Cambogia: i martiri dei khmer rossi

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khmer rossi

Più di 3.000 cattolici – vescovi, preti, religiosi, religiose, catechisti – hanno partecipato a una solenne celebrazione a Tang Kork, nella provincia di Kampong Thom, a circa 100 km dalla capitale Phnom Penh, il 17 giugno, per ricordare i martiri del regime dei khmer rossi (1975–1979). Nel 2015 la Chiesa cambogiana aprì il processo diocesano per la beatificazione del vescovo Joseph Chmar Salas e di 34 martiri.

La ripresa dopo la strage

Il 7 aprile del 1990, il comitato centrale del Partito Popolare Rivoluzionario della Cambogia (Kampuchea) consentì l’apertura di una Chiesa e la celebrazione del nuovo anno khmer secondo la tradizione della religione cristiana. I cattolici cambogiani ne avevano fatto richiesta il 16 marzo con una lettera inviata al presidente del consiglio nazionale del Fronte unito nazionale per la salvezza della Cambogia.

Una lunga dichiarazione, letta alla radio di Phnom Penh l’11 aprile del 1990, rese pubblica la risposta. Il mattino del 14 aprile, sabato santo, 1.500 cristiani si riunirono in un teatro della città per celebrare la Pasqua e l’inizio di una certa libertà religiosa.

A metà giugno del 1990, p. Emilio Destombes delle Missioni Estere di Parigi, venne autorizzato a recarsi nella città di Battambang, a 300 km a nord-ovest di Phnom Penh, vi celebrò la messa, alla presenza di un migliaio di fedeli, in maggioranza khmer, nei locali del Fronte nazionale di solidarietà, perché la Chiesa era stata rasa al suolo dai khmer rossi nel 1975.

André Lesouef, delle Missioni Estere di Parigi, mi informò che il numero dei cattolici cambogiani sopravvissuti al genocidio del famigerato Pol Pot (1925–1998) si aggirava intorno ai 2.000 fedeli. Le comunità cristiane, senza vescovi, religiosi e preti, si erano organizzate nella cura delle celebrazioni liturgiche, la catechesi, l’aiuto ai bisognosi.

I khmer rossi

Visitando, per conto della rivista Il Regno, il Paese con Marcello Matté, ora redattore di Settimana News, cercai di dare negli anni Novanta una risposta ad alcuni interrogativi. Chi erano i khmer rossi? Quale era la loro consistenza numerica? Quale era il loro avvenire dopo la caduta del regime? Nessuno seppe darmi una risposta, solo riuscii a cogliere alcune impressioni.

I khmer rossi erano senza dubbio meno forti. Le elezioni del maggio 1993 avevano dato un colpo pesante, soprattutto sul piano internazionale. Continuavano ad apparire agli occhi del mondo come bande sanguinarie. Non erano in grado di riconquistare il Paese perché diminuiti di numero, continuando l’esodo dalle loro file, essendo venuta meno la carica rivoluzionaria. Erano comunque ancora forti per portare confusione e creare disturbo, godendo una certa reputazione perché si appellavano all’identità nazionale khmer, facendo sognare la grandezza dell’impero di Angkor.

La Chiesa, sotto il regime di Pol Pot, perse tutto: vescovi, preti, religiosi, religiose, catechisti. Per quindici anni, benché fosse caduto il regime di Pol Pot, la Chiesa fu obbligata a vivere nella clandestinità. I cristiani furono costretti dalle tragiche circostanze a privatizzare la loro fede. Solo nel 1990 apparvero tenui barlumi di libertà religiosa e si tennero i primi atti di culto all’aperto, in mezzo a un mare di difficoltà.

La Chiesa non era ancora riconosciuta ufficialmente. Era autorizzato solo il culto. Le comunità cristiane andavano a poco a poco ricostituendosi, ma senza guide, su quattro pilastri: la liturgia, riscoprendo l’identità khmer; l’evangelizzazione e la trasmissione della fede, la diaconia e il dialogo con le altre religioni, soprattutto con il buddhismo, religione di stato.

