Diario di guerra /51. Processi di pace

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Un documento per la pace firmato a Trieste dalle principali associazioni e movimenti cattolici, esplicitamente collegato alla edizione annuale della Settima Sociale che avrà luogo a luglio, mi ha particolarmente colpito, perché parla di pace senza parlare di giustizia, ossia le parole solitamente associate: tutti dicono di volere, infatti, la pace giusta.

Nel documento, rivolto a governanti e candidati, la pace viene definita «impegno prioritario» di chi vuol governare l’Europa dopo le imminenti elezioni europee: una pace fondata «sull’infinita e inalienabile dignità dei popoli». Dopo un iniziale momento di perplessità – o forse di sorpresa – ho detto, dentro di me: finalmente! La parola giustizia viene nei fatti sostituita con «l’infinita e inalienabile dignità dei popoli». Cambia qualcosa? Sì, secondo me: dall’idea di un assoluto si passa a quella del processo, ma con una precisa bussola.

Guardando alle guerre che attualmente maggiormente ci angosciano – in Ucraina e in Medioriente – possiamo cogliere le diversità. Che cosa è giusto in Ucraina? Vien da dire: respingere l’offensiva russa, oppure, secondo Mosca, vincere la guerra da questa proclamata «santa» contro il perverso e satanico Occidente.  Tutto qui?

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Se tutto fosse solo questo, avrei la mia risposta, netta. Ma leggo – e lo sanno quasi tutti ormai – che c’è stato un momento in cui si è pensato che fosse giusto rifiutare un accordo di pace che avrebbe rinviato di quindici anni la soluzione della questione della Crimea, riconoscendo al Donbass ampia autonomia nello Stato ucraino, col ritiro delle armate russe. Mentre ora giusto è solo cercare lo scalpo del nemico. Quasi una questione personale.

E in Terrasanta, cos’è giusto? La giustizia non è ancora la soluzione dei due Stati? Io ci conto. Ma è legittima la sensazione che di questa giusta soluzione si parli nei salotti, mentre i fatti negano l’infinita e inalienabile dignità dell’uno o dell’altro popolo.

La giustizia viene infatti invocata sulla base di opposte idee di giustizia. Così il rischio – evidente – è cadere negli opposti estremismi. È ciò che avviene. Ciascuno vede la propria verità, mai contemperata con la verità dell’altro.

L’innovativa espressione – «l’infinita e inalienabile dignità dei popoli» – mi piace per un motivo elementare: i custodi della giustizia assoluta sono, appunto, gli assolutisti; l’assolutismo disumanizza gli altri, quindi anche sé stessi.

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Ritorno, allora, come in tante pagine di questo diario, all’esempio dei profughi palestinesi, che sono disseminati, dal 1948, nel mondo arabo. Una piaga terribile. Sposando l’idea assoluta di giustizia e preservando il «diritto dei palestinesi al ritorno» si è voluto che restassero profughi, in attesa permanente, cioè, di un ritorno. Intanto, senza cittadinanza, questi non possono fare altro che vivere nei campi profughi, vivendo di lavori giornalieri, al più stagionali, molte volte illegali. Cambiare posizione? No! – si è sostenuto – perché significa cedere all’ingiustizia.

Occorreva un’alternativa. Alcuni nell’OLP la videro: ai tempi del negoziato di pace, proposero che il «diritto al ritorno» fosse nello Stato di Palestina, quando fosse nato: non in una Palestina che non esisteva più, posto che, in buona parte di essa, si ammetteva il diritto ad esistere del nuovo Stato di Israele. Ciò avrebbe consentito ai palestinesi di rientrare in una Palestina riconosciuta, magari con compensazioni economiche per ciò che avevano perso, ovvero di naturalizzarsi lì dove si trovavano già, ma con legislazioni più umane, di integrazione. Sappiamo: prevalse il no, nel nome della giustizia.

Voglio dire che la pace comporta sempre la perdita almeno di un pezzo della propria giustizia: valeva per i palestinesi e valeva anche per gli israeliani, che avrebbero dovuto rinunciare a molti insediamenti colonici riconoscendo che quelle terre erano altrui.

Lasciar marcire i problemi senza mai addivenire ad un compromesso, dunque, è giusto? Per me, no. Ma non perché penso, da nichilista, che non esista la cosa giusta, bensì perché ogni idea assoluta non fa che rafforzare le visioni estreme, come quelle che oggi causano ciò che vediamo.

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Ora: cosa sarà dei profughi che da decenni vivono a Gaza e che adesso sono rifugiati nel lembo più a sud di Gaza – Rafah – da dove viene chiesto loro, ancora, di risalire nelle tendopoli di Khan Younis, da cui sono stati costretti a fuggire pochi mesi fa?

Nel momento in cui scrivo, tutte le fonti affermano che l’operazione militare a Rafah sta per cominciare. Ma, si dice: limitatamente a una sua parte. La popolazione non sarebbe spinta verso il confine egiziano. E il tempo per i Costruttori di Pace stringe.

Vista la vacanza dell’Europa, bisogna contare su un’America stanca e vacillante, come il suo Presidente? Biden, infatti, guardato mentre cammina, vacilla, come il suo Paese: prima anti-saudita, ora filo-saudita, prima dimentico dei palestinesi, ora memore del loro problema. Un’America che non soddisfa nessuno. Ma posto che, in campo, giocano soprattutto gli assoluti, forse questo è, ora, il suo lato migliore. Perché sembra volersi sottrarre alle visioni estreme.

La moderazione può, infine, risolversi in forza, quella che non dovrebbe tacere in questo grave frangente dell’attacco, a colpi d’arma da fuoco, contro il villaggio palestinese di al Mughayyr, da parte di coloni israeliani. La forza della moderazione – che non è inciucio – è un po’ quel che mi piace del documento delle associazioni cattoliche: il sottrarsi agli estremismi ideologici, assoluti, riconoscere i diritti dei popoli, prendere le parti del negoziato; il solo modo per far procedere una pace che non può essere raggiunta coi tratti di penna, bensì avviando processi.

Una critica pure al documento varato a Trieste? Questa: non vedo citata la parola «sviluppo», che Paolo VI definiva sinonimo di pace. Lo sviluppo è un processo, sincrono alla pace dei popoli, quella che si costruisce lentamente, progressivamente, nel tempo, con la forza della moderazione.

Non ho mai ritenuto che essere per la pace voglia dire essere pacifisti a buon mercato: c’è anche il dovere di non accettare aggressioni o violenze, senza però agire con lo stesso stile dell’aggressore. Siamo qui nei pressi di quella «non violenza attiva» alla quale Francesco ha fatto cenno, senza poterla elaborare, nell’incalzare di queste guerre tremende. Ma è questo che serve.

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