Cristina Campo: la disciplina della gioia

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gioia

A distanza di poco meno di cinque anni dal Convegno fiorentino del 25 marzo 2017 dedicato a Cristina Campo (all’anagrafe Vittoria Guerrini, Bologna, 29 aprile 1923 – Roma, 10/11 gennaio 1977) nel 40° anniversario della morte, è uscito nel dicembre 2021 il volume degli Atti che raccoglie testimonianze, numerosi contributi critici e un epistolario inedito.

Opportunamente, in vista del prossimo centenario della nascita, questo volume apre prospettive nuove di indagine sull’opera campiana, anche perché, se è vero che per lunghi anni soprattutto i testi poetici parevano uno scrigno imperscrutabile, tanto che della poesia liturgica non si trovavano note di lettura o commenti adeguati sotto il profilo dell’ermeneutica testuale, ultimamente la letteratura critica è come fiorita anche a questo riguardo.

La lezione della gioia

Tuttavia le riflessioni virano frequentemente sugli aspetti già ampiamente esplorati, come l’attenzione, la perfezione, la bellezza, con un approccio di ordine estetico talvolta estetizzante. Mentre, in realtà, c’è come un fervore, una sollecitudine, o persino, potremmo altrimenti dire, una latente ilarità nella Campo che, nonostante la sofferenza della malattia congenita, tutte queste per incanto comprende – attenzione perfezione bellezza –, poiché attinenti a questa disposizione interiore che si rivela come dono perseguìta come ascesi, o come “disciplina”, una sorta di categoria spirituale:

«Ah, questa lezione della gioia, della sacra, intangibile gioia, che nemmeno il Toro e l’Ariete (ed è tutto dire!) riescono mai a imparare compiutamente! Chi ci insegnerà la disciplina della gioia, i suoi meravigliosi catechismi? Chi ci rivelerà la gravità estrema, il suo valore di comando quale è pure uscito dalla bocca del Verbo: “La vostra gioia sia piena”? Bisognerebbe scrivere su questo; presto, molto presto e sempre di nuovo».[1]

L’attenzione, come la perfezione, o come la bellezza, hanno presto catalizzato l’interesse della critica anche perché preziosità e, al tempo stesso, precisione della forma espressiva colpivano per la novità di una parola che si avvertiva criptica, se non ermetica, mentre si trattava semplicemente di decodificare l’ipotesto che fondava il discorso, ovvero i Vangeli, in particolare il quarto, ma anche l’Apocalisse, il Cantico dei cantici, i Salmi, e poi in sostanza tutta la sacra Scrittura.

E questa prospettiva della gioia, giustamente messa a fuoco nel convegno del 2017 – richiamata in apertura da parte delle curatrici, dalla lettera (sopracitata) inviata all’amica Margherita Pieracci Harwell in data 4 dicembre 1975 – dischiude tutta la dimensione interiore, una tensione spirituale e umana che si fa preghiera e testimonianza.

La parola e la scrittura, più che esperienza meramente letteraria, tendono a questo. I testi sacri e il Memoriale che li porta a compimento dischiudono quella perfezione della Bellezza “altra” che è la fonte stessa della gioia, nell’“attenzione” (in senso etimologico) che si dispiega nel gesto del protendersi, dell’inchinarsi, dell’offerta di sé. Perciò le poesie – e soprattutto quelle liturgiche – rappresentano un’opera letteraria di altissimo significato, in quanto tali un unicum nel panorama novecentesco non solo italiano.

Il volume degli Atti si apre con le testimonianze di Gaetano Paolillo e di Giuseppina Cardillo Azzaro, due amici che hanno condiviso momenti di vita indimenticabili.

Se, per la lettura delle poesie liturgiche, e particolarmente delle postume restano imprescindibili – oltre alle note dell’autrice scrupolosamente riportate da Margherita Pieracci Harwell nei volumi Adelphi da lei curati[2] –, le Lettere a Rodolfo Quadrelli[3] e quelle a Ernesto Marchese, insieme alle memorie e alle testimonianze dello stesso Marchese,[4] i ricordi di Paolillo e Azzaro aggiungono ora tasselli preziosi nella ricostruzione di questa vicenda biografica e letteraria straordinariamente affascinante.

