
Il periodo di intensa speranza di pace vissuto al termine della guerra fredda ha dato impulso all’affermarsi nella teologia morale di un discorso sulla guerra incentrato sull’idea di una sua possibile abolizione, secondo il motto montiniano “Mai più la guerra” (discorso all’ONU del 1965).
Poiché la guerra è sempre male e nulla di buono può venire da essa, la riflessione teologica tendeva a svilupparsi, ma anche a confinarsi, nella speranza che questa prospettiva fosse realistica e capace di affermarsi in tempi ragionevoli. Erano i “segni dei tempi” che sembravano andare in quella direzione: il permanere di un lungo periodo di pace in Europa (anche se non nei Balcani), la fine della guerra fredda, il disarmo bilaterale, lo sviluppo della cooperazione internazionale.
La teologia della guerra, che prima era un discorso articolato sulle condizioni della “guerra giusta” – ingresso in guerra e azioni in guerra – diventava allora una teologia della pace, nella forma apprezzabile, ma parziale, di un’escatologia della pace.
C’era, in questo, una giusta intuizione, dato che la pace è soprattutto un problema di “costruzione”, come recita il testo: “Beati i costruttori di pace”. Poi, però, nei fatti, il discorso sulla “costruzione” in questi anni è rimasto tra le righe, lasciato agli automatismi di una globalizzazione economica che si sperava di per sé pacificatrice.
Oggi sappiamo che c’era, in questa idea, una componente illusoria e una eurocentrica. Perché le guerre non se ne erano mai andate dal mondo. Solo dal ristretto punto di vista dei paesi europei si poteva pensare il contrario, e, in ogni caso, adesso sono ritornate a martellare anche la vecchia Europa. L’aggressione russa all’Ucraina è stata da questo punto di vista un vero e proprio punto di svolta della storia europea.
Non solo, ma le guerre attuali hanno visto componenti rilevanti delle religioni fomentarle fino al punto di celebrarne, come un tempo, la “santità”. Gli etno-nazionalismi sono esplosi, assumendo forme nuove, trovando nelle componenti religiose fondamentaliste e integriste un sostegno, contaminando le stesse Chiese cristiane. Tanto che i conflitti oggi non sono più solo esterni alle religioni, ma si stanno manifestando anche al loro interno. Queste rischiano di diventare un campo di battaglia tra componenti moderate, orientate alla fratellanza universale, che si sforzano di costruire la pace e posizioni oltranziste che assecondano i conflitti quando non li fomentano.
Parallelamente. l’insieme della base materiale su cui le speranze di pace si reggevano (istituzioni internazionali, diritto internazionale, multilateralismo, disarmo concordato ecc.) è andata dissolvendosi, rendendo sempre più improbabili le speranze che si nutrivano un tempo e su cui si reggeva anche quel tipo di riflessione teologica.
I richiami alla pace hanno, perciò, sempre più assunto un tono puramente esortativo (parenetico) e i discorsi sulla guerra e la pace danno spesso l’impressione di nutrirsi di facili semplificazioni intellettuali.
La teologia specifica si è dissolta in un insieme piuttosto vago di esortazioni, incoraggiamenti, ammonimenti, richiami, appelli. Senza che si ritornasse a una riflessione sulla natura e sulle cause delle guerre, sulla debolezza dell’azione condotta dalle religioni per la pace, sulle categorie con cui valutare gli eventi bellici e le reazioni ad essi. Come diceva Giuseppe Trentin già nel 1985: «A forza di parlare di pace, sono venute progressivamente a mancare parole e riflessioni sulla persistente realtà della guerra». Parole e riflessioni ormai lasciate ai militari, gli unici che sembrano preoccuparsene e in grado di parlarne in modo competente.
Di fronte a un quadro internazionale del tutto nuovo, ci si attende perciò dalla teologia morale un contributo nuovo, capace di fare i conti con quanto sta avvenendo, in grado di proporre un approccio rigoroso, che tenga conto del nuovo contesto, permetta giudizi fondati e indichi vie, se non risolutive, dotate di una qualche efficacia, nel breve e nel lungo periodo.
Il documento dell’ATISM
È con queste attese che si legge il documento dell’ATISM, dal titolo Facciamo la pace! Dichiarazione dei teologi moralisti italiani sull’attuale situazione di guerra, pubblicato l’11 marzo 2026. Un documento che, contrariamente al titolo, non sembra purtroppo interessato a misurarsi con il nuovo contesto.
Come osserva Francesco Compagnoni (ex presidente ATISM) in un breve commento, leggendolo viene immediatamente da pensare che poteva essere scritto in qualsiasi momento, oggi come 100 anni fa.
Quella che manca del tutto nel testo è la storia. Non vi è alcun riferimento empirico al contesto attuale e alle sfide che pone. Né si accenna a quei tentativi di ripresa di dibattito che pure ci sono stati. Si vedano a questo proposito gli interventi pubblicati dalla rivista SettimanaNews, o quelli disponibili in Appunti di cultura e politica, del centro Lazzati di Milano, o, infine, gli espliciti tentativi di interloquire con la riflessione etico-teologica proposti nel volume curato da chi scrive. Cf. Castegnaro A. (a cura), Il contributo delle religioni alla terza guerra mondiale, Edizioni Messaggero, Padova, 2025, in particolare negli interventi di Pietro Cognato e di Giuseppe Trentin.
