Karl Barth e le grandi ore della storia

di: Francesco Strazzari

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Il teologo luterano tedesco Paul Althaus (1888-1966), uno dei più grandi interpreti di Martin Lutero, scrisse in un suo commento a proposito di quello che gli studiosi considerano il capolavoro di Paolo di Tarso: «Le grandi ore della storia del cristianesimo sono anche le ore della Lettera ai Romani».

La crisi dell’ottimismo liberale

Agli inizi del XX secolo, Karl Barth con la sua “teologia dialettica” aveva inferto un duro colpo alla tipica visione calvinista della doppia predestinazione, a favore della “strettoia” per la salvezza in Cristo (cf. Antonio Pitta). Tra il 1919 e il 1922 il mondo è alla sfascio. La guerra ha provocato milioni di morti tra militari e civili. La pandemia di influenza virale, la “spagnola”, così detta perché furono i giornali spagnoli a darne per primi informazioni sulla catastrofe, tra il 1918 e il 1920, fece tra i cinquanta e i cento milioni di morti su una popolazione di due miliardi, colpendo soprattutto adolescenti, giovani e adulti giovani. Vi trovarono la morte anche i due pastorelli di Fatima: Giacinta il 4 aprile 1919 e Francesco il 20 febbraio 1920.

In teologia era il tramonto dell’ottimismo liberale. La teologia liberale, nata dall’incontro del liberalismo, tipico della borghesia europea del XIX secolo, imperversava nella teologia evangelica. La teologia liberale, soprattutto di Harnack (storico) e di Troeltsch (filosofo della religione), si proponeva di affrontare i nuovi problemi del mondo e della società in una prospettiva evangelica. «In sintonia con l’ottimismo liberale essa mirava ad armonizzare il più possibile la religione cristiana con la coscienza culturale del tempo» (Rosino Gibellini). Ma la guerra mondiale e la pandemia universale infransero l’ottimismo e le domande che i teologi si ponevano erano inquietanti.

Entra in scena Karl Barth, nato nel 1886 a Basilea, pastore riformato. Studia in varie università tedesche ed elvetiche, discepolo di Harnack, con il quale ha un aspro e avvincente conflitto, con l’accusa di avere condotto la teologia scientifica protestante ad allontanarsi dalla rivelazione di Dio. La scoppio della guerra e la precarietà drammatica del tempo lo inducono a prendere le distanze dai maestri del mondo germanico che avevano inneggiato alla guerra. Iniziato proprio in piena guerra, nel luglio 1916 e terminato nell’agosto 1918, il commento alla Lettera ai Romani viene pubblicato a Berna nel 1919. Barth è un devoto pastore protestante di Safenwil nell’Argonia svizzera.

Il capolavoro paolino

Paolo inviò la Lettera ai cristiani della capitale imperiale verso la metà degli anni Cinquanta del primo secolo. L’interpretazione di questo scritto segna in maniera decisiva tutta le teologia del Nuovo Testamento. È un faro della cultura occidentale, studiato a fondo nel corso dei secoli da teologi e filosofi: Agostino (354-430) nelle Confessioni; Anselmo di Canterbury (1033-1109); Martin Lutero (1483-1546). K. Barth la rilegge e la commenta in varie edizioni del suo Der Römerbrief; il concilio Vaticano II (1962-1965) la riprende per parlare del rapporto tra cristianesimo ed ebraismo.

Paolo si trova a una svolta della sua vita. Ha terminato il suo giro nel mondo greco e si appresta a portare a Gerusalemme quanto raccolto nella colletta. Guarda verso nuovi orizzonti: l’Occidente del Mediterraneo. La Lettera gli dà l’occasione di fare un bilancio e di prepararsi ad affrontare i suoi avversari a Gerusalemme. A Roma i cristiani sono ancora vicini alle sinagoghe dei giudei e ne ricalcano l’organizzazione. Vi sono probabilmente parecchie assemblee cristiane a Roma, ancora legate alle tradizioni del giudaismo. La Lettera entra nel vivo e diventa eco di un duplice “attaccamento”, a Gesù Cristo e alla Scrittura, ma riflette anche le tensioni invitabili con il potere imperiale e con la comunità giudaica.

Paolo, che ha al suo attivo un ventina d’anni di predicazione, dispiega nella Lettera ai Romani tutte le risorse della retorica ellenistica, tutte le sfumature dell’esegesi farisaica, tutta la foga del suo argomentare per convincere i cristiani di Roma ad accoglierlo. Non è mai stato a Roma e con la Lettera propone ai Romani un condensato del suo annuncio sotto la prospettiva della manifestazione della “giustizia di Dio”. In certa maniera, Paolo si propone di convincere i destinatari ad aderire al suo modo di comprendere il messaggio evangelico. Insiste sull’uguaglianza tra i cristiani di origine giudaica e i cristiani di origine pagana. Si fa promotore dell’unità e della comunione. Volendo poi andare in Spagna, intende avere il sostegno e l’avallo della comunità di Roma.