Paolillo, che si autodefinisce «chimico metallurgico», frequentava le lezioni di Elémire Zolla al Magistero di Genova. Conobbe, per suo tramite, Vittoria Guerrini al Giardino Riviera di Nervi dove la coppia alloggiava e, del primo incontro, ricorda come, da poco, avesse letto con ammirata commozione, dalle pagine di Conoscenza Religiosa (3/1969), Missa Romana (1969), per cui si era procurato anche le precedenti pubblicazioni riportate nella scheda bibliografica. La conversazione, avviata sulle preferenze letterarie condivise, all’insegna della fiaba, iniziò a un’amicizia fedele e indistruttibile che gli aprì le porte della casa sull’Aventino:

«Di solito mi riceveva Zolla […]. Cristina ogni tanto usciva dalla sua camera. A causa dei suoi problemi di salute o della veglia notturna passata a leggere e scrivere, la mattina si alzava molto tardi, provata dalle sofferenze fisiche o dalla fatica. Talvolta, per non alzarsi, ci riceveva nella sua camera, un piccolo tempio costellato di icone, di immagini sacre tra cui una riproduzione del Santo Volto di Edessa. Sopra la spalliera del letto era appeso un crocifisso ortodosso in ottone smaltato che le era stato regalato al Russicum, dove lei tutte le domeniche si recava a seguir la Messa celebrata in rito bizantino-slavo e dove spesso l’accompagnavo con l’auto».[5]

La testimonianza di Giuseppina Cardillo Azzaro, sinora inedita, risale al 14 maggio 2012, nell’occasione di un’intervista rilasciata a Roma a Giovanna Scarca, della quale aveva letto con partecipe attenzione la monografia Nell’oro e nell’azzurro. Poesia della liturgia in Cristina Campo (Àncora, Milano 2010).

Liturgia

È sempre Zolla il tramite della conoscenza tra le due: «Elémire Zolla mi ha fatto conoscere Vittoria nel 1968 […]. Partecipavamo insieme alle celebrazioni liturgiche, dapprima nella Chiesa di S. Girolamo della Carità, dove il celebrante era monsignor Renato Pozzi, un santo sacerdote».

Per mons. Pozzi, con il quale dalle lettere a John Lindsay Opie emerge una frequentazione non occasionale,[6] Vittoria Guerrini scrisse la fulgida memoria L’uomo del sacrificio, uscita anonima a qualche mese dalla morte.[7]

«Dopo la scomparsa di Padre Pozzi nell’estate 1973, abbiamo iniziato a frequentare la chiesa di S. Antonio all’Esquilino, presso il Collegium Russicum. Partecipavamo alla Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo, il rito della Chiesa indivisa del primo millennio, ancora oggi celebrato dalle Chiese cattoliche di rito orientale e dalle Chiese ortodosse. S. Antonio all’Esquilino era in quegli anni molto frequentata dai cattolici, la chiesa era piena di fedeli e l’assemblea era molto fervorosa».

In realtà, già nel 1966 è attestata la partecipazione alla Divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo che si celebrava in Sant’Antonio all’Esquilino – si veda in tal senso la lettera a Rodolfo Quadrelli del 26 dicembre 1966[8] –. Ma alla Cardillo Azzaro Cristina raccontò di un’esperienza di Dio, «un contatto particolare durante una processione, un’acme nel suo cammino spirituale di donna battezzata e cristiana. Il quel momento Zolla le fu vicino con amore, questo provocò in loro una metanoia, una scelta di castità e insieme diventarono molto belli. Lei diceva che Elémire era un arcangelo che sapeva condurre una battaglia. Erano impegnati in una crescita comune, entrambi brillavano per agilità mentale, apertura intellettuale e la loro ricerca non aveva nulla di accademico.

