
La vita consacrata sta attraversando un tempo che non assomiglia a nessuno dei precedenti.
Non siamo davanti a una semplice stagione di diminuzione numerica o di chiusura di opere: ciò che sta avvenendo è un cambiamento di volto, un passaggio antropologico e spirituale che chiede di essere ascoltato senza paura.
Le categorie con cui abbiamo interpretato il passato non bastano più, perché oggi emergono urgenze nuove, più radicali, che toccano l’umano prima ancora che le strutture. Queste urgenze non sono problemi da risolvere, ma luoghi teologici in cui lo Spirito continua a parlare. Sono soglie: fragili, esigenti, ma generative. E forse proprio qui, dove tutto sembra incerto, può nascere qualcosa di nuovo.
La vulnerabilità come luogo teologico
La prima urgenza è la più nascosta e la più decisiva: la vulnerabilità. Non quella spiritualizzata, né quella negata, ma quella reale, quotidiana, che attraversa comunità e persone consacrate. Fragilità psicologica, solitudini non dette, stanchezza accumulata, burnout spirituale: non sono eccezioni, ma il nuovo contesto umano in cui la vita consacrata è chiamata a vivere (cf. A. Cencini, Fragilità e grazia, San Paolo, Cinisello Balsamo 2019, pp. 17-41).
Per troppo tempo abbiamo pensato la vita consacrata come luogo di forza, coerenza, stabilità. Oggi scopriamo che è invece luogo di umanità ferita, e che proprio lì può rivelarsi il Vangelo. Un riferimento autorevole e sicuro è H. Nouwen, che mostra come la ferita possa diventare luogo di rivelazione (cf. H.J.M. Nouwen, Sentirsi amati. La vita spirituale in un mondo secolare, Queriniana, Brescia 2020, pp. 11–29).
La vulnerabilità non è un ostacolo alla consacrazione: è il suo grembo generativo. È il punto in cui la vita consacrata smette di essere ideale astratto e diventa carne, storia, verità.
La domanda non è come eliminare la fragilità, ma come abitarla senza esserne travolti, lasciando che diventi spazio di incontro e non di vergogna. Per un fondamento antropologico-teologico solido ci si può utilmente rivolgere a P. Sequeri, L’umano alla prova. Soggetto, identità, limite, Vita e Pensiero, Milano 2002, pp. 103-128.
In questo senso, la vulnerabilità diventa un criterio teologico: misura la qualità evangelica delle relazioni, la maturità delle comunità, la verità della missione. Una vita consacrata che non sa attraversare la vulnerabilità rischia di diventare difensiva, rigida, autoreferenziale. Una vita consacrata che la assume, invece, diventa più umana e più evangelica.
La fine del modello opera-centrico
La seconda urgenza è un terremoto silenzioso: la fine del modello opera-centrico.
Per decenni la missione è stata identificata con le opere: scuole, ospedali, case di accoglienza, parrocchie, istituzioni educative. Oggi molte di queste opere chiudono, si trasformano, sono consegnate. Non è un fallimento: è un passaggio necessario (cf. CIVCSVA, Per vino nuovo otri nuovi, LEV, Città del Vaticano 2017, pp. 25-54).
La missione non può più coincidere con ciò che facciamo. È il tempo di passare dalle opere ai processi, dalla gestione alla presenza, dall’efficienza alla prossimità. Un riferimento certo e autorevole sul tema è T. Radcliffe, Accendere l’immaginazione. Essere vivi in Dio, EMI, Bologna 2021, pp. 49–86.
La vita consacrata è chiamata a diventare leggera, itinerante, capace di abitare gli interstizi della società, non solo le sue strutture. Questo non significa rinunciare alla missione, ma ritrovarne il nucleo evangelico: la capacità di generare vita senza possederla, di accompagnare senza occupare spazi, di essere presenza che apre possibilità.
In un mondo liquido, dove tutto cambia rapidamente, la vita consacrata è chiamata a una presenza altrettanto flessibile e profetica (cf. Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari 2002, pp. 1-32).
E qui si vede il legame con la vulnerabilità: una vita consacrata meno protetta dalle opere è una vita più esposta, ma anche più libera.
Autorità, potere e libertà: una questione non più rinviabile
La terza urgenza è la più dolorosa e la più necessaria: la questione dell’autorità. Gli abusi spirituali, le dinamiche di controllo, le forme sottili di infantilizzazione non sono casi isolati: sono segnali di un immaginario dell’autorità che deve essere ripensato alla radice. Un riferimento autorevole sul tema è la prefazione di H. Zollner in A. Rinaldi, Dalla parte dei piccoli. Chiesa e abusi sessuali, Ancora, Milano 2014, pp. 13-48.