Manifesto della “teologia dialettica”

La Lettera è indubbiamente un’opera difficile sotto vari aspetti, soprattutto per lo stile e la composizione. La trama è complessa: la legge mosaica, la giustificazione, la giustizia di Dio, l’obbedienza alla legge, il rapporto tra giudei e gentili.

Barth si propone di non farne una lettura erudita, ma di attualizzare il testo paolino. Il teologo, nel frattempo, è all’università di Gottinga e la sua fama si va diffondendo. Nel 1922 esce a Monaco di Baviera la seconda edizione del suo commento. È questa che viene considerata il testo più rappresentativo della “teologia dialettica” in contrasto con la “teologia liberale”. Rispetto alla prima edizione, Barth accentua il suo distacco dall’ottimismo liberale, su cui si appoggiava soprattutto la teologia di Harnack e Troeltsch, e presenta il regno di Dio non più come la forza che muove il mondo, ma il «totalmente Altro», concetto desunto da Rudolf Otto nell’opera Il Sacro. Escono altre edizioni del commento: terza edizione nel 1922, la quarta nel 1924, la quinta nel 1926 e la sesta nel 1928.

Il Dio della Lettera ai Romani è il Deus absconditus, il «totalmente Altro». Nessun cammino che parte dall’uomo arriva a Dio: non la via dell’esperienza religiosa (Schleiermacher), né la via della storia (Troeltsch), né la via metafisica (teologia scolastica). L’unico cammino lo compie Dio stesso verso l’uomo tramite Gesù Cristo. Tra l’uomo e Dio corre una “linea di morte” che l’uomo non può valicare. La storia della salvezza – tematica molto sentita in ambito protestante – non è una storia accanto alla storia dell’uomo o nella vicenda storica dell’uomo, ma la “crisi” incessante di ogni storia. In sottofondo, la tragedia della guerra e la pandemia mondiale. La storia dell’uomo – storia di peccato e di morte – (la contrapposizione all’ottimismo liberale è palese), sta sotto il giudizio di Dio. L’uomo dice no al piano salvifico di Dio e Dio dice in Gesù Cristo.

«La cristologia è tutto – o niente»

Barth si sofferma sulla risurrezione di Cristo, che è una irruzione del mondo nuovo nel vecchio mondo della carne, ma solo tangenzialmente: «Nella risurrezione, il mondo nuovo dello Spirito santo viene in contatto con il vecchio mondo della carne. Ma esso lo tocca come la tangente tocca il cerchio, senza toccarlo, e appunto in quanto non lo tocca, lo tocca come la sua limitazione, come mondo nuovo» (Commento alla Lettera, 6).

Appropriate le riflessioni di Rosino Gibellini (La teologia del XX secolo, Brescia 1992, p. 22): «Il vangelo che Paolo vuole annunciare nel grande emporio spirituale e religioso di Roma non è un messaggio religioso, che informi sulla divinità e sulla deificazione, bensì la lieta e buona notizia di Dio, il cui accoglimento è la fede. Ma la fede non ha niente a che fare con la fanghiglia dell’esperienza religiosa; essa è un miracolo, salto nel vuoto, spazio vuoto per la grazia di Dio. La giustificazione avviene solo attraverso la fede, ma, qui, fede- e siamo ad uno dei punti più controversi dell’interpretazione barthiana -significa fedeltà a Dio. La fede del credente è spazio vuoto per la fedeltà del Dio delle promesse. L’epistola ai Romani del 1922 è sotto il segno della infinita differenza qualitativa (Kierkegaard) tra Dio e uomo e mostra una concezione rigorosamente radicale di fede e grazia».

Barth con il commento alla Lettera ai Romani, negli anni Venti, non tenta un’armonizzazione tra Dio e uomo, tra fede e cultura, ma procede per contrapposizioni dialettiche. È esponente di una teologia nata in tempi di crisi, in condizioni tragiche e traumatiche. Può dirsi esponente di una “teologia della crisi”, dove Dio è concepito come giudizio di tutto l’uomo e dell’umanità. In un articolo del 1922, dal titolo «La parola di Dio come compito della teologia», affermava che ad essa si deve fare riferimento per dare risposta alla questione dell’esistenza. Nella Dogmatica (1932-1967) dirà che vi è la parola predicata dalla chiesa; la parola scritta della testimonianza biblica; la parola della rivelazione di Dio attuata in Gesù Cristo. Perentorio e anche drastico il suo giudizio: «La cristologia deve occupare tutto il posto in teologia… La cristologia è tutto – o niente».

Cristo al centro dei drammi e delle tragedie della storia. Allora come adesso.

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6 Commenti

  1. Dolhai Lajos 25 marzo 2020
  2. Francesco Strazzari 24 marzo 2020
  3. Andrés Torres Queiruga 24 marzo 2020
  4. Gandolf Wild 23 marzo 2020
  5. Card. António Augusto dos Santos Marto 23 marzo 2020
  6. Jesus Martinez Gordo 22 marzo 2020

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