Custoditi nella nostra fragilità

di:

torresin

Questa notte (tra giovedì e venerdì santo) si compie un dramma che è anzitutto il dramma di Gesù. Ma è anche il nostro dramma, quello dei discepoli, della comunità cristiana.

La prima cosa che colpisce, nella narrazione evangelica, è che discepoli non abbiano affatto sminuito o edulcorato la loro responsabilità. Non hanno per nulla nascosto che il Maestro è morto anche per colpa loro, del loro tradimento, del loro rinnegamento e della loro fuga. Giuda lo ha consegnato, Pietro lo ha rinnegato e tutti sono scappati nel momento del pericolo. Nessuno è innocente, noi non siamo innocenti questa notte. Nei Vangeli questa fragilità della comunità è raccontata senza veli, è messa in scena senza giustificazioni.

Occorre un bel coraggio per parlare di sé in questo modo, raccontando tutta la loro fragilità e quanto non abbiano capito, quanto non siano stati all’altezza del legame con il loro Maestro.

C’è anche un tratto quasi ironico con cui i Vangeli ne parlano: come quando Pietro dichiara con enfasi sproporzionata “Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai!”. “Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò”. Lo stesso dissero tutti i discepoli; oppure quando i discepoli tirano fuori la spada credendo sia arrivato il momento di usare la forza…  Gesù deve ricondurli a più miti consigli, quasi a ricordare loro che non sono quello che credono di essere, che le scritture si compiranno in un altro modo da quello che loro pensano, che non sono protagonisti di nulla, che sono solo fragili anche se non lo sanno.

Mi chiedo: in che modo Gesù protegge i suoi dalla loro fragilità e dai loro tradimenti? In che modo Gesù ci protegge, ci ci custodisce, di fronte ai nostri tradimenti, alle nostre fragilità? Perché noi potremmo soccombere e perderci di fronte alle nostre debolezze, farci sentire così in colpa da essere imperdonabili.  E invece Gesù sembrerebbe avere una grande delicatezza nei confronti della fragilità e dei tradimenti dei discepoli.

Mi piace raccogliere alcuni tratti di questa cura delicata del Maestro nei confronti dei suoi fragili amici. La prima cosa che fa è molto semplice: li raduna a tavola, li raccoglie proprio nel momento più difficile, in cui sono più fragili e consegna loro sé stesso: “prendete questo è il mio corpo”. Si mette nelle loro mani proprio quando sono più deboli. Anzi, in quel momento li allerta sulla loro fragilità: “qualcuno di voi mi tradirà e anche tu Pietro prima che il gallo canti mi tratterai tre volte”. Non lo fa per rinfacciare ai discepoli il tradimento e il rinnegamento, ma per mostrarci che lui lo sa; lui lo sa che al momento importante non ce l’avrebbero fatta, ma non per questo lui li ripudia o si scandalizza di loro. È come se consegnasse ai discepoli il loro la loro stessa fragilità perché non ne avessero paura, perché non è mai una ragione che fa venire meno il suo amore.

E poi io trovo soprattutto di una bellezza straordinaria la scena nell’orto. Gesù anzitutto chiede ai discepoli “vegliate con me, pregate con me”, “io io ho bisogno di voi”; come tutti gli uomini che devono affrontare la morte ha bisogno di qualcuno che gli stia vicino… per questo li vuole con sé: “vegliate con me pregate con me”… e questi che fanno? Dormono!!  A quel punto allora Gesù sembra intenerirsi e dice loro: “dormite, dormite pure!”. Quel sonno è un po’ una cifra della nostra fragilità, di tutte le volte che non ce la facciamo a reggere le prove e chiudiamo gli occhi. Allora Gesù dice: “vi custodisco io, non preoccupatevi, potete trovare riposo nella mia preghiera”. Lo dirà esplicitamente a Pietro: “io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede, e tu una volta convertito conferma i tuoi fratelli”. Proprio perché i discepoli sono passati attraverso la loro fragilità e si sono sentiti custoditi dal maestro possono essere di aiuto e di consolazione e di conferma per tutti.

C’è poi una terza scena bellissima, soprattutto nella versione che racconta Giovanni, quando vengono a prendere Gesù nell’orto. Gesù dice alle guardie: “chi cercate?”.  Gli rispondono: “Gesù il Nazareno”. E lui: “Vi ho detto: sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano”, loro non c’entrano lasciateli andare. Come non c’entrano? Lo sanno tutti che loro c’entrano eccome, tanto che pure le serve riconosceranno Pietro per la sua parlata. Ma Gesù li protegge: “prendete me lasciate andare loro!”. Il Maestro si espone a fa da scudo ai suoi, perché non soccombano, si fa prendere perché loro siano liberi.

Questo fa Gesù con ciascuno di noi: ci protegge dalla nostra stessa fragilità. Una fragilità nella quale si mescolano buone intenzioni e promesse esagerate, insieme a vigliaccheria e paure. Ma il Maestro ci conosce fino in fondo, consce le nostre debolezze e per questo non dobbiamo averne paura, ma lasciarci custodire da Gesù. Questa notte siamo qui a pregare, a fare memoria del suo gesto d’amore e ci sentiamo protetti e custoditi: da quel pane che ci nutre proprio quando siamo più fragili; custoditi dalla sua preghiera che veglia sul nostro sonno; custoditi dal fatto che è pronto lui a pagare al nostro posto come fa uno che vuole davvero bene.

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