16. Fisiologia e patologia

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Tra le “cose nuove” che possiamo trovare in AL si deve annotare una nuova consapevolezza della decisiva relazione che si è istituita, lungo la storia, tra configurazione della “natura del matrimonio” e i rimedi che sono stati offerti per la esperienza della sua “crisi”. Potremmo quasi dire che vi è stato, negli ultimi 150 anni, un modo di pensare e di strutturare la “fisiologia matrimoniale” – sul piano teologico e sul piano giuridico – che ha imposto di pensare la “patologia” soltanto in certe forme e entro certi limiti. Per questo vorrei procedere ad una rilevazione di AL circa la “patologia”, per desumerne anche la presenza di un “modello fisiologico” diverso. Ma per farlo, vorrei scoprire anzitutto come ha funzionato negli ultimi due secoli questa delicata istituzione ecclesiale.

a) La tradizione ottocentesca fino ai primi decenni del 900

Come ha fatto con la terminologia della “inerranza” per la Scrittura, o della “infallibilità” per il papato, l’800 ha lavorato anche sulla determinazione della “indissolubilità” nel matrimonio. Lo schema di comprensione è stato predisposto, gradualmente, prima da Pio IX, poi attraverso Leone XIII fino a Pio XI. A cominciare dal discorso di Pio IX davanti ai cardinali del 1852, per poi passare attraverso Arcanum divinae sapientiae di Leone XIII nel 1880, il Codice pio-benedettino del 1917 e arrivare a Casti connubii di Pio XI nel 1930, il percorso di definizione del matrimonio come “istituzione divina” ha maturato una serie di caratteristiche peculiari, che riassumo nella bella lettura offerta da P. Hünermann (Il Regno 8/2015, 553-560):

a) una lettura fondamentalista della Scrittura ha preteso di desumere direttamente dal testo biblico una normativa canonica sul matrimonio;

b) si è pensato il matrimonio come interamente normato da Dio, e quindi sottratto alla libertà dell’uomo e della donna, secondo la lex naturalis e la Parola del Signore;

c) ovviamente non si è negata la “partecipazione” dell’uomo e della donna, ma riducendola solo nel “libero consenso originario”, come forma con cui obbedire al modello fornito da Dio, al quale i battezzati debbono semplicemente aderire e uniformarsi, senza alcun esercizio della libertà.

Nelle parole di Peter Hünermann tale posizione può essere così riassunta:

«Il principio ermeneutico in base al quale nella Casti connubii s’interpretano i testi sia dell’Antico sia del Nuovo Testamento recita: Dio ha creato il matrimonio come creatore dell’uomo e della donna e al tempo stesso ha pienamente regolato mediante leggi divine, annunciate da Dio attraverso la natura o Gesù Cristo. Ne consegue un fondamentalismo teologico, plasmato da un pensiero giuridico, che presenta i fondamenti biblici in un modo grossolanamente semplificato». (556)

Ciò significa che ad una descrizione della fisiologia matrimoniale così concepita, nella quale l’intero ordinamento del matrimonio è completamente sottratto alla “disponibilità” dei soggetti implicati, ogni possibile “crisi” deve essere imputabile non certo a Dio – il cui paradigma matrimoniale è ovviamente fuori da ogni possibile valutazione – ma al “consenso originario” di uomo e donna. Solo la rilevazione di un “vizio originario” di quell’atto personale e inimitabile, che si esprime nel consenso, può illuminare la “crisi del matrimonio” con la rilevazione di una originaria “nullità”.

Potremmo dire, quindi, che è il modello di ermeneutica della tradizione, offerto dalla riflessione del XIX secolo, ad imporre non solo una lettura positiva del matrimonio, ma anche la “terapia” per il caso di crisi. Le nostre prassi giudiziarie “obbligate” di oggi non sono affatto il nostro “destino” di cattolici, ma il frutto di una teoria inadeguata del matrimonio dal punto di vista sistematico e giuridico.

b) La nuova “mens” e la nuova terminologia di AL

Data la forza e l’autorevolezza di questa risposta divenuta classica a partire dalla metà del XIX secolo, e che ha dunque più di un secolo di vita, anche AL riprende necessariamente tale profilo, che caratterizza la tradizione ecclesiale da tanto tempo. Ma in AL appare, in parallelo, non solo una “risorsa nuova per la patologia”, ma una rilettura diversa della fisiologia matrimoniale. Ed è qui il punto nuovo che merita di essere segnalato più di quanto finora non sia accaduto. Ossia che AL, con il suo approccio “pastorale”, non solo inaugura percorsi di “accompagnamento, discernimento e integrazione” come luoghi di rimedio alle “fragilità”, ma imposta diversamente lo logica della fisiologia matrimoniale, il modo di comprendere la relazione tra “disegno di grazia” e “risposta della libertà”. Tale nuova comprensione, uscendo dalle secche di un fondamentalismo tanto rigido quanto falso, elabora un nuovo ruolo della libera coscienza e della storia del soggetto. Per questo può dischiudere un nuovo terreno di mediazione, nel quale si ritorna a dare la prima parola alla realtà e al tempo, contro l’ideologia del primato delle idee e dello spazio.

