Cina – Santa Sede: l’accordo e Biden

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A qualche settimana dall’accordo Santa Sede – Cina in ordine alla nomina dei vescovi (22 ottobre), se viene confermata la qualità positiva delle relazioni fra Vaticano e Pechino, si registra anche un precario equilibrio tra difficoltà ricorrenti e dati positivi.

Un segnale di insufficienza è dato dall’irruzione della polizia in un seminario della Chiesa clandestina il 2 novembre scorso a Baoding (provincia Hebei). Una dozzina fra seminaristi e suore sono stati portati via (in seguito rilasciati, almeno in parte) e sequestrati i computer e gli strumenti didattici. Arrestato il superiore del primo ciclo di studi, scomparso p. Lu Genjum (ex vicario generale), mentre del vescovo G. Su Zhimin non si sa nulla dal 1997. Il suo ausiliare, F. An Shuxin, dopo lunga prigionia è entrato nell’ufficialità.

L’operazione, a pochi giorni dalla firma dell’accordo, è suonata come un’interpretazione ideologica dello stesso oppure come un intralcio amministrativo locale.

Sul versante positivo si fanno insistenti le voci per due o tre nomine episcopali che dovrebbero essere imminenti. E il tono basso della recezione dell’accordo sui media cinesi, mentre nei primi giorni era interpretato come un’esibita disattenzione, in seguito, grazie a suggerimenti provenienti dalla Cina, è colto come un’attenzione del governo a non enfatizzare l’evidente distanza della diplomazia pontificia rispetto alle attese dell’attuale amministrazione americana.

Si resta in attesa di sviluppi in ordine al riconoscimento dei vescovi “clandestini” (una trentina) e, più avanti, del riconoscimento di una conferenza episcopale “piena” rispetto all’attuale che non conteggia i “sotterranei” ed è gravata da una tutela pesante dell’Associazione patriottica.

Si attende anche un’accelerazione delle indicazioni per i nuovi vescovi. Senza nascondersi che i nomi in arrivo possano risentire dell’ombra pesante del partito e che la possibilità di verifica da parte di Roma non sia equiparabile a quella possibile per le nomine nel resto del mondo.

Il multilateralismo

Il cambiamento più significativo è esterno all’accordo. Non tanto il recente plenum del Congresso del partito comunista cinese che si è chiuso con una sostanziale conferma dei programmi e della leadership di Xi Jinping, quanto le elezioni americane che hanno premiato il candidato democratico Joe Biden rispetto all’amministrazione in carica di Donald Trump. Non vi è da attendersi alcun abbassamento delle critiche americane verso la Cina.

Biden potrebbe avere un approccio più sistematicamente critico rispetto a Trump. Interrogato sulle priorità di politica estera ha detto: «Cina, Cina, Cina. E Russia». Ma è altrettanto interessato al multilateralismo, alla collaborazione internazionale e alle istituzioni internazionali (accordo sul clima, con l’Iran, collaborazione con l’Unesco e con l’Organizzazione mondiale della sanità). Un contesto che rende l’accordo Cina – Santa Sede assai meno abrasivo e irritante. Forse anche funzionale.

Le critiche avranno un minore impatto: sia quelle politiche (il segretario di stato americano Mike Pompeo), sia del cattolicesimo conservatore statunitense (il periodico First Things), sia interne (card. J. Zen) o dei media cattolici (come AsiaNews).

Tre asterischi per la pace

Accanto al comunicato in cui «le due parti hanno concordato di prorogare la fase attuativa sperimentale dell’accordo provvisorio per altri due anni», con un «dialogo aperto e costruttivo per favorire la vita della Chiesa cattolica e il bene del popolo cinese» l’Osservatore Romano del 22 ottobre riportava un lungo commento (firmato con tre asterischi) che rappresenta la giustificazione più argomentata del percorso compiuto.

Si ricorda che «lo scopo principale dell’accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi in Cina è quello di sostenere e promuovere l’annuncio del Vangelo in quelle terre, ricostituendo la piena e visibile unità della Chiesa». I motivi profondi «sono fondamentalmente di natura ecclesiologica e pastorale». Per il ruolo centrale del vescovo nella Chiesa locale e del suo legame con il papa in ordine alla Chiesa universale si registra con fiducia «per la prima volta dopo tanti decenni (che) tutti i vescovi in Cina sono in comunione con il vescovo di Roma e (che) grazie all’implementazione dell’accordo, non ci saranno più ordinazioni illegittime».

Rimangono da affrontare molti problemi. I malintesi «sono nati dall’attribuzione all’accordo di obiettivi che esso non ha, o dalla riconduzione all’accordo di eventi riguardanti la vita della Chiesa cattolica in Cina che sono ad esso estranei, oppure a collegamenti con questioni politiche che nulla hanno a che vedere con l’accordo stesso». I molti e seri problemi che sono ancora da risolvere fanno dell’accordo «il punto di partenza per più ampie e lungimiranti intese».

Si sottolinea con forza che l’atteggiamento dialogante affonda in lunghi anni di negoziati, partiti con Giovanni Paolo II e condivisi da Benedetto XVI, esplicitamente consenziente sul testo del trattato. E questo in aperta smentita alle reiterate affermazioni contrarie di molti critici interni. Nella convinzione che il dialogo «favorisce una più proficua ricerca del bene comune a vantaggio dell’intera comunità internazionale».

Su questo vi è un consenso esplicito sia da parte del segretario del rapporto con gli stati, mons. Paul Gallagher, sia da parte del ministro degli affari esteri cinesi, Wang Yi in ripetuti incontri, l’ultimo dei quali il 14 febbraio 2020 a Monaco di Baviera. Si ricorda la nomina di due vescovi (mons. A. Yao Shun e S. Xu Hengwei) e «l’effettiva e sempre più attiva partecipazione dell’episcopato cinese». «È doveroso riconoscere che permangono non poche situazioni di grande sofferenza.

La Santa Sede ne è profondamente consapevole, ne tiene ben conto e non manca di attirare l’attenzione del governo cinese per favorire un più fruttuoso esercizio della libertà religiosa. Il cammino è ancora lungo e non privo di difficoltà».

Il dialogo con la Cina da parte della Santa Sede è sorretto dalla volontà dell’annuncio evangelico, dalla richiesta di più ampia libertà per i credenti, dall’opportunità di dare alla Cina uno spazio adeguato all’interno del concerto delle nazioni in vista della pace e dalla convinzione che solo i tempi lunghi garantiscono risultati permanenti e condivisi.

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Un commento

  1. Adelmo li Cauzi 14 novembre 2020

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