendo a stare bene con sé stessa. Come afferma Nietzsche, «è il cattivo amore verso te stesso che rende la tua solitudine una prigione». La solitudine dolorosa si trasforma in uno spazio sacro di silenzio e contemplazione, dove incontrare sé stessi e Dio.

Accettare di essere dipendenti

Il progressivo deperimento dell’energie fisiche (e a volte psichiche) genera il bisogno di essere aiutati dagli altri. La capacità di accettare positivamente di essere dipendenti, cioè di ricevere aiuto, soprattutto in quelle aree nelle quali si è fieramente autonomi – come il mangiare, il vestirsi, il gestire l’igiene personale… – può essere praticata nell’età anziana solo se è stata appresa e esercitata nelle precedenti stagioni della vita

È il tempo in cui si impara ad affidarci.

Print Friendly, PDF & Email
Tags:

Lascia un commento