Neofiti e ricomincianti: conversione e comunità

di: Enzo Biemmi

In occasione del Convegno nazionale dei catechisti (Roma 23-25 settembre) fratel Enzo Biemmi ha fatto questa riflessione e comunicazione.

«C’erano delle cose che si muovevano dentro di me, ma ho impiegato tre anni prima di ufficializzare il mio cammino. Quando si comincia a scoprire la fede, non si sa se sia veramente fede»  (Florence).

«“Alessandro, allora, cosa fai? Sono qui, dentro di te, perché hai paura? Io ci sono, qui, per te! Siamo sempre stati insieme, in tutti questi anni! Ti ho ascoltato, e tu mi hai ascoltato; ti ho cercato e tu mi hai cercato!”» (Alessandro).

«Sono stata a lungo in un bozzolo dove c’era buio, ho vissuto una trasformazione, sono rinata più libera e vera, amo vivere e non ho paura di usare le ali che il Signore mi ha donato» (Monia).

«Io, il mio cammino da fare d’ora in poi non lo conosco. Lo sto scoprendo passo dopo passo, provando a fare del bene e un po’ come diceva Sant’Agostino: “Ama e fa’ quello che vuoi”» (Octavia).

1. Un miracolo da “servire”

Ho voluto iniziare questo intervento da 4 brevi testimonianze di persone che arrivano per la prima volta alla fede e domandano il battesimo o ritornano credenti nel pieno della loro vita adulta dopo anni di allontanamento e anche di esplicito rifiuto. Questi racconti sono stati oggetto di analisi e riflessione nel convegno europeo di catechesi, tenutosi a Celje (Slovenia) lo scorso anno. Il tema del convegno era la conversione. Com’è che una persona arriva alla fede senza apparenti ragioni?

I racconti di catecumeni o di neofiti che rileggono la loro storia è sempre fonte di grande sorpresa. E la sorpresa è questa: anche nell’Europa più secolarizzata noi assistiamo a un evento che né la psicologia, né la sociologia, né le altre scienze umane riescono a giustificare con una spiegazione esauriente, un evento che ha in sé qualcosa che sfugge ad ogni analisi. Lo Spirito Santo continua la sua azione nella storia; l’Europa secolarizzata, post-moderna e globalizzata non è chiusa alla grazia del Vangelo. Continua a ripetersi anche in Europa il miracolo di donne e uomini che accolgono il vangelo nella loro vita e ne rimangono profondamente trasformati.

Questa presa d’atto ci porta anche a riflettere sulla considerazione di Géraldine Mossière, che afferma: «Le conversioni contemporanee rimettono in questione il paradigma della secolarizzazione di alcune società moderne».[1] Dobbiamo riconoscere che una cultura secolarizzata non è in se stessa estranea o ostile al Vangelo, ma alla forma sociologica che esso aveva assunto in una società di cristianità.

Per la comunità ecclesiale ogni volta che una persona dice: «io credo» si tratta di un miracolo, di un intervento della grazia di Dio nel cuore umano rispetto al quale occorre prima di tutto ringraziare. Nessuno può dire: «È merito mio», anche quando la propria mediazione è stata importante. È come quando ti nasce un figlio: senti che è tuo figlio ma che non viene da te. È un terreno sacro nel quale entrare togliendosi i sandali, in punta di piedi.

Gli stessi protagonisti, catecumeni e neofiti, sentono di trovarsi di fronte a un mistero. A coloro che la interrogavano sul “perché” della sua conversione al cattolicesimo Edith Stein rispondeva: «Questo è il mio segreto». Come osserva Catherine Chalier, Edith faceva proprio il consiglio di discrezione suggerito da Giovanni della Croce. «Quando si tratta di una conversione, nessuna curiosità umana, per quanto abitata dalla più grande benevolenza, è alla misura di questa domanda».

L’esperienza della conversione manifesta nella vita di una persona un di più, un’eccedenza che supera la consapevolezza del protagonista stesso. «Di conseguenza, se molti convertiti restano discreti a questo proposito, non è per proteggere qualche segreto inconfessabile, ma piuttosto per lasciare respirare e crescere in loro lo splendore di una verità di cui percepiscono, con gratitudine e stupore, che orienta la loro esistenza ma si sottrae a ogni appropriazione».[2]

Questa prima considerazione è decisiva per porci la domanda che ci interessa: come comunità ecclesiale che accoglie i nuovi credenti, quale è il compito di fronte a questo mistero? Come va interpretato il nostro accompagnamento?