Non basta correggere gli eccessi: serve una conversione dell’autorità. L’autorità evangelica non possiede, non trattiene, non controlla. È generativa, libera, adulta. È capace di accompagnare senza sostituirsi, di guidare senza dominare, di custodire senza soffocare. Un testo sicuro e perfettamente pertinente: A. Cencini, Chiamati per essere inviati. Ogni vocazione è missione, Paoline, Milano 2018, pp. 69–102.
La vita consacrata non può più permettersi comunità che producono dipendenza invece che libertà. La credibilità passa da qui. Per un quadro ecclesiale autorevole cf. CEI, Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili, 2019, pp. 7-26.
Non si tratta solo di prevenire abusi, ma di ripensare la forma stessa della vita fraterna: relazioni non gerarchiche, ma generative; autorità non paternalistiche, ma dialogiche; obbedienza non infantile, ma responsabile (cf. Commissione Pontificia per la Tutela dei Minori, Linee guida per la tutela e la prevenzione, LEV, Città del Vaticano 2020, pp. 5-28).
Anche qui il legame con le altre urgenze è evidente: una vita consacrata vulnerabile e non protetta dalle opere richiede forme di autorità più umane, più adulte, più capaci di generare responsabilità.
La consacrazione nell’era digitale
La quarta urgenza è la più nuova e la più trascurata: la consacrazione nell’era digitale. Il digitale non è un mezzo: è un ambiente antropologico. Cambia il modo di pensare, di relazionarsi, di discernere, di esercitare l’autorità, di vivere la missione (cf. A. Spadaro, Cyberteologia, Vita e Pensiero, Milano 2012, pp. 15-43).
Il digitale modifica la percezione del tempo, la costruzione dell’identità, la qualità delle relazioni. Introduce nuove forme di prossimità e nuove forme di solitudine. Un riferimento certo e contemporaneo: B.-C. Han, Nello sciame. Visioni del digitale, Nottetempo, Roma 2015, pp. 91-112.
Anche il magistero recente invita a riconoscere il digitale come ambiente di vita e di evangelizzazione (cf. Papa Francesco, Christus vivit, LEV, Città del Vaticano 2019, nn. 86-90).
Il digitale, inoltre, mette alla prova tutte le altre tre urgenze: amplifica la vulnerabilità, chiede nuove forme di autorità, apre spazi di missione non legati alle opere.
Conclusione
Queste quattro urgenze non sono un elenco di problemi, ma un invito alla rigenerazione. La vita consacrata non è finita: sta cambiando volto. Il futuro non sarà delle opere, ma delle presenze libere. Non delle strutture, ma delle relazioni sane. Non dei numeri, ma della credibilità. Non della forza, ma della vulnerabilità abitata.
È un tempo difficile, ma anche un tempo di grazia. Un kairós da non perdere. La vita consacrata può ancora dire una parola profetica alla Chiesa e al mondo, se accetta di attraversare questo passaggio non come una sconfitta, ma come una nascita.
- Il testo è stato rivisto e corretto in alcuni dei suoi riferimenti bibliografici il 30 dicembre 2025 alle ore 16.45






Questioni che mi sembrano aperte: esistendo una gerarchia, se anche si notano delle modulazioni nell’ applicazione del principio di autorità, questo sicuramente non verrà meno, e, anche soltanto a quanto si può leggere fin qui, gli spazi che la presente espressione del sentimento del sacro ricerca sono situati in un’ altra direzione. Secondariamente, gli abusi che secondo me, guardando sempre anche solo perifericamente alla situazione di cui sopra, ancor più che sessuali sono di potere: a questo livello si agisce assai negativamente sulle fragilità di qualunque tipo e l’ esercizio di autorità più che sostenere e indirizzare, sul piano spirituale in realtà ottiene solo delle deprivazioni, dalle quali il morale è destinato ad uscire anche più in sofferenza.
Sono stata in una comunita religiosa per 24 anni, poi ho ho chiesto l’indulto. La Vita Consacrata è il mio stile di vita, una chiamata nella chiamata, ho deciso di continuare la mia consacrazione in forma privata ovvero sia nella mia parrocchia, ho infatti 25 anni di vita consacrata vissuta. Il fatto che non appartenga più ad una comunità non diminuisce la consacrazione, non appartengo ad una Istituzione se non alla mia parrocchia, non ho una superiora e questo non vuol dire che non viva in modo consono la vita a cui sono stata chiamata. Non diminuisco la vita religiosa, ho sempre un grande rispetto ma è bene che le consacrate laiche che non hanno nessun beneficio dalla Istituzione fioriscano e non rimangano nascoste. Io sono felice di rendere il 100% nella mia consacrazione. Ho delle qualità pastorali che ho riscoperto fuori della comunità o raforzzato nella formazione. Credo fermamente che con la mia consacrazione privata posso rendere molto di più, certo mon ho puntindi riferimento a livello gerarchico se non il mio parroco e i sacerdoti che mi guidano, ma so che il Signore materra ferma la mia vocazione e la mia fede. Ovvio che i motivi per ho lasciato la vita religiosa sono molti ma nessuno dei motivi è grave per cui vivo serenamente e la mia consacrazione servendo il Signore nella pastorale.
