Madre Cànopi, la monaca dell’isola

di: Benedettine dell'Isola di San Giulio

La monaca benedettina, Anna Maria Cànopi (24 aprile 1931 – 21 marzo 2019) lascia una grande eredità alla Chiesa italiana: i suoi scritti, la sua comunità (Mater Ecclesiae, Isola di San Giulio sul lago d’Orta – Novara) e la sua testimonianza. Per onorarne la memoria pubblichiamo il racconto che le sue consorelle hanno fatto del passaggio del suo ruolo di abbadessa a madre Maria Grazia Girolimetto, avvenuto l’11 ottobre 2018. Il testo è apparso su Testimoni (1/2019 pp. 14-17) il mensile per la vita consacrata a cui ella ha collaborato. Segnaliamo alcuni dei suoi libri: Amore che chiama (2018), Silenzio. Esperienza mistica della presenza di Dio (2017), Fammi sapere perché? Il tema del dolore (2017), Scavate la Parola. Guida alla lectio (2010), E al mattino ecco la gioia (2008), Tu mi hai preso per mano (2011), Ha salvato ogni uomo (2011). Tutti editi da EDB, Bologna (ndr).

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L’11 ottobre scorso abbiamo celebrato con semplicità e con gioia il 45o anniversario di fondazione del nostro monastero. Come non rendere grazie alla fedeltà di Dio che – come ricorda il profeta Zaccaria (cfr. Zc 4,10) – non ha disprezzato i nostri modesti inizi? Ancora una volta il Signore non si è smentito: fa grandi cose con… nulla. E il grano di senape è diventato un albero frondoso.

Cinque delle sette fondatrici sono ancora in mezzo a noi per ripetere i particolari di quelle ore benedette in cui, approdate sull’Isola, hanno incominciato un’avventura di fede che è andata ben oltre ogni attesa. O meglio, hanno lasciato che il Grande Artista costruisse la sua portentosa opera di cui nessuna aveva in cuore il minimo presagio. Come battevano ostinate le piccole onde del lago sospinte dai venti freddi dell’inverno in quei giorni in cui la povertà e la solitudine erano stabili compagne! Ciò non impediva al cuore di cantare le sapienti parole dei salmi, della liturgia delle ore e, soprattutto, di innalzare il grande rendimento di grazie a Dio che custodiva il suo piccolissimo gregge.

Ora la nostra Madre fondatrice – Anna Maria Cànopi – può posare lo sguardo sulla lunga fila di sorelle che prendono posto negli stalli del coro, e, in particolare, sulle novizie e le postulanti che le ricordano di quante figlie il Signore l’ha inaspettatamente arricchita in questi anni. Le ha viste sciamare per animare altri cori monastici e celebrare la santità di Dio divenendo seme di consolazione per tanti fratelli, altrove: a Saint-Oyen, a Ferrara, a Fossano, a Piacenza… Ma è venuto il momento in cui l’instancabile dono di sé profuso dalla Madre ogni giorno con ardore rinnovato ha lasciato il suo segno.

La Settimana Santa abbiamo temuto che la Madre ci abbandonasse improvvisamente e ci siamo sentite del tutto impreparate. Il Signore, però, ancora una volta, ha avuto pietà di noi. Le forze sono tornate ma non erano più in grado di sostenere i ritmi di prima e il fisico non è stato più docile ai desideri della volontà. Le gambe non fanno più il loro servizio e il cuore è troppo affaticato per sostenere l’impegnativo incalzare dei giorni. Non c’è solo da guidare, infatti, la famiglia monastica. Il suo silenzioso irraggiamento ha chiamato altre persone – molte! – ad attingere acqua alla stessa sorgente. Nel mondo convulso di oggi si ha tanta sete di silenzio, di preghiera, di consolazione, di pace, di dare un senso al vivere e al morire. La famiglia degli oblati, per esempio, è così aumentata da superare il centinaio.

Tutto è stato grazia, anche la trepidazione per la salute della Madre che ci ha permesso di riallacciare in profondità il rapporto con quelle che sono state le nostre radici storiche: la comunità di Viboldone, in particolare tramite l’affettuosa vicinanza offertaci dalla Madre Ignazia Angelini. Vivevamo un periodo delicato ed era arrivato il tempo per Madre Anna Maria di invitare la comunità a raccogliersi in preghiera per poi eleggere un’altra sorella ad assumere il servizio abbaziale. Noi tutte abbiamo vissuto con trepidazione questo tempo di cui capivamo la necessità e l’importanza.

Nel segno della continuità

Se ognuno è unico e irripetibile, quanto più lo è chi ha ricevuto da Dio nella Chiesa un carisma speciale. Sarebbe dunque stolto fare confronti tra le persone. È saggio invece pensare ad una continuità che sia rispettosa della personalità di ciascuno.

