XXVIII Per annum: “Vieni. Seguimi”

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«Che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?»

Tutti più o meno consapevolmente siamo alla ricerca della “vita”, di una vita più piena, di un “senso”, cioè di un valore capace di riscattare anche le nostre esperienze più frammentate e sofferte, segnate dalla precarietà e dal limite. Mantenere aperta la ricerca è il primo atto di fede, di apertura, di preziosa disponibilità, rispetto a una possibilità di vita autentica, che ci interpella. Questa ricerca si manifesta anche nell’inquietudine, nella “sete”, nella nostalgia.

L’assenza di domanda o di indagine è già rinuncia disperata a un possibile “di più”, solitamente per paura. Nel cammino, questa si mostra in forme diverse, ma in qualche modo imparentate.

Il primo pericolo da fronteggiare è quello del disimpegno fideista (l’“oppio dei popoli”), un rinvio di responsabilità, in forza del quale occorre lasciar perdere il presente e “aspettare” un futuro in grado finalmente di apportare il cambiamento sospirato. Tale rinvio postula una totale discontinuità dell’eventuale futuro col presente, come se questo non dipendesse da qualche nostra azione, oltre ad una sostanziale estraneità tra l’ideale (davvero “utopico”, senza luogo di possibilità) e il reale, irrimediabilmente ferito dall’incompiutezza e quindi dalla contraddittorietà.

«Tutte queste cose le ho osservate…»

Un altro rischio, ugualmente nemico della “vita”, è quello di chiudersi in una cinica rassegnazione, sovente spacciata come cifra distintiva della maturità, capace di congedare gli ideali e le loro stressanti esigenze, per ammantarsi di una compiaciuta aurea mediocritas: in realtà, questo moralismo perbenista finisce per accontentarsi della propria misura, già raggiunta o presunta, fatta dei “trofei” personali, esibiti a se stessi, innanzi tutto, come prove della propria soddisfazione esistenziale: «“Ti ringrazio, o Dio, che non sono come gli altri uomini…», pregava “tra sé” il fariseo del Vangelo (Lc 18,11). Questo accontentamento disperato, con il quale si rifiuta il fascino della trascendenza, è una forma di autocondanna: «Hanno già ricevuto la loro ricompensa» (Mt 6,2)…

«Per fare il bene, bisogna conoscerlo…»

Il ritratto di Donna Prassede, che il Manzoni offre al capitolo XXV dei Promessi Sposi, pur nel suo eccesso caricaturale, è una rappresentazione fine, sensibile ed efficace di questa povertà interiore, frammista di presunzione e di ignavia: «Era donna Prassede una vecchia gentildonna molto inclinata a far del bene: mestiere certamente il più degno che l’uomo possa esercitare; ma che pur troppo può anche guastare, come tutti gli altri. Per fare il bene, bisogna conoscerlo; e, al pari d’ogni altra cosa, non possiamo conoscerlo che in mezzo alle nostre passioni, per mezzo de’ nostri giudizi, con le nostre idee; le quali bene spesso stanno come possono. Con l’idee donna Prassede si regolava come dicono che si deve far con gli amici: n’aveva poche; ma a quelle poche era molto affezionata. Tra le poche, ce n’era per disgrazia molte delle storte; e non eran quelle che le fossero men care. Le accadeva quindi, o di proporsi per bene ciò che non lo fosse, o di prender per mezzi cose che potessero piuttosto far riuscire dalla parte opposta, o di crederne leciti di quelli che non lo fossero punto, per un certa supposizione in confuso, che chi fa più del suo dovere possa far più di quel che avrebbe diritto; le accadeva di non vedere nel fatto ciò che c’era di reale, o di vederci ciò che non c’era; e molte altre cose simili, che possono accadere, e che accadono a tutti, senza eccettuarne i migliori; ma a donna Prassede, troppo spesso e, non di rado, tutte in una volta».

«Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia…»

La vita che il Vangelo chiama “eterna” è in realtà quella che non passa, che “rimane”, che esercita il suo fascino in modo continuo, che cresce con noi ed è in grado di mostrarci sempre un “oltre”, perché possiede e ci comunica la “misura” di Dio: «Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio» (Lc 6,38).

In altre parole, essa ci svela, al tempo stesso, non solo il carattere trascendente che la chiamata di Dio conferisce alla nostra esistenza, ma anche la grandezza di quanti amiamo, a prescindere dai loro limiti e dai loro meriti e, infine, la dignità di ogni essere umano, riscattandone il valore dalle ambiguità delle contingenze e delle peripezie.

In questo senso, la vita “eterna” non arriva “dopo”, ma è la benedizione che porta nel presente l’esperienza della grazia, con la sua promessa di pienezza, al di là dei nostri limiti.

«Maestro buono… Uno solo è buono!»

È interessante che quest’uomo per la sua ricerca si fosse rivolto a Gesù, chiamandolo “maestro buono”. Gesù gli mostra subito, senza alcuna gelosia, il segreto della sua propria vita, indirizzandolo a Colui che soltanto può essere sorgente perenne di valore e di significato, cioè di bene: l’unico davvero buono, l’unico che è tutto e soltanto buono, il Padre. L’orientamento verso Dio, il Padre, costituisce per Gesù il senso profondo dell’esistenza, ne è la motivazione e il progetto. Attraverso il Padre e la sua volontà di salvezza (Gv 3,16s; 6,38-40), Gesù legge la propria vicenda, il proprio cammino, il proprio traguardo (Gv 13,1). È il suo cibo (Gv 4,34), la sua forza (Gv 8,16; 16,32).

Gesù vuole rimanere connesso a questa fonte di energia positiva che è il Padre, e condividere questa ricchezza: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva. […] Chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv 4,10.14).

«Quale grazia avete?»

Se l’avvertimento matteano («quale ricompensa [misthòs] vi è dovuta?»: Mt 5,46) si conclude con la valutazione che nulla è “sovrabbondante”  (perissòs) in quanti amano solo quelli che li amano, l’esortazione di Luca forse è da rendere meglio come un interrogativo a proposito di quale grazia ispiri il nostro amore e il nostro dono. Si tratta infatti, con più coerenza di pensiero, di un discernimento sulla sorgente del nostro amore e del nostro impegno, più che sulle pretesa di un riconoscimento non dovuto…

«Se amate quelli che vi amano, quale grazia avete (pòia hymìn chàris estìn)? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale grazia avete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale grazia avete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,32-36).

«Una cosa sola ti manca… Vieni! Seguimi!»

Con la meta, Gesù indica all’uomo anche la via (cf. Gv 14,6): la misura di totalità che viene dalla libertà interiore, la disponibilità a un dono intero di sé stessi a questo Bene infinito che è il Padre. Questa libertà esige di non essere limitata da alcun attaccamento, frutto della paura: paura di perdere, di soffrire o di morire… Come a dire che l’unico modo di possedere davvero il tesoro che nessuno ci può togliere è quello di essere radicalmente poveri: poveri non perché privi di qualcosa, ma perché liberi dai propri idoli, liberi da sé stessi.

Questa “totalità/ libertà/povertà” è il modo di vivere di Dio, che Gesù assume come propria paradossale sapienza: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo» (Mt 13,44). È pure la sapienza dei suoi discepoli (Mc 10,28), di Paolo di Tarso (Fil 3,8-10) o di Francesco di assisi («Mio Dio e mio tutto!»).

Come può arrivare a godere del tesoro che è Dio – si chiede Gesù – chi non riesca a spogliarsi di sé stesso, relativizzando (e quindi consegnando, facendone dono) il proprio valore, subordinato per scelta a ciò che si è scoperto come “l’Unico buono”?

Questo atto rischioso della fede è a sua volta dono affascinante, che ispira e trascina, senza toglierci consapevolezza e identità, fino a diventare veramente nostro: così anche quello che ci è impossibile per i nostri limiti, Dio lo realizza diventando lui il nostro tutto.

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