Molto interessante e pertinente, sto facendo un percorso che si arricchisce di questa analisi
Io trovo molto più preoccupante la carenza di medici e infermieri; se scarseggiano consacrati non è un grande problema.
Infatti è quello che dice l’autore all’interno dell’articolo: non è un problema di numeri e di quantità
Caro non credete… sono proprio cose legate profondamente perché come saprai l’assistenza infermieristica è nata negli ospizi dei monasteri e praticata da religiose… poi solo a fine ottocento sono iniziate le prime figure di infermiere laiche…..fino a quasi far scomparire le religiose negli ospedali… ed ecco la crisi… chi è che oggi come oggi ha voglia di sacrificare la sua vita con una professione come questa?? che non ha giorni festivi, che veglia di notte, che si mette a servizio di altre persone, anche di quelle scorbutiche e impazienti??? pochissimi credimi e saranno sempre meno italiani e più stranieri. Abbiamo perso il senso del sacrificio…
La vita consacrata e’ sempre meno scelta ,sempre meno sono le vocazioni . Cio’ dipende dalla sua sua stessa definizione “con-sacrata” ,cioe’ dedicata al Sacro. Una volta posto il materialismo storico e l’ evoluzionismo come assioma alla base di tutta la nostra societa’ e assimilato anche dalla Chiesa non esiste piu’ alcun sacro, alcun “fuori dal mondo ” alcun Eterno . Esiste solo il tempo lo spazio la materia , i mutamenti , lo scorrere e il variare di processi puramente materiali e meccanici .
Analisi socio-psicologica che non porta a niente e trascura il motivo principale del “disastro” al quale stiamo assistendo da anni.
La colpa non è dei cascami del post ’68, né della rivoluzione della sessualità ad esso collegata, né dei frutti insani dell’Illuminismo.
Tutto attiene al fatto che nella nostra società occidentale e infarcita di relativismo il Cristo è stato “banalizzato” e “degradato” da Dio a semplice maestro di etica.
Chi è disposto a dedicare la propria vita a un semplice Uomo, per quanto splendido e fuori dal comune?
Le gerarchie ecclesiali degli ultimi anni hanno colpe gravissime in questo e la discesa verso l’abisso dell’abiezione sembra inarrestabile.
Quella di padre Maurizio non è solo una sorta di analisi socio-psicologica. Io appartengo ai germogli della nuova vita consacrata come padre Maurizio la prospetta, con tutta la fatica necessaria ad un cambiamento radicale. Chi guarda dall’interno, si accorge dell’evoluzione non percepibile da fuori.
Quando la terra si muove in profondità, chi sta in superficie si accorge del terremoto solo dopo che è accaduto, e ne vede solo gli effetti disastrosi, ma la terra continua ad essere in movimento, sempre.
La Chiesa è guidata dallo Spirito, prima che dalle gerarchie. Non dimentichiamo che al momento
della crocifissione, agli occhi umani sembrava aver fallito persino Dio, solo perché non lo riconoscevano. Fede è credere che la vita consacrata sta rinascendo in modo diverso, e che la vittoria è dello Spirito.
Buon anno nuovo
Vania Azzarelli
Non è una analisi socio-psicologica, ma la constatazione di un cambiamento che esiste, è reale ed in atto ora.
L’ autore prende in causa quattro istanza che secondo lui sono la causa del cambiamento in atto e ne cità letture e fonti da cui trae l’ idea che espone.
Se poi per “disastro” intendiamo che Cristo è inteso come solo un uomo fuori dal comune… Non credo sia il caso visto che si parla di vita consacrata, ciòè di persone che per quell’ uomo Cristo hanno speso tutta la loro vita, quindi non comprendo cosa c’entri. Si vuol credere che la vita consacrata sia morta perchè nessuno crede più, liberi di farlo ma non è vero, semplicemente cambia volto. invece di avere Ordini, istituti religiosi ecc… abbiamo altri nomi, ma la sostanza è quello della chiamata, Se Dio chiama non chiama a vuoto, finche Dio è con noi ci sarà sempre qualcuno che lo segue anche se sono quattro gatti.
Articolo interessante: tentativo di risposta all’attuale situazione di crisi dell’esperienza ecclesiale e non semplicemente di quella della vita consacrata. Confidiamo nel Signore sempre.
Trovo questo articoletto interessante. Mi sia concesso ricordare una bellissima pubblicazione sulla vita consacrata firmata dal compianto Lafont: https://iltuttonelframmento.blogspot.com/2019/07/professione-monaco.html.