Tale considerazione è emersa anche dalle riflessioni scambiate fra noi durante le due riunioni comunitarie che abbiamo tenuto in preparazione all’elezione. Momenti in cui, con serena consapevolezza, le sorelle hanno espresso una valutazione del tempo trascorso e le proprie attese.

In uno degli interventi è stato ricordato che l’avvenimento cui eravamo chiamate era una sorta di cammino verso Betlemme. La comunità avrebbe generato la Madre, colei a cui sarebbe toccato il compito di generare poi la comunità stessa. E tutto questo poteva avvenire – per grazia – sotto lo sguardo di chi è «semel Mater, semper Mater»: Madre Anna Maria Cànopi.

Il clima spirituale in cui sono avvenute queste grandi trasformazioni è stato ancora una volta denso di preghiera, di silenzio e di raccoglimento. Il mese di novembre infatti è per tutta la comunità il tempo annuale in cui è sospesa l’ospitalità e la comunità vive anche alcuni giorni di ritiro. La pioggia, che ha fatto innalzare il livello delle acque del lago al di sopra dei pontili di approdo, e il maltempo ci hanno ancor più isolate. Era un’ulteriore chiamata ad essere assorte nella contemplazione delle grandi opere che Dio andava compiendo: «Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Is 43,19).

Un aiuto prezioso ci è venuto anche dal Priore del vicino Monastero benedettino di Germagno, P. Claudio Soldavini, che, durante le meditazioni, ci ha invitate a riflettere e a focalizzare le nostre attese e aspettative. Alcune domande proposte alla comunità ci hanno fatto riscoprire la fecondità dell’esperienza vissuta attraverso il magistero della Madre fondatrice. Insegnamento non limitato alla parola, ma espresso nella fedeltà della vita, con uno speciale dono di empatia e di accoglienza dell’altro. È come se la Madre avesse posato su ciascuna di noi lo sguardo dell’artista che nel blocco informe scorge già il capolavoro.

Un particolare singolare: quasi nessuna di noi aveva mai partecipato a un’elezione abbaziale. Abbiamo dunque sentito il bisogno di consultare un bravo canonista, dal momento che si trattava di passare dalla fase carismatica a quella istituzionale della comunità. Questo è certamente vero, ma si è notato come era molto importante per noi salvaguardare una continuità proprio nel modo di intendere il carisma monastico come presenza e ospitalità liturgica.

Ci siamo trovate così – davvero trepide – alla storica giornata del 9 novembre. La data era stata scelta dal nostro Vescovo mons. Franco Giulio Brambilla che voleva presiedere a questo “evento” di grazia. Con la sua parola calda e profonda ci ha ricordato la grande fiducia che la Chiesa ripone nelle comunità monastiche chiamate, tramite ogni loro membro, ad esprimere la scelta di chi nel monastero fa le veci di Cristo. Una forte responsabilità di fronte all’intera Chiesa e alle singole persone che sono affidate alla cura materiale e spirituale della Badessa.

Tutte le sorelle sono state protagoniste di questa bella storia sacra animata dal profondo desiderio di vivere insieme il mistero della carità evangelica, del portare gli uni i pesi degli altri nella quotidiana testimonianza che seguire Cristo è possibile anche oggi ed è fonte di gioia e di pace. Ne sanno qualche cosa le sorelle in formazione – sono attualmente undici – che mentre la comunità era riunita in Capitolo si sono raccolte in preghiera nella cappella. Temevano di essere un po’ tagliate fuori dall’avvenimento. Invece… dopo un’attesa che si faceva sempre più ansiosa, sono state sorprese dal fragore di un grande applauso liberatorio. Chiamate dal Vescovo, sono entrate nella sala capitolare.

La nuova abbadessa

La nuova eletta, Madre Maria Grazia Girolimetto – da nove anni Priora conventuale – teneva stretta la mano di Madre Anna Maria Cànopi e, forte del suo sostegno, ha risposto al Vescovo che le poneva la domanda di rito, la sua accettazione al grande compito. Un momento emozionante! Poi ognuna si è inginocchiata davanti a lei per rinnovare nelle sue mani il voto di obbedienza; un gesto tutt’altro che formale e divenuto, proprio per questo, anche un caloroso abbraccio.

Madre Maria Grazia – al secolo Annalisa – è entrata in monastero il 14 settembre 1989, una data significativa: quella dell’Esaltazione della Croce, il cui magistero ha accompagnato il suo cammino monastico. Era infatti da poco tornata al cielo una giovane di 31 anni, Sr. Maria Caterina (Elisabetta Scalvi), ormai prossima alla professione solenne, stroncata dal riaffiorare di un implacabile male che era stato dato per recesso. E più tardi, anche Sr. Maria Pia Bergo, compagna di cammino monastico di Sr. Maria Grazia, avrebbe lasciato un grande vuoto in comunità con la sua prematura partenza per il cielo. Il loro ricordo affiorava spesso, quasi un costante, realissimo “memento mori”, secondo lo spirito della Regola benedettina.

