“Tenet”: l’essere e il tempo

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Il quadrato del Sator è un’iscrizione latina in forma di quadrato composta da cinque parole: Sator, Arepo, Tenet, Opera, Rotas. La loro giustapposizione, nell’ordine indicato, dà luogo a un palindromo, una frase che rimane identica che la si legga da sinistra a destra o viceversa. Al centro del quadrato, la parola Tenet forma una croce palindromica.

L’iscrizione è stata rinvenuta in molti luoghi in tutta Europa, dalle case romane alle chiese cristiane. Vero e proprio enigma per gli epigrafologi, la combinazione delle parole dà origine a frasi dai diversi significati, alcuni anche religiosi. Tuttavia il mistero del reale significato delle parole e della loro combinazione rimane a tutt’oggi irrisolto.

Una sintesi dell’opera di Nolan

Della stessa natura enigmatica è carico anche l’ultimo film del regista inglese Cristopher Nolan. Al cinema dal 26 agosto scorso, dopo diversi posticipi a causa dell’epidemia di Covid-19. Titolo del film è appunto Tenet, la parola che costituisce l’incrocio del misterioso quadrato, anche se nel film tutte le altre parole dell’enigma sono presenti come nomi di persone o di cose.

Anche questa volta Nolan propone tutti gli elementi estetici e sopratutto tematici che hanno reso il suo cinema riconoscibile e unico. Tuttavia è evidente come il regista abbia voluto arrivare, attraverso Tenet, a una sintesi definitiva della sua opera, che sarà difficile superare in futuro.

Nolan è conosciuto soprattutto per la trilogia de Il cavaliere oscuro, dedicata all’eroe dei fumetti Batman, che con undici pellicole di grande qualità ha ormai segnato in maniera indelebile il cinema contemporaneo. In particolare un aspetto che attraversa in profondità ogni sua opera è la relazione che intercorre tra la temporalità e la paternità.

Per Nolan il tempo, come ha scritto il grande regista A. Tarkovskij, costituisce «la condizione dell’esistenza del nostro io, la nostra sfera vitale, è indispensabile perché l’uomo si realizzi come persona e costituisce la causa che rende fecondo l’uomo in senso morale».[1] La figura del padre invece richiama per Nolan il problema dell’origine e quello dell’autorità morale necessaria per trovare il senso della propria esistenza. Allo stesso tempo però il padre deve essere necessariamente superato per rendere pensabile il futuro dell’individuo. Questi e altri elementi vengono ripresi anche nell’ultimo Tenet.

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Nel film seguiamo le vicende di un un agente americano al soldo della CIA, il cui nome non viene mai rivelato (lui stesso si auto-definisce come il protagonista). Durante un attentato terroristico al teatro dell’opera di Kiev, il protagonista dovrà salvare un diplomatico e recuperare un misterioso oggetto. Questa operazione è però anche un test per mettere alla prova non solo la sua fedeltà ai servizi segreti, ma anche la sua propensione a rischiare la vita per salvare persone innocenti.

Viene così introdotto in un programma misterioso denominato Tenet, che si occupa di reclutare soggetti per combattere una guerra contro l’umanità del futuro intenzionata a distruggere l’umanità del passato. Tenet infatti cerca di ottenere informazioni su una tecnologia che riesce a modificare l’entropia degli oggetti, in modo da farli muovere inversamente rispetto al resto dell’ambiente che li circonda. I proiettili ad esempio non vengono sparati, ma rientrano nel caricatore.

Questa tecnologia è molto probabilmente la causa di un disastro planetario futuro dal quale provengono gli oggetti invertiti. Il protagonista e il suo collega Neil cercheranno di evitare la catastrofe, arrivando a comprendere che proprio l’inversione è l’arma più efficace per fermare il disastro.

