
«Di fronte a situazioni tanto diverse – scriveva Paolo VI nel 1971 – ci è difficile pronunciare una parola unica e proporre una soluzione di valore universale. Del resto, non è questa la nostra ambizione e neppure la nostra missione. Spetta alle comunità cristiane analizzare obiettivamente la situazione del loro Paese, chiarirla alla luce delle parole immutabili dell’evangelo, attingere principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive di azione nell’insegnamento sociale della chiesa, quale è stato elaborato nel corso della storia, e particolarmente in questa era industriale» (Octogesima adveniens, n. 4).
Il brano di Paolo VI mi è ritornato in mente leggendo il Brief for United States Conference of Catholic Bishops and Catholic Legal Immigration Network, Inc. as Amici Curiae (se ne è parlato qui su SettimanaNews). Si tratta di un ricorso ufficiale della Conferenza Episcopale Cattolica degli USA all’Alta Corte statunitense (per noi italiani sarebbe la Corte Costituzionale) nella forma di testo che va sotto il nome di Amici Curiae («amici della corte»).
Esso è un testo preparato da un «amico», cioè un soggetto terzo, non parte in causa, a supporto di una richiesta di pronunciamento alla Corte su una particolare legge. Il soggetto «amico» offre volontariamente pareri o informazioni specialistiche per aiutare il giudice a risolvere controversie complesse.
Tipico dell’aerea anglosassone, cioè della common law, esso è ammesso anche in Italia (Corte Costituzionale) per fornire opinioni scritte.
Il ricordo all’Alta Corte presenta tre rilievi importanti, nell’alveo del magistero sociale cattolico, che sono:
- I Vescovi e il Catholic Legal Immigration Network, Inc. si pongono come soggetti sociali che sentono di appoggiare una richiesta di pronunciamento su una legge che sta procurando tensioni e danni a livello familiare, sociale, ecclesiale e politico. Si tratta dell’Executive Order14,160, emanato dal Presidente Trump il 29 gennaio 2025 con il quale si nega la cittadinanza ai bambini la cui madre è «illegalmente presente» o ha uno status «temporaneo» e il cui padre non è cittadino statunitense o residente permanente legale.
- I Vescovi e il Catholic Legal Immigration Network, Inc. offrono questo documento sia come cittadini che come credenti cattolici, ovvero presentano le motivazioni giuridiche, filosofiche e teologiche nell’opporsi alla disposizione presidenziale.
- I Vescovi e il Catholic Legal Immigration Network, Inc. si esprimono dopo un discernimento serio e approfondito, della dottrina giuridica e di quella cristiana, come anche della situazione sociale ed ecclesiale che si sta configurando.
Il brano di Paolo VI, allora, costituisce, molto probabilmente il primo riferimento cardine del loro intervento: la comunità cattolica statunitense sente il dovere di «analizzare obiettivamente la situazione del loro Paese, chiarirla alla luce delle parole immutabili dell’evangelo, attingere principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive di azione nell’insegnamento sociale della chiesa», come succitato.
Non è facile nel mondo trovare un’intera Conferenza Episcopale cattolica che si rivolge all’Alta Corte per difendere gli immigrati. Molte volte non si superano i semplici appelli o lettere, di alcuni vescovi, qualche volta di interi episcopati, che certamente sono la ferma manifestazione contro politiche discriminatorie, ma che sarebbero più complete se fossero intraprese ricordandoci che non siamo solo credenti in un Paese, ma anche cittadini del Paese in questione.
Nel merito il documento, nelle sue 29 pagine (qui si può scaricare e leggere il testo originale inglese), si snoda su passaggi dottrinali, civili e teologici, il cui solo titolo rappresenta una precisa sintesi. Li elenco solamente, non avendo, in questa sede, lo spazio necessario per commentarli:
- I. La tradizione occidentale, la costituzione e gli insegnamenti della Chiesa Cattolica sostengono la cittadinanza per diritto di nascita perché riconoscono la pari dignità di ogni persona umana.
- Smantellare il principio della cittadinanza per diritto di nascita minerebbe sia i fondamenti giuridici che morali della società americana. (…).