È sufficiente notare come nel testo di AL ricorra per 4 volte l’espressione «fallimento del matrimonio» (AL 40, 209, 242, 286): una tale terminologia – che B. Petrà aveva già segnalato durante il percorso sinodale (cf. http://www.lindicedelsinodo.it/2015/09/i-motu-proprio-i-fallimenti-i-processi.html) – introduce una dimensione nuova nel dibattito storico. Che il matrimonio sia “fallito” introduce una variabile che la tradizione recente ha voluto ostinatamente negare, spostando ogni possibilità di giudizio dal “fallimento successivo” alla nullità originaria. Sotto questo profilo AL assume un linguaggio esplicitamente diverso, introducendo una diversa “teoria del vincolo”.

c) Lo scandalo dei giuristi e l’interesse dei teologi

Il “fallimento del matrimonio” è quindi un’espressione che, considerata dal punto di vista del canonista di formazione classica, facilmente può essere giudicata “imprecisa” e “fuorviante”. Questa obiezione rispecchia un giudizio che in senso più generale si sente sollevare verso AL, che sarebbe un testo “impreciso” e “fuorviante”. Lo dicono alcuni giornalisti, lo dicono anche alcuni teologi. Pochi pastori lo sussurrano. Ma perché? Non vi è dubbio che il giudizio venga espresso “rispetto ad un modello”. Certamente, rispetto al modello dell’800, AL opera una grande trasgressione: fa prevalere la realtà sull’idea e il tempo sullo spazio. Per questo, a chi è abituato ad affrontare la tradizione con il primato dell’idea da pensare sulla realtà e dello spazio da occupare sul tempo per camminare, AL appare come documento dissonante e trasgressivo.

Soprattutto a quei canonisti, che hanno legato la loro identità ad un presunto modello immutabile – che per loro è tale solo perché ne hanno rimosso la mutazione – , il testo di AL appare quasi sconcertante. Perché esso configura un orizzonte di comprensione e di azione profondamente mutato, cambiando le regole del gioco. La realtà e il tempo riacquistano autorità e chiedono di essere dimensioni apertamente riconosciute.

Così facendo, AL inverte la tendenza che gradualmente si era imposta nel corso della storia. Avevamo elaborato un “diritto canonico sostanziale” con i criteri teologici e dogmatici che ho ricordato prima, e con tutta la loro fragilità. Sulla base di questo diritto sostanziale, avevamo costruito una “cattedrale procedurale” che ulteriormente si autopromoveva come “unica soluzione possibile e legittima”. Questo è un “doppio salto mortale”: la formalizzazione giuridica e poi quella procedurale diventano gli “schemi” di una generale pastorale del matrimonio. In tal modo il pastore rischia di pensare come “primum” proprio il livello più alto di formalizzazione procedurale, perdendo in questo modo gran parte del sano rapporto con la realtà.

Con AL entriamo in un percorso di “riascolto” del reale, senza gli schermi distorti di una procedura canonica e di un diritto canonico che trasudano incomprensione dogmatica, semplicismo biblico e aggressività istituzionale. L’esito ultimo di AL sarà di certo – anche se non so tra quanti anni – una riformulazione complessiva del diritto matrimoniale sostanziale.

d) I giochi dei bambini e l’immunizzazione dal reale

Le dinamiche alle quali la Chiesa si è adattata, a causa del pensiero angusto che l’ha dominata prevalentemente negli ultimi 150 anni, possono essere comprese attraverso un esempio piuttosto sorprendente. I giochi dei bambini. Quando i bambini giocano possono farlo in tanti modi. Ma vi è un modo nel quale un bambino si dispone a giocare solo quando è certo di vincere. E fa in modo che le regole, le modalità, i tempi, le competenze siano tutte a suo favore.

Anche la Chiesa ha voluto mettersi al riparo, nel matrimonio, dell’esperienza della sconfitta. Ha predisposto uno strumento teorico mediante il quale, come istituzione, nel matrimonio, essa esce sempre vincente, a costo di farne uscire i soggetti come doppiamente perdenti.

Perché, in effetti, lo strumento elaborato tra fine ’800 e primi ’900 aveva il vantaggio di “vincere sempre”. Convinceva e si convinceva che “indissolubilità” fosse sinonimo di “infrangibilità”. E che ogni problema interno al vincolo fosse riconducibile a un vizio originario del vincolo stesso. Dunque che il “fallimento” fosse escluso a priori. Perché se c’era il vincolo, non c’era fallimento possibile. Ma se il fallimento si manifestava, si poteva sempre dimostrare che il vincolo non era mai esistito.

Di fronte a questa “macchina del nulla”, che potrebbe perpetuarsi fino alla parousia, la doccia fresca di AL giunge opportuna e benedetta. Una traduzione della dottrina matrimoniale richiede un “bagno di umiltà”, una immersione spregiudicata nella realtà, che ora possiamo leggere in modo nuovo e senza pregiudizi.

In tale bagno, la dottrina non è stata affatto messa “in discussione”, ma posta “in traduzione”. Una disciplina rinnovata ne sarà lo specchio fedele ed efficace. La cui efficacia non potrà più subire pause, esitazioni o rinvii: la vocazione pastorale dell’esperienza cristiana del matrimonio e della famiglia non può più attendere. Ma l’attesa non è solo della Chiesa, ma anche della cultura comune. Offrire una mediazione non fondamentalistica e non ingenua all’inesauribile forza della comunione coniugale, che sappia tener al proprio interno anche la possibilità della sua crisi irreparabile, è una legittima aspettativa non solo delle coscienze credenti, ma delle coscienze tout-court. Che non hanno bisogno di inventare quello che non c’è, ma di leggere cristianamente quello che l’esperienza ha già elaborato, sia pure con fatica e con limiti evidenti. Ma poterlo leggere non solo “per il peccato”, ma anche “per la grazia” è un dono che riceviamo da AL. Il dono può anche essere non accettato o rifiutato addirittura: ma, per favore, non lo si chiami “confusione” o “ambiguità”.

Pubblicato il 10 giugno 2016 nel blog: Come se non

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