Tono e contenuti dell’appello siglato dall’ATISM danno l’idea che gli estensori siano poco avvezzi al tema e non ne conoscano, se non in termini molto generali, le fattispecie odierne.
È vero – come sostiene la dichiarazione –, si tratta di essere innanzitutto “costruttori”, ma nulla si dice sul come, su cosa i cristiani e le loro Chiese hanno fatto, stanno facendo o non stanno facendo a tal fine. Impossibile non vedere come oggi viviamo proprio il fallimento dei tentativi di costruire la pace su cui ci si è adagiati negli ultimi decenni. E da ciò si dovrebbe prendere le mosse, non limitarsi a riproporre i discorsi di un tempo senza interrogarsi sui motivi per cui non hanno funzionato.
Il documento ricade invece in affermazioni generalissime sulla “guerra”, mentre sarebbe più utile parlare di “guerre”, e fornire elementi che aiutino a leggere i conflitti attuali, perché si tratta di entrare nel merito delle situazioni specifiche, e per questa via aiutare gli attori nello sforzo di capire cosa vorrebbe dire fare la cosa giusta, o almeno quella meno sbagliata.
In alcuni casi, si tratta di argomenti poco convincenti, come quando si allude all’incompatibilità tra l’essere militari e il messaggio cristiano. Un vecchio tema, che non può essere facilmente liquidato, come invece si fa. Sempre? Viene da chiedersi. Anche nel caso di quella che il documento chiama guerra difensiva (ma meglio sarebbe dire “difesa armata”)? E, posto in termini così generali, il discorso non varrebbe anche per i corpi di polizia?
Il testo allude a un concetto – quello di guerra difensiva – imposto dall’aggressione russa all’Ucraina, ma che qui sembra messo dentro a forza, un inciso senza approfondimenti, come se si avesse timore di affrontare apertamente la posizione espressa da qualche teologo che si spinge fino a rifiutare il principio stesso della legittima difesa.
Si ribadisce l’ovvio giudizio sulla guerra “di conquista”, come su quella “preventiva”; si ammette all’estremo la “guerra difensiva”, ma senza sviluppare le implicazioni di ciò e senza chiarire se il giudizio negativo, espresso successivamente, su chi fornisce armi ai belligeranti si applica anche a chi reagisce con la difesa armata; forse, per evitare di entrare in un dibattito che divide gli attori politici italiani e i movimenti per la pace.
Né si discute l’idea di intervento umanitario. Forse perché rifiutato a priori? Non si affrontano le novità: la ricomparsa delle guerre di aggressione, se questo non richieda di tornare ad approfondire le domande che le guerre ponevano in passato alla teologia e alla filosofia morale.
Non si dice nulla su quello che nel dibattito corrente viene chiamata “guerra giusta”, eventualmente per superare un concetto che si presta a interpretazioni ambigue, ma i cui tratti descrittivi stanno di fatto riapparendo anche tra le righe dei messaggi magisteriali e nelle prese di posizione della diplomazia vaticana, senza però chiarificazioni e approfondimenti metodologici.
La questione, del resto, non è interpellarsi sull’esistenza o meno di una guerra giusta, ma di interrogarsi sui soggetti che la fanno e la subiscono perché è su di loro che si applicano i giudizi morali e non sulla guerra in sé. La guerra non è un soggetto dell’agire, non ha una personalità morale, ma è un oggetto di decisioni umane.
La parola “forza”, nella distinzione tra armata/non armata, non viene mai usata. Non ci si pone perciò la domanda vera che riguarda il quando, in quale circostanza, come e perché l’uso della forza è proibito, è cioè male (guerra) oppure lecito e a livello politico istituzionale doveroso, cioè bene (auto-difesa o difesa del terzo aggredito non in grado di difendersi).
Sarebbe opportuno a questo proposito rileggere un non tanto vecchio intervento dell’allora card. Ratzinger in occasione del 60° anniversario dello sbarco in Normandia (4 giugno 2004): «Se mai si è verificato nella storia un bellum justum è qui che lo troviamo» (…) perché gli Alleati operavano «anche per il bene di coloro contro il cui Paese era condotta la guerra».
Il documento, sotto il profilo metodologico, procede invece alla ricerca di rassicuranti affermazioni generali che permettano di fondare giudizi validi sempre e universalmente, implicitamente rifiutando quell’approccio etico normativo, che richiede l’approfondimento del contesto, la valutazione comparata dei valori in gioco, la considerazione del maggior bene possibile o del minor male praticabile. Non si dice nulla della necessità di capire il contesto per esprimere giudizi e formulare norme valide in situazione.
Cause, specificità del contesto bellico, evoluzione delle forme della guerra oggi sono aspetti non citati: ad es., guerra asimmetrica, difficoltà della distinzione tra militari e civili, fruibilità del concetto di proporzionalità, funzione della deterrenza, sua eventuale sostenibilità o non sostenibilità oggi, prospettive del disarmo e del riarmo, ritorno in forme diverse della questione nucleare, implicazioni delle nuove tecnologie belliche, efficacia delle forme non violente di azione.
Insomma l’ATISM ha svolto il suo compitino sperando nella sufficienza e senza esporsi. Difficile pensare che il documento in questione sia in grado di riassumere tutta la ricchezza della riflessione della teologia morale italiana e che tutti i teologi moralisti concordino con l’impostazione e il metodo dell’appello.