Poi però l’intesa nella coppia si incrinò: lei amava profondamente la Chiesa, pur amareggiata dalle riforme del Concilio. Lui se ne distaccò per orientarsi verso un sincretismo che lei, lucidamente intravvisto, non poteva condividere. Ma Giuseppina Cardillo Azzaro sottolinea il ruolo storicamente importante svolto dalla Campo in ambito ecumenico, in particolare nelle relazioni tra le Chiese latina e ortodossa, non ancora riconosciuto.

In perfetta corrispondenza con queste testimonianze che aprono il volume, si colloca in chiusura, a cura di Alessandro Giovanardi, la corrispondenza sinora inedita con John Lindsay Opie, che copre un arco temporale di due anni – maggio 1968 – 21 novembre 1970 – permettendo una migliore comprensione dello smarrimento suscitatole dalla riforma liturgica col Novus Ordo Missae, dell’intenso lavoro di rilettura dei documenti della tradizione, dell’impegno profuso per costituire un fronte di opposizione che soprattutto inizialmente adunò numerosi intellettuali e noti religiosi.

I due capitoli centrali del volume, contenenti contributi afferenti ad aree di studio diverse, compongono un profilo dell’autrice poliedrico ma profondamente unitario, un volto umano di raro spessore spirituale oltre che culturale, straordinariamente vivace, vivo e vitale, mostrando la ricchezza delle frequentazioni letterarie, culturali e umane e un’attualità del pensiero anche e proprio là dove, a una valutazione di superficie, la Campo può apparire una figura “tradizionalista” votata a una certa intolleranza.

E dunque non per esimersi da un tentativo di sintesi (per quanto meravigliosamente complessa sia ogni opera e, anzi, ogni pensiero campiano), ma non potendo per ragioni di spazio ripercorrere nei limiti di una recensione il tracciato di ciascuno degli studiosi presenti nel volume senza impoverirne argomentazioni e articolazione, si può fare proficuamente riferimento ai titoli dei capitoli e dei sottocapitoli per figurarsi il concerto d’insieme, poiché l’organizzazione sintagmatica dei contributi e la titolazione anche dei paragrafi, nella fedeltà ai contenuti, anticipano con cristallina chiarezza le argomentazioni sviluppate nel discorso delineando nitidamente il quadro d’insieme degli approfondimenti proposti: di José Tolentino Mendonça, L’avventura immensa del credere: una lettura di Cristina Campo (articolato nei sottocapitoli: L’inattualità come via spirituale, Quanto più liturgico, quanto più poetico e più vero, Ricostruire l’icona); di Sauro Albisani, Contemplata tradere. Frammenti per Cristina (L’ascesi dell’attenzione, Non io ma il Cristo in me, L’innocenza riconquistata, Come il giunco, Stare in pensiero, L’ablazione dell’io, La scrittura è preghiera, Necessità della bellezza, In principio era la gioia, La sinopia della parola); di Giuseppe Goisis, Andrea Emo, Simone Weil e Cristina Campo: alcune riflessioni (Campo ed Emo, Fra Campo ed Emo appare Simone Weil, “L’ Iliade poema della forza” e “Venezia salva”, “L’attesa di Dio”: nell’evidenza del mistero, “Elegia di Portland Road”); di Luca Maccaferri, Cristina Campo e la scrittura eloquente: verità e simbolo in “Parco dei cervi” (Prologo: lo statuto celeste dell’ars poetica, Cristina Campo e la scrittura estatica, Analisi testuale di “Parco dei cervi”, Epilogo: per una carta di una geografia interiore); di Maria-Josep Balsach, Arte e visione in Cristina Campo e Maria Zambrano (La donatrice di Cristina Campo, La “Santa Barbara” di Maria Zambrano, Fiorentinità dello sguardo, Pittura e trascendenza, Attenzione e visione); di Piero Mazzucca  – con cui si apre il terzo capitolo del volume  – , Cristina Campo tra pseudonimi e anonimato (I tanti nomi di Vittoria-Cristina, Nomi e maschere, L’anonimato, Cristina Campo e i suoi autori).