Doppio ribaltamento

Nolan arriva con Tenet a una sintesi dei temi fantascientifici che già ci aveva mostrato in Inception e Interstellar, unendovi però la pulizia metafisica che aveva caratterizzato i vasti scenari del penultimo Dunkirk. La sfida del regista inglese è quella di ribaltare una delle massime filosofiche più famose dell’occidente, «non si entra due volte nello stesso fiume» (Eraclito), nonché la seconda legge della termodinamica, che asserisce l’irreversibilità del tempo proprio in termini di aumento dell’entropia.

Dal punto di vista narrativo, infatti, il film è a tutti gli effetti un rompicapo che richiede più di una visione e uno sforzo notevole da parte dello spettatore. Tuttavia questa volta a differenza di Interstellar ad esempio, Nolan rinuncia volontariamente al desiderio del rigore razionale e lascia allo spettatore la libertà di ricomporre i pezzi di un puzzle che probabilmente non ha soluzione, così come le parole del quadrato magico al quale film si ispira.

Anche qui la figura del padre e del tempo ritornano nel personaggio di Andreji Sator, figura che richiama molto il Thanos di Avengers, un demiurgo riluttante intenzionato a spazzare via il mondo con le sue iniquità, per crearne uno nuovo e più giusto.

La fede sottotraccia

Come sempre però, al di là dei temi portanti della pellicola, Nolan introduce anche un elemento di scarto che gioca un ruolo tangenziale alle vicende e alle regole sulle quali si muove la trama e alle quali i personaggi ubbidiscono. In questo caso il rapporto tra l’essere del soggetto e il tempo in cui si muove è messo in rapporto all’atto di fede.

Questo tema viene esplicitato solo nel finale, ma è sotto traccia in tutta la pellicola. Nel tempo che si può muovere in avanti e all’indietro una cosa rimane e deve rimanere ferma, una chiave di volta, un cardine sul quale ruota la struttura del tempo e delle vite degli uomini: Tenet, appunto.

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La fede citata dal protagonista nelle battute finali non è subito ed immediatamente la fede in Dio (anche se il tema è presente) ma rappresenta la capacità umana di resistere alla scorrere implacabile del tempo e della storia, indica una caratteristica fondamentale dell’uomo, cioè il suo potersi opporre con la sua immaginazione e volontà ad eventi che sembrano essere predeterminati.

La fede è per Nolan una forza che agisce sul piano materiale, quasi una grandezza fisica, con cui immagina la possibilità di modificare sostanzialmente il tempo.

In questo senso anche Interstellar introduceva una nuova forza nel campo della fisica, l’amore (elemento che ha fatto storcere il naso a molta critica e pubblico) anche se in pochi avevano colto il riferimento a quella che era una delle teorie di Teilhard de Chardin, che vedeva un rapporto molto diretto tra l’amore e la gravità, nel campo della sfera evolutiva del cosmo attraverso l’uomo.

Non perfetto, ma audace

Tenet non è perfetto e non presenta quegli equilibri che fanno di un’opera cinematografica un capolavoro, è però vero che il nuovo film di Nolan rappresenta un esperimento così audace che non può nemmeno essere analizzato con i consueti strumenti della critica cinematografica. Attraverso il meccanismo dell’inversione, in cui lo stesso film viene ricostruito nell’arco della seconda ora di visione, Nolan infrange le regole del cinema e della narrativa nei termini di una storia che si muove nel tempo verso una fine.

Forse il modo migliore per descrivere questa esperienza visiva del tempo offertaci dal regista inglese sono alcune parole di J.L. Borges, per il quale quello del tempo è il nostro problema più grande perché non pone solo la questione della morte quanto quello dell’identità mutevole: «Chi sono io? Chi è ognuno di noi? Chi siamo? Forse un giorno lo sapremo. Forse no. Ma nel frattempo, come disse sant’Agostino, la mia anima arde perché desidera saperlo».[2]


[1] A. Tarkovskij, Scolpire il tempo, Ubulibri, 1988, 55.

[2] J.L. Borges, Oral, Editori Riuniti, Roma 1981, 70.

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Un commento

  1. Antonio 15 settembre 2020

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