Vescovi USA e coerenza eucaristica: si proceda

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Nei giorni scorsi sono successe cose importanti negli Stati Uniti per ciò che riguarda il cattolicesimo. La decisione della Corte Suprema che ha dichiarato incostituzionale la decisione dell’amministrazione comunale di Philadelphia di escludere i Servizi sociali cattolici (SSC) della diocesi locale dalle associazioni che operano nell’ambito degli affidi temporanei di minori che sono in carico al sistema pubblico – questo a motivo del rifiuto del SSC di considerare coppie omosessuali quali famiglie affidatarie.

La sentenza è stata unanime e redatta dal presidente della Corte Suprema Roberts, accompagnata da alcune opinioni favorevoli di altri giudici della Corte. Su di essa meriterà probabilmente di tornare, soprattutto per non fermarsi nel giudizio a livello di quanto abbiamo letto sulla stampa italiana – tipo “la religione prevale sui diritti LGBT”.

Titoli accattivanti, certo, ma anche semplicisti – perché non di prevalenza si tratta, ma di eccezione (tra l’altro già necessariamente prevista dagli statuti comunali per i contratti di associazioni con la città per operare nell’ambito degli affidamenti, non concessa quando il SSC ne ha fatto richiesta) e di accomodamento.

Tra l’altro, nella lettura mediatica strettamente politica fatta della sentenza della Corte mi sembra sia mancata, almeno in prima battuta, qualsiasi riflessione sull’inversione del rapporto tra diritti fondamentali e diritti particolari che vengono generalizzati attraverso lo strumento legislativo (e sempre più sovente anche mediante quello giuridico delle sentenze delle corti).

L’altro momento importante è stata l’Assemblea plenaria dei vescovi statunitensi, tenutasi in streaming per ottemperare alle misure di sicurezza ancora necessarie stante la pandemia. Qui non solo l’informazione, ma anche l’assemblea stessa è stata polarizzata dalla questione del documento dottrinale sulla coerenza eucaristica – la cui stesura è stata poi approvata in sede di votazione con circa tre quarti delle voci a favore.

Quello che inciderà a lungo sulla Conferenza episcopale non è tanto l’eventuale documento finale che, come ha mostrato un dibattito decisamente scomposto e dai toni spesso aggressivi, sarà un testo ad personam (Biden) inerente più la sfera politica che quella della dottrina – come hanno annotato osservatori interni del mondo ecclesiale statunitense.

Il segno lasciato da questa assemblea è piuttosto quello della dismissione della collegialità episcopale di una Chiesa locale come luogo di dialogo teso all’edificazione di un’unità complessiva del cattolicesimo americano. Si è di fatto rinunciato a essere una Chiesa, sdoganando una divisione evidente come la giusta posizione dei vescovi non solo nella società statunitense, ma anche (e forse soprattutto) nei confronti della Chiesa cattolica globale (ossia, papa Francesco).

Da questa assemblea la Conferenza episcopale ne esce mondanizzata, completamente omologa alla società americana, e sostanzialmente anti-democratica (contro una sua lunghissima tradizione che, almeno fino al Vaticano II, l’aveva resa sospetta a Roma). Non sono due belle notizie, anzi.

La mondanizzazione la si può cogliere sia nel lessico che ha accompagnato un dibattito arruffato e attraversato da una forte carica di aggressività, sia dal modo in cui esso si è svolto – laddove la presidenza ha lasciato che ci si attestasse a livello della messa in questione delle ragioni dei vescovi che chiedevano una dilazione del tema alla prossima Assemblea che si terrà in presenza, allontanandosi così dal tema oggetto del dibattito stesso (atteggiamento che in passate stagioni non era tollerato all’interno della Conferenza episcopale).

L’uscita dal codice democratico la si può cogliere nella mancanza di volontà di larga parte del corpo episcopale di pensare la Conferenza come luogo di negoziazione, mediazione e composizione delle differenze, in vista del raggiungimento di una posizione unitaria dei vescovi nella vita delle comunità cristiane e di quella della nazione.

Nel passato, questa attitudine democratica aveva permesso alla Conferenza episcopale americana di arrivare a documenti che rimarranno nella storia – non solo del paese. Oggi, quei tempi, non sono solo distanti anni luce, ma sembrano non essere mai esistiti. E non che allora tra i vescovi americani regnasse un’armonia paradisiaca o ci fosse un’omologazione totale – anzi. Di essi, comunque, si è persa ogni traccia.

A fine Assemblea si accentuano non solo i dissidi interni al corpo episcopale americano, dove anche i più pazienti non sembrano avere né ragioni né possibilità reali per lavorare a una ricomposizione quantomeno decente del clima interno, ma anche le tensioni con il Vaticano – che aveva chiesto pazienza e, soprattutto, di preservare almeno un minimo di unità visibile (a quella reale credo si sia rinunciato da tempo).

L’imporsi della volontà di una maggioranza non fa sempre bene alla società, perché oramai non si governa più in suo nome ma in quello di una parte che vuole portare a casa tutto. Di sicuro non farà bene alla Chiesa statunitense.

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Un commento

  1. Gian Piero 21 giugno 2021

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