Ora, non c’è nessun dubbio: la risposta è semplice. L’accompagnamento di un catecumeno alla prima conversione e di un neofito alla conversione permanente si qualifica come riconoscimento e servizio dell’azione dello Spirito, come diaconia dello Spirito Santo, l’unico competente a far nascere e crescere la fede. Non sottovalutiamo questa affermazione. Essa ci chiede un’inversione di logica e di azione. La diaconia dell’azione dello Spirito ci chiede di evitare di pensare la catechesi prebattesimale o mistagogica come impegno per “inquadrare” la vita delle persone nei nostri programmi e invece di riprogrammare la nostra azione catechistica e pastorale come servizio all’azione e ai disegni di Dio.

Come diceva sant’Agostino a Deogratias, catechista di catecumeni: «È giusto che noi ci facciamo un programma di lavoro: e se potremo far le cose in quest’ordine, ne godremo perché così è piaciuto a Dio. Ma se qualche improvvisa necessità butterà all’aria il nostro programma, pieghiamoci serenamente, senza avvilirci: e l’ordine che Dio vuole sia anche il nostro. È più giusto che siamo noi a fare la sua volontà, che lui la nostra”. (De catechizands rudibus, XIV,20).

È un accompagnamento inteso come “assecondamento”. Siamo nel mezzo di un paradosso: chiamati a “trasmettere” la fede della Chiesa e le forme che essa ha preso nella storia (conoscenze, riti, orientamenti di vita) e nel farlo a lasciarci condurre a una nuova comprensione del Vangelo, il Vangelo di sempre, certo, ma che assume nuovi significati grazie alle persone che vi accedono. Siamo chiamati a programmare l’accompagnamento e allo stesso tempo  a lasciarci deprogrammare da esso. È una gioiosa rinuncia al controllo. Stare in questo paradosso è, per utilizzare una espressione di papa Francesco, «una meravigliosa complicatezza».

2. Entrare in una storia della salvezza in corso

Proviamo a fare un passo ulteriore: come si fa a servire l’azione dello Spirito Santo nel cuore dei nuovi convertiti trasmettendo la fede senza imbrigliare l’agire della grazia (senza mettere la colomba dello Spirito Santo in una gabbietta per uccelli)?

Si tratta di entrare in una storia in corso con la testimonianza della propria storia di credenti. Perché di questo si tratta: di una storia della salvezza in atto. E in questa storia della salvezza sono implicati tre soggetti: la persona che viene alla fede; colui/colei che la accompagna; il Signore Gesù, al quale i primi due soggetti decidono di affidare la propria vita, per la grazia dello Spirito, giungendo così a dire con la loro vita: Abbà, Padre!

Il racconto dell’incontro tra Filippo e l’eunuco, riportatoci da Luca negli Atti degli Apostoli (At 8,26-40), è a questo proposito illuminante. Filippo sale sul carro dell’eunuco e ascolta la sua storia.[3] Luca ci trasmette tutta una serie di verbi significativi di questo ascolto: incontrare, correre vicino, sentire, salire sul carro e sedersi vicino. È qui indicata tutta una delicata e profonda progressione di entrata in relazione con la persona, senza parlare, solo ascoltando. Poi Filippo prende la parola e gli racconta la storia di Gesù, quello che noi chiamiamo il kerigma. Lo fa partendo dal testo che ha stregato l’etiope, quello del servo sofferente di Isaia, che non avrà discendenza, proprio come lui, l’eunuco. Alla domanda: «Di chi parla il profeta, di sé o di qualcun altro?», Luca dice: «E Filippo gli evangelizzò Gesù», fece incontrare la storia di Gesù con quella dell’etiope, facendola percepire come buona notizia per la sua situazione concreta: parla di sé, di un altro e… di te! Gli esegeti fanno notare, infatti, che Luca non riporta alla lettera il testo di Isaia, ma in qualche modo lo ritaglia e riformula sulla storia dell’eunuco.[4] Questo significa che Filippo, l’evangelizzatore, non si limita a ripetere, ma ricomprende quel passo della Scrittura alla luce della vita dell’eunuco. La vicenda dell’eunuco, la sua storia ascoltata e abitata a lungo, diventa per Filippo la chiave per capire diversamente quel testo della Scrittura (e in fondo tutto il messaggio del Vangelo) e quindi di annunciarglielo in modo che sia proprio una bella notizia per il destinatario, un kerigma.