Seguono il contributo di Arturo Donati – filosofo e poeta che ha fondato e gestisce il sito www.cristinacampo. it, divenuto punto di riferimento imprescindibile per gli studiosi della Campo nel mondo –: «Non si può nascere ma si può morire innocenti. Ordinali della trascendenza in Cristina Campo (La radice spirituale dell’ascolto, L’origine sapienziale delle forme, Attenzione e sprezzatura, Oltre l’incanto weiliano, Il senso teologico del limite dell’agire umano, Sublimi consonanze e adesione al Mistero, L’estuario liturgico della Bellezza, Elevare la morte “all’orizzonte delle lacrime”).

I paragrafi di Arturo Donati muovono dalla prima iniziazione all’ascolto sotto la guida del padre, il compositore Guido Guerrini, per approdare al cuore della liturgia attraversando le principali letture e la natura dei rapporti epistolari secondo «un’etica dell’amicizia che ambisce alla considerazione dell’uomo da riscoprire nella dimensione metafisica della sua creaturalità semplice, nella sua prodigiosa e affabulante integrità. In primis Margherita Pieracci Harwell (Mita, memoria vivente di molti episodi e incontri della vita di Vittoria non altrimenti documentabili […]».

Segue il contributo di Giovanna Scarca, già autrice del volume di saggi sopracitato, la quale torna a occuparsi di poesia liturgica approfondendo l’analisi del testo di Canone IV a confronto con i documenti conciliari che la Campo andava studiando e con i canoni della tradizione millenaria della liturgia della Chiesa, ai quali il lessico campiano attinge senza esitazioni nella formulazione dei versi: L’indicibile sguardo di Dio in “Canone IV (La liturgia, fonte e meta della poesia, “Canone IV”, Concilio Niceno II e Concilio Costantinopolitano IV, Una teologia dell’icona, La rivelazione antinomica dell’icona, “La tua Cifra per ogni angolo della terra”).

L’uso dei sensi

C’è poi il contributo di Maria Pertile – curatrice delle lettere a Maria Zambrano,[9] a Remo Fasani[10], a Ernesto Marchese[11] – , che indaga il topos della gioia in Parco dei cervi, “La freccia del  nostro presente”. Sulla gioia di “Parco dei cervi” in Cristina Campo (Nota di metodo, Dal Diario al Parco, La freccia, Il messaggio dei cervi), mettendo a confronto le successive stesure del testo (1953, 1954, 1960) riportate in Appendice al volume.

Da registrare, infine, il contributo di Alessandro Giovanardi, che introduce le lettere inedite, da lui stesso curate, a John Lindsay Opie, Là dove posano i piedi del Divino”. Introduzione alle lettere di C. Campo a J. Lindsay Opie. Preziosa e puntuale, rigorosa anche sul piano filologico, la cura delle relative Note.

Mentre si riportano documenti inediti, si legano così esemplarmente le prime prove campiane alle ultime, già mature le prime, interamente negli “ordinali della trascendenza” le ultime, le poesie liturgiche pubblicate solo in via postuma nel fascicolo di Conoscenza religiosa che ne annunciava la sua propria Pasqua: il ritorno a quell’infanzia spirituale della quale le figure di Parco dei cervi prefigurano la simbologia.

L’ultima sezione del saggio campiano – Il flauto e il tappeto – richiamava alla «contemplazione dell’udito» per la via di un’«ascesi dell’attenzione» che consenta di udire il richiamo del flauto, melodia unica per ogni uomo, percepibile nei segni che la vita emette, dei quali il primo è la voce dei morti attraverso «i quattro tesori» che essi «ci legano e per i quali non sembra molto gettare la propria vita se al di fuori di essi è un astro morto la vita: il paesaggio, il linguaggio, il mito, il rito».[12] Il volume non manca di estrarre dalla voce del silenzio, su una nota nuova, nessuno dei quattro tesori.


