Pasqua: il coraggio delle donne

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Ci vuole un bel po’ di coraggio per alzarsi una mattina come questa, dopo tutto quello che è successo nei giorni della passione e mettersi in cammino verso una tomba. Ci vuole coraggio per andare a vedere di nuovo in faccia la morte, guardare in faccia la fine, rivivere lo strazio di un corpo ferito. Eppure, proprio in questo viaggio, le donne fanno l’esperienza di essere sconvolte dall’annuncio della risurrezione.

Ma prima ci vuole il coraggio di andare. Penso cha ci sia un apprendistato del coraggio, che queste donne conoscono bene. Un apprendistato che insegna a credere, ad essere fedeli, a sperare l’impossibile. Dove hanno imparato, le donne il coraggio di andare verso una tomba?

Lo hanno appreso accompagnando Gesù – anche se da lontano – fino al Calvario, fino alla fine, fino alla morte. È quel coraggio che conoscono tutte le donne che accompagnano un amico, una madre, un fratello alla morte. C’è che fugge davanti alla fine, e chi impara la fedeltà anche quando sembra senza risultati immediati, anche quando non vince la morte ma la deve subire per poterla attraversare.

È il coraggio di andare e stare di fronte ad una pietra che non si può rimuovere, una pietra impossibile da spostare. È il coraggio di chi sta di fronte all’impossibile e non arretra. Regge l’impossibile, per stare vicino a chi ama, anche quando non c’è più nulla da fare. Un coraggio mosso dalla pietà e dall’affetto, di un cuore straziato dal dolore ma che non fugge, che si sente impotente ma non smette di amare.

Stare di fronte all’impossibile permette di imparare che a volte la fine non è la fine, ma l’inizio, l’alba di un giorno nuovo. Se si rimante fino alla fine, la fine diventa un “limes”, un confine che ci affaccia su un nuovo inizio. Ma ci vuole il coraggio di stare nel confine tra la notte e il giorno tra la fine e l’inizio.

Un coraggio così lo si impara nella familiarità con le cose che non si vedono, ma che sappiamo crescono e nascono invisibili. Come il seme nella terra, come la vita nel grembo di una donna; ci sono cose che non si vedono, c’è una vita che non possiamo controllare e che germoglia anche nei momenti più oscuri, anche nei terreni più aridi, anche nelle situazioni che sembrano di morte. Ma serve la fede di chi spera in ciò che ancora non si vede, di chi non smette di credere alla vita anche di fronte alla morte.

E così queste donne vanno, e compiono gesti che sembrano inutili come quello di andare verso una tomba chiusa che non possono aprire, per dire il loro amore anche quando non sembra servire a nulla. Ci sono dei gesti che non servono a nulla – e infatti gli uomini, gli altri discepoli sono rimasti a casa, perché per loro sembra inutile rendere omaggio a un cadavere – ma sono quei gesti che dicono la fede nell’impossibile, la speranza nell’invisibile che è l’essenziale della vita.

La vita nuova, che non viene da noi, può solo raggiungerci dall’alto. Non siamo noi che possiamo salvare nessuno, non siamo noi a togliere la pietra, non siamo noi a rendere possibile l’impossibile; ma stando di fronte alla tomba possiamo essere testimoni dell’irruzione di una parola che viene da Dio.

Quello che accade è come un terremoto, uno sconvolgimento; una forza che rotola via la pietra che teneva chiusa la tomba. È possibile cambiare lo sguardo, vedere oltre la tomba della morte, scoprire che essa è vuota. Serve un terremoto per sovvertire la prospettiva, per aprire una faglia, per lasciare irrompere una vita nuova. E accorgersi che la tomba è vuota: la morte non può trattenere una vita come quella di Gesù, la tomba non è la fine, diventa un grembo che genera alla vita nella sua pienezza. Quel vuoto non richiama solo una perdita, ma dichiara appunto che la vita non può restare prigioniera della morte. La vita in Cristo risorge, e ci attende nel futuro: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”».

Le donne che hanno avuto il coraggio di accompagnare la vita fino alla fine, fino alla morte; le donne, che hanno avuto il coraggio di andare alla tomba, ora devono lasciare quella tomba perché è vuota. Non è nei cimiteri che la vita continua, ma è in Galilea. Nella vita ordinaria di tutti i giorni queste donne devono vivere il vangelo della risurrezione, vivere da risorte loro stesse perché liberate dalla paura della morte. Vivere in attesa dell’incontro con il Signore che ci viene incontro, che cammina con noi.

Anche noi che celebriamo la Pasqua del Signore Risorto siamo chiamati a correre verso le nostre Galilee e vivere come ha vissuto Gesù, annunciando il Vangelo del Regno e guarendo le ferite degli uomini; vivere da risorti nelle nostre città e nelle nostre case, scoprendo negli incontri inaspettati con i chiunque che è possibile credere, sperare, è possibile vincere il male con un amore più forte. Dopo l’annuncio che la morte è vinta, che è possibile l’impossibile, di nulla dobbiamo avere paura.

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