Ma c’è una terza storia in gioco, senza la quale nulla accadrebbe, ed è la storia di Filippo. Perché, come comprendiamo dal seguito, l’eunuco fa un salto di fede e chiede il battesimo? Cosa può aver determinato il lui la decisione di affidarsi al Servo sofferente esaltato?  Il termine “evangelizzò” riferito a Filippo contiene un implicito decisivo. Non è un’informazione che gli ha trasmesso, ma una testimonianza. La testimonianza significa che chi racconta la storia della salvezza dice contemporaneamente di essere stato salvato da questa storia.  Filippo annuncia a partire da quanto è accaduto nella sua vita. È bella notizia perché lo è per lui. È a partire da sé che egli annuncia il Vangelo. L’eunuco sente che l’annuncio è una parola di vita per sé perché colui che gli racconta la storia di Gesù manifesta di essere già stato salvato dalla storia che racconta, gli dice che è stata ed è una bella notizia per sé (N.B. non è decisivo il dirlo esplicitamente, ma che questo traspaia). Sono dunque tre storie che si intrecciano nell’accompagnamento alla fede e alla sua maturazione: quella di Gesù, quella dell’eunuco, quella di Filippo. La storia di Gesù è sentita storia di salvezza da parte dell’eunuco perché è storia di salvezza per il narratore. In questo gioco di rimando escono entrambi evangelizzati, Filippo e l’etiope: Filippo perché ricomprende la Scrittura grazie alla storia di colui che accompagna; l’etiope perché sente la testimonianza di Filippo e l’appello alla fede.

«Va’ nella tua casa, dai tuoi, annunzia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ti ha usato» (Mc. 5,19). Non c’è accompagnamento senza implicazione testimoniale e da un accompagnamento di questo tipo nessuno esce indenne: ciascuno a suo modo è evangelizzatore e evangelizzato, perché entrambi sono coinvolti nel gioco dell’azione dello Spirito.

Questa considerazione apre a tre sfide per la nostra comunità ecclesiale. I catecumeni e i neofiti sono un dono, ma anche un dono scomodo.

3. Le tre sfide dei catecumeni e i dei neofiti alla comunità ecclesiale

1. Lasciarsi disturbare. L’arrivo di nuovi credenti pone sempre un problema alla comunità ecclesiale. Ogni nuovo arrivato opera un disturbo. Una conversione scombussola la vita personale del convertito, ma anche tutti i suoi legami sociali. L’entrata in una comunità ecclesiale chiede alla comunità stessa di lasciarsi scombussolare, di accogliere una novità che non può essere anestetizzata collocandola nelle caselle del già programmato, del già noto, dello scontato. La conversione di ogni singola persona chiede una qualche conversione alla comunità che la accoglie. Questa è chiamata a vivere un paradosso: “trasmettere” la fede della Chiesa e rimodularla più in profondità ascoltando ciò che lo Spirito le dice attraverso i nuovi arrivati. Siamo chiamati a riconoscere a queste storie un valore testamentario, a considerarle in qualche modo un testamento post-canonico, scritto con l’inchiostro dello Spirito nella vita delle persone. È troppo audace affermare che dopo il Primo e il Secondo Testamento c’è un “Terzo Testamento” in fase di scrittura che siamo chiamati ad accogliere?

2. Pensare una polifonia e giocare la sua partizione. I percorsi di arrivo alla fede sono molto personalizzati e diversificati. Questo pone il problema di una comunità cristiana che non può più pensare di strutturare i percorsi dei suoi membri in modalità uniche e standardizzate. Il modello “parrocchia tradizionale”, nel quale si sono spontaneamente ritrovati tutti i cristiani in un contesto di adesione sociologica alla fede, non regge l’attuale complessità e diversificazione dei percorsi. Questa situazione diviene un appello «a pensare una polifonia e a giocare la sua partizione» (Catherine Chalier). L’omologazione dei percorsi di conversione iniziale e di conversione permanente (e quindi anche di appartenenza) è ormai difficilmente sostenibile. Come immaginare una unità della fede nelle differenze? «L’obiettivo della missione – afferma Andy Buckler – non è solo di condurre dei nuovi membri nelle forme esistenti, ma di permettere anche che emergano nuove forme, le quali saranno altrettanto “Chiese” che le altre», e tutto questo allo scopo di proteggere e incoraggiare le vie nuove che Dio dona alla sua Chiesa.[5]

3. Ridare carne tenera al dogma. La terza sfida riguarda la figura di fede che noi trasmettiamo a queste persone, il volto di Dio che facciamo loro incontrare. Questo volto, ci ripete papa Francesco, non può che essere quello della misericordia, cioè quello di un Dio che ha passione e compassione per noi, così come siamo. È questa una questione decisiva.