«Un regime diabolico»

Negli anni Novanta, la popolazione era ancora traumatizzata. Ripensava continuamente al passato, quando non si poteva parlare, non ci si poteva riunire e non ci si fidava di nessuno.

Diceva mons. Destombes, delle Missioni Estere di Parigi, in Cambogia dagli anni Sessanta, espulso e rientrato sul finire degli anni Ottanta: «Non si può immaginare un regime più diabolico. La gente era ridotta a bestie da soma. I fanciulli strappati alle famiglie, formati agli ideali della rivoluzione e poi rimandati a casa per spiare i genitori. Ora c’è ancora l’ossessione di essere traditi, di andare a finire a marcire in carcere».

I khmer rossi si annidavano ancora nelle città e si infiltravano nelle comunità cristiane, impegnate in una sorta di sinodo. Nonostante le incertezze, le piccole comunità cristiane rinascevano e nascevano qua e là. Catechesi e catecumenato, impegno per i più poveri (una massa enorme), analfabeti e portatori di handicap. Era eroismo.

Soltanto il 4 aprile del 1990 fu concessa la libertà di culto e fu grande festa per i cristiani usciti dalla persecuzione. La Chiesa comunque era ancora sotto stretta vigilanza. Ogni comunità doveva redigere un rapporto mensile e le autorità locali chiedevano talvolta la lista dei cristiani. Nel 1993 la nuova Costituzione concesse la libertà anche alle confessioni religiose non buddhiste. Nel marzo 1994 si stabilirono rapporti diplomatici con la Santa Sede. Nel 1997 il Consiglio dei ministri approvò gli statuti della Chiesa.

La «marcia sinodale», iniziata nel 1990, muoveva i primi passi in un campo di rovine. Scomparsi i cristiani, dispersi i sopravvissuti, soppressi i quadri religiosi, rase al suolo le chiese con Pol Pot e le istituzioni confiscate. I responsabili pastorali imboccarono la strada dell’ascolto delle comunità con l’intento di costruire con loro «una Chiesa dal volto cambogiano».

Una Chiesa dal volto cambogiano

Nel 1991 si iniziò a celebrare i «sinodi delle comunità», che permettevano ai cristiani dei campi profughi e a quelli rimasti in Cambogia di «sentirsi Chiesa». Si fece una chiara scelta d’inculturazione: chiese senza banchi, come le pagode buddhiste; gesti religiosi limitati al saluto buddhista (mani giunte); uso di bastoncini d’incenso; celebrazioni delle feste buddhiste (nuovo anno, festa dei morti), lezionari, messali e rituali tradotti in khmer dall’infaticabile p. Ponchaud; salmi versificati secondo i ritmi cambogiani; decorazione delle chiese secondo lo stile delle pagode; via crucis stile khmer, costruzione di chiese secondo lo stile locale.

Con commozione, p. Ponchaud mi ricordava il tempo del regime: 3 anni, 8 mesi e 20 giorni: più di due milioni di morti. «Nel 1979, alla liberazione del Paese da parte dell’esercito vietnamita, a Phnom Penh non vi era che una decina di cristiani; di un gruppo di 50 giovani, ve n’erano solo 3. Nella chiesa di Battanbang, seconda città del Paese, erano rimasti alcuni vecchi. Tutti gli altri erano scomparsi».

In quegli anni lasciavo il Paese con una stima enorme nei confronti dei missionari. Sepolti vivi in un clima di diffidenza e di sospetto, ritenuti gente che, nel passato, aveva dominato e rubato. Sepolti vivi in una società che faticava a darsi leggi solide e durature. Sepolti vivi in mezzo a malati di aids, vera piaga nazionale; in mezzo a giovani che non guardavano al di là del proprio tornaconto; in mezzo a uomini e donne che abbandonavano i propri figli. Sepolti vivi e spesso dimenticati.

Fa piacere allora sentire il vescovo Schmitthaeusler dire nella celebrazione di ricordo dei martiri: «Oggi la situazione è molto differente. La Chiesa è nuova. Vi sono circa 25.000 fedeli e parecchie comunità molto giovani, per lo più fondate dal popolo che ha solo da poco accolto la fede cristiana».

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