Sr. Maria Grazia aveva 26 anni al momento dell’ingresso, una laurea all’Università Cattolica di Milano con tesi sul movimento liturgico, e un passato all’oratorio del suo paese, Figino Serenza, vivace borgo della Brianza.

Un periodo di grandi traslochi

All’Isola si è dovuta misurare subito con un periodo segnato da grandi traslochi conseguenti a una crescita numerica della comunità, ormai allo stretto nell’ex-palazzo vescovile. Avevamo infatti chiesto all’allora vescovo di Novara mons. Aldo Del Monte di allargarci verso il maestoso e fatiscente ex-seminario posto al centro dell’Isola. Sembrava esagerata la nostra richiesta, si era ipotizzato di occuparne solo una parte, ma poi, con un guizzo di audacia, noi stesse abbiamo insistito perché ci fosse assegnata tutta quella che fino a quell’anno ci sembrava una costruzione incombente, se non addirittura sinistra.

Il cammino di Sr. Maria Grazia è poi continuato nella quotidianità dell’ora, labora et lege. Nel 2002 fa parte del gruppo di fondazione di «Regina Pacis» a Saint-Oyen e viene poi richiamata all’Isola nel 2009. Di tale Priorato proprio il 12 ottobre 2018, quindicesimo anniversario dell’arrivo in Valle d’Aosta delle monache, la Madre Anna Maria ha avuto la gioia di vedere riconosciuta l’autonomia. M. Maria Agnese Tagliabue, compaesana e amica della giovinezza oratoriana di M. Maria Grazia, ne è divenuta abbadessa. Il 21 novembre scorso nella chiesa di Saint-Oyen ha ricevuto la solenne benedizione. Celebrava il Vescovo di Aosta, Mons. Lovignana, con una quarantina di sacerdoti grati al Signore per la testimonianza di fede, di amore alla Parola e di ascolto, offerta dalla neo-Madre e dalla comunità.

Ora inizia una nuova tappa

Ora inizia – nella continuità – una nuova tappa della nostra storia e siamo certe che – come ricordava M. Maria Grazia nel suo primo capitolo monastico – «solo l’amore costruisce». Proseguiamo il cammino ancora sostenute dalla preghiera, dall’equilibrio e dalla saggezza di Madre Cànopi.

Un grande incoraggiamento ce lo ha dato il Signore con l’arrivo, proprio in questi mesi, di nuove sorelle desiderose e quasi impazienti di abbracciare la vita monastica e di altre che si preparano a farlo. Anche monache nostre ospiti ci hanno attestato che costituiamo un segno di speranza semplicemente col vivere quotidiano, pur con i nostri limiti, nulla anteponendo a Cristo e all’opus Dei. La bellezza del canto liturgico e la forte dolcezza della Parola proclamata affascinano e guariscono. Il tutto è per noi un invito a proseguire in un clima di silenzio e di ascolto, oggi tanto insidiato dall’invadenza dei mass media che rischiano di fagocitare l’interiorità.

Anche il lavoro diventa un mezzo di testimonianza. I laboratori di restauro, di ricamo, delle icone e di artigianato vario ci mettono in contatto con molte persone, suscitando in loro la nostalgia di un vivere “altro”, artefice di bellezza e di pace pur nella quotidiana fatica. E di questo siamo tutte grate perché ognuna collabora a suo modo a parlare di Cristo, persino nel gusto di un pranzo saporito o nella cura del dettaglio di una stanza ospitale. Il tutto accresce la gioia di sentirci un corpo solo segnato dalla ricchezza di una pluralità di nazioni e continenti, pur nei brevi confini di questo scoglio roccioso su cui viviamo che non solo non ci limita ma ci àncora all’Eterno, alla patria del cuore di ogni uomo.

Avremo anche da misurarci con i nuovi documenti pontifici: Vultum Dei quærere e Cor orans con quanto comportano a livello organizzativo. Siamo comunque convinte che non sarà mai un rinnovamento delle forme istituzionali a garantire la comunione fra i monasteri, ma il coltivare un clima di vita fraterna impiegando tutti gli strumenti delle buone opere indicati dalla Regola di san Benedetto nel IV capitolo che culmina con il richiamo all’officina in cui metterli in pratica: il monastero con la necessaria stabilità nella famiglia monastica.

Solo così potremo ricevere la ricompensa promessa: «Quelle cose che occhio non vide né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo» (1Cor 2,9).

Tali realtà Dio ha preparato per coloro che lo amano. Come non impegnarci ad amarlo sempre di più? E come non chiedere con insistente preghiera che nessun fratello in umanità ne sia escluso?

Il disegno di Dio è la salvezza di tutti.

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