«La dottrina cristiana non è un sistema chiuso incapace di generare domande, dubbi, interrogativi, ma è viva, sa inquietare, sa animare. Ha volto non rigido, ha corpo che si muove e si sviluppa, ha carne tenera:[6] la dottrina cristiana si chiama Gesù Cristo» (Discorso di papa Francesco al Convegno ecclesiale nazionale di Firenze, 10-11-2015).

Il grande messaggio del giubileo sta nell’aver trasformato un attributo di Dio (misericordioso), nel tratto qualificante della sua identità, e quindi nel principio ermeneutico per conoscerne e custodirne il volto e di conseguenza per custodire e interpretare il deposito della fede cristiana, e anche di annunciarlo.[7]

Questa riscoperta della Chiesa non è passeggera: va ormai considerata definitiva. Evangelii gaudium e Amoris lætitia costituiscono ormai il quadro di fondo di ogni annuncio. Siamo chiamati a ridare carne tenera al nostro annuncio.

Conclusione

È una fortuna poter accompagnare i “comincianti” nella fede, perché è la grazia di poter ricominciare. Come dice Agostino: «Non è vero che quando mostriamo a qualcuno il panorama di una città o di un paesaggio, che a noi è abituale e non ci impressiona più, è come se lo vedessimo per la prima volta anche noi? E ciò tanto più quanto più siamo amici; perché l’amicizia ci fa sentire dal di dentro quel che provano i nostri amici».[8]

È la verità di quanto afferma il documento sul volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia: «Con l’iniziazione cristiana la Chiesa madre genera i suoi figli e rigenera se stessa».


[1] G. Mossière, La conversion religieuse: approches épistémologiques et polysémie d’un concept, Groupe de recherche Diversité urbaine, Université de Montréal: https://depot.erudit.org/bitstream/004010dd/1/WP_mossiere1_GRDU.pdf
[2] C. Chalier, Le désir de conversion, o.c., p. 29.
[3] I dettagli di questa storia sono apparentemente pochi, ma di fatto molto significativi per l’ascoltatore. È un uomo in ricerca, straniero, ricco, ma eunuco, senza possibilità di avere figli. L’inizio della storia ce lo rende subito familiare, vicino.
[4] A. Barbi, Atti degli Apostoli, vol. 1, Edizioni Messaggero Padova, 2003, p. 233-234.
[5] Il contributo di Andy Buckler (L’Eglise emergente en contexte anglophone) è stato offerto all’interno di un convegno ecumenico e europeo, promosso dalla Facoltà teologica protestante di Strasburgo, sul tema della nuova evangelizzazione: J. Cottin, E. Parmentier (sous la direction de), Evangéliser. Approches oecuméniques et européens, Lit Verlag, Zürich 2015.
[6] L’espressione “ha carne tenera” contiene due connotazione: è viva, non è immobile; è permeabile alla vita umana, alle sue vicissitudine, alle sue sofferenza. In una parola è sensibile.
[7] Giovanni Ferretti lo fa notare in modo chiaro: « Riflettere sulla misericordia come criterio ermeneutico della Parola di Dio e più in particolare dei contenuti rivelati della fede e della morale cristiana, è di grande rilevanza ed urgenza. Riscoprire nell’amore misericordioso di Dio il “cuore del Vangelo” (v. EG 36) implica, infatti, ripensare alla sua luce il senso e la portata di tutte le verità e le norme di vita cristiane, l’intera dottrina e prassi ecclesiali. Il principio della gerarchia delle verità della fede – riproposto dal Vaticano II soprattutto in chiave ecumenica e ripreso da papa Francesco in prospettiva generale – non comporta infatti solo una loro diversità di importanza nel dialogo ecumenico o di priorità nell’annuncio missionario, ma anche e soprattutto che alla luce della o delle verità fondamentali si debbano intendere o interpretare tutte le altre verità o norme di vita cristiana (EG 34-36)»
[8] Traduzione libera a cura di Giovanni Giusti, Lettera ai catechisti «De catechizandis rudibus», EDB, 1981, 39.

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