[1] C. Campo, L’ultima lettera, in Aa.Vv., Adelphiana. Pubblicazione permanente, vol. 2, Adelphi, Milano 2003, pp. 23-39. La lettera, riemersa successivamente, era rimasta fuori dall’epistolario di Cristina Campo a Margherita Pieracci Harwell – C. Campo, Lettere a Mita, Adelphi, Milano 1999 – che inizia in data 16 luglio 1955 con una cartolina da San Michele in Bosco di Bologna, luogo della sua infanzia, e si conclude con un’altra cartolina spedita il 22 luglio 1975 da Nervi, luogo di vacanza abituale per lunghi anni. Nella splendida introduzione di Margherita Pieracci Harwell, che la offre presentandola come un testamento spirituale, il dono della gioia, riconosciuto come «dono dello Spirito», ci viene ricordato, è sempre condizionato all’abbandono – «In questa lettera – certamente tra le sue ultime – Cristina intende chiudere l’anello del suo testamento facendo combaciare, nel modo più esplicito, abbandono e gioia»  –, abbandono alla Provvidenza, «senza un pensiero al mondo», come si legge a mo’ di refrain da un capo all’altro di quelle pagine.

[2] Ovviamente, si tratta del volume delle poesie e traduzioni, C. Campo, La Tigre Assenza, a cura e con una nota di Margherita Pieracci Harwell, Adelphi, Milano 1991, 2001³; e quello delle lettere delle quali la Pieracci Harwell fu la destinataria, dal 1955 al 1975, Ead., Lettere a Mita, a cura e con una Nota di Margherita Pieracci Harwell, Adelphi, Milano 1999. Alla cura della medesima si devono inoltre: Ead., Caro Bul. Lettere a Leone Traverso (1953-1967), a cura e con una Nota di Margherita Pieracci Harwell, Adelphi, Milano 2007; Ead., Il mio pensiero non vi lascia. Lettere a Gianfranco Draghi e ad altri amici del periodo fiorentino, a cura e con una Nota di Margherita Pieracci Harwell, Adelphi, Milano 2011.

[3] C. Campo, Lettere a Rodolfo Quadrelli, in Aa.Vv., Appassionate distanze, a cura di Monica Farnetti, Filippo Secchieri, Roberto Taioli, Tre Lune Edizioni, Mantova 2006, pp. 75-88. La corrispondenza con Quadrelli copre appena un anno: dal 12 ottobre 1966 al 10 ottobre 1967.

[4]  In particolare il contributo Gli anni del Russicum per il numero monografico di Humanitas curato da Enzo Bianchi e Pietro Gibellini, Cristina Campo, (Humanitas 3/2003, pp. 422-433); la nota a La Crux monastica, in Aa.Vv., Appassionate distanze, cit., pp. 37- 38); e le Lettere a Ernesto Marchese (24 febbraio 1971 – 1° marzo 1974), a cura di Maria Pertile, in A. Motta (a cura di), Il destino della bellezza. Omaggio a Cristina Campo (1923-1977), Il Giannone, anno XII, nn. 23-24, gennaio-dicembre 2014, pp. 33-54.

[5] Il Pontificium Collegium Russicum, fondato a Roma nel 1929 presso la chiesa di Sant’Antonio Abate e retto dai padri gesuiti, formava i sacerdoti cattolici di rito orientale destinati alle Chiese dell’Unione Sovietica. Nel rito bizantino-slavo si conservavano le forme liturgiche dell’antica Chiesa indivisa.

[6] Si veda la cartolina spedita da Poppi a doppia firma: don Renato Pozzi, Cristina, (Cristina Campo. La disciplina della gioia, p. 209).

[7] C. Campo, L’uomo del sacrificio, «Una Voce», nn. 16-17, agosto-dicembre 1973. Ead., Sotto falso nome, a cura di Monica Farnetti, Adelphi, 1998, pp. 181-186.

[8]  C. Campo, Lettere a Rodolfo Quadrelli, cit., p. 78.

[9] C. Campo, Se tu fossi qui. Lettere a Maria Zambrano (1961-1975), a cura di M. Pertile, Archinto, Milano 2009.

[10] C. Campo, Un ramo già fiorito. Lettere a Remo Fasani, a cura di M. Pertile, Marsilio, Venezia 2010.

[11] Cit.

[12] C. Campo, Il flauto e il tappeto, Rusconi Editore, Milano 1971, p. 175. Ora, Ead., Gli imperdonabili, Adelphi, Milano 1987, p. 137.

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Un commento

  1. Adelmo Li Cauzi 1 novembre 2022

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