In questa parte, a supporto dell’argomentazione, sono citati il XIV Emendamento della Costituzione USA, lo ius soli del diritto romano, il Calvin’s Case presso la corte inglese (1608), vari giudici e autori, documenti delle Nazioni Unite. La conclusione, della parte A, è la seguente:
Questa storia dimostra che la cittadinanza per diritto di nascita non è né un’innovazione né un’aberrazione, ma un principio profondamente radicato nella tradizione giuridica occidentale, che gli Stati Uniti hanno consapevolmente abbracciato e costituzionalizzato sulla scia di un grave fallimento morale e giuridico. (…).
Fondando la cittadinanza sul semplice e oggettivo fatto della nascita all’interno della comunità, la Costituzione afferma che l’appartenenza all’ordine politico non dipende dalla razza o dall’origine nazionale – o da quella dei propri genitori – ma piuttosto solo dall’essere una persona umana nata nella giurisdizione degli Stati Uniti.
Segue poi un ulteriore approfondimento sui seguenti temi:
- La cittadinanza per diritto di nascita è coerente con l’insegnamento fondamentale della Chiesa riguardo alla dignità intrinseca di ogni persona umana. (…).
- La cittadinanza per diritto di nascita è coerente con l’insegnamento cattolico della sussidiarietà. (…).
- L’ordine esecutivo [presidenziale, ndr] è immorale.
- Porre fine al diritto di cittadinanza per nascita nega la dignità e la libertà innate della persona. (…).
- La fine del diritto di cittadinanza per nascita infligge danni alle persone vulnerabili. (…).
- La fine del diritto di cittadinanza per nascita indebolisce e minaccia la famiglia. (…).
In questa parte sono citati diversi passi della Scrittura sull’accoglienza e la tutela degli stranieri e dei migranti (Genesi, Levitico, Isaia, Zaccaria, Vangeli secondo Matteo, Luca e Giovanni, prima lettera ai Corinzi e Galati); i pontefici Leone XIII, Pio XI, Pio XII, Giovanni XXIII, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Francesco, Leone XIV; documenti conciliari e pontifici; il Codice di diritto canonico; diversi autori cattolici, documenti della stessa Conferenza USA.
Anche qui la conclusione merita di essere citata:
L’abolizione della cittadinanza per nascita è priva di fondamento storico, giuridico e morale. Il principio di cittadinanza per nascita è saldamente radicato nella tradizione giuridica occidentale, sancito dal XIV Emendamento e riaffermato dal precedente di questa Corte. È altrettanto radicato negli insegnamenti della Chiesa, che affermano la dignità intrinseca di ogni persona umana, in particolare del bambino innocente. Come cattolici, la nostra fede ci spinge a protestare contro le leggi che negano la dignità della persona umana e danneggiano i bambini innocenti, soprattutto quando tali leggi ripropongono le stesse ingiustizie che il XIV Emendamento è stato promulgato per ripudiare. In sostanza, questo caso non riguarda solo lo status di cittadinanza o il XIV Emendamento. Si tratta di stabilire se la legge affermerà o negherà l’uguale valore di coloro che nascono nella nostra comunità comune, se la legge proteggerà la dignità umana di tutti i figli di Dio. Per queste ragioni, gli amici sollecitano rispettosamente la Corte a respingere l’Ordine Esecutivo e a sostenere il duraturo impegno costituzionale e morale per la pari dignità per tutte le persone nate negli Stati Uniti.
È un documento colto e illuminante, che si pone come monito non solo per figli Stati Uniti d’America, anche per i numerosissimi Paesi che sono sfidati ogni giorno dal dramma delle migrazioni e che spesso, almeno per bocca di alcuni leader politici e di alcune fette della popolazione, ricadono in forme di negazione dei diritti fondamentali, esclusione e razzismo.
Altra è la nostra vocazione come cristiani. È quella, come scrivono i Vescovi USA di essere guidati dalla compassione di Nostro Signore Gesù Cristo. La nostra preoccupazione per il prossimo deriva dal comandamento di Dio di amare gli altri come Lui ha amato noi (Gv 13,35).





