Vetus e Novus Ordo: dilemma insuperabile?

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liturgia

Foto: Alexandre Marchi / L’EST REPUBLICAIN/MAXPP

 

Molti sono i nostalgici della messa celebrata col messale di papa Giovanni XXIII, perché non si ritrovano nel nuovo rito. L’ho notato anche fra alcuni dei miei 25 benevoli lettori. Comprendo le loro motivazioni.

Quelli che preferiscono il rito antico spesso sottolineano alcuni elementi che ritengono smarriti o attenuati nel nuovo Rito, primo fra tutti il senso del sacro e significativi spazi di silenzio. Esigenze più che legittime. Infatti, papa Francesco, nella lettera apostolica Desiderio desideravi ha affermato che «tra i gesti rituali che appartengono a tutta l’assemblea occupa un posto di assoluta importanza il silenzio… simbolo della presenza e dell’azione dello Spirito Santo che anima tutta l’azione celebrativa» (52).

A proposito del clima diverso di raccoglimento nel passato, nel 1964, quando era già in uso il messale di Giovanni XXXIII, Guardini faceva notare però che: «si può giungere all’esito che persone serie, le quali hanno a cuore l’autentica pietà religiosa, ricevano la sensazione che accade un disastro, come pensava quel venerando vecchio parroco che disse: “Prima che si cominciasse con la liturgia la gente ha potuto pregare. Adesso si parla e si corre attorno”. Ovviamente costerà molti pensamenti e tentativi il vedere come si possa portare l’uomo attuale a compiere anche realmente l’atto, senza che ne venga fuori del teatro e dell’armeggio» (Formazione liturgica pag. 32). C’era quindi dell’armeggio e del teatro anche nel passato, oltre a quello lamentato nel presente: la liturgia è semper reformanda, come riconosceva il Concilio (SC 21).

Papa Francesco nella già citata lettera apostolica dà il giusto rilievo a quei valori insiti nella celebrazione liturgica giustamente reclamatati da quelli che li ritengono valorizzati e vissuti solo nel Vetus Ordo. Difatti, egli parla dello stupore per il Mistero pasquale (dal n. 24 al 26) ed esorta i ministri ordinati a coltivare una viva coscienza di essere una particolare presenza del Risorto (57), un’intensa vita spirituale e l’ars celebrandi, evitando ogni eccesso e ogni manìa di protagonismo (54).

Tutto il documento è un richiamo a vivere una liturgia autentica in cui i fedeli si sentano a loro agio perché vi trovano ciò che cercano nel recarsi a Messa e non certo l’invenzione estemporanea di qualche nuovo diversivo.

Il… latinorum

Si nota in alcuni anche nostalgia del latino: sentire le stesse parole e vedere gli stessi gesti che hanno accompagnato santi e fedeli per secoli darebbe un forte senso di appartenenza a una tradizione millenaria. In effetti, dal IV secolo il latino divenne la lingua per la liturgia, sostituendo il greco che non era più compreso dal popolo. Papa Damaso incaricò san Girolamo di tradurre la Bibbia in latino – la Vulgata – comprensibile dal popolo. Questa preoccupazione di adottare la lingua parlata dal popolo è presente anche nelle Chiese orientali.

La consapevolezza che il latino non fosse più la lingua universale che tutti sarebbero stati in grado di comprendere, unita all’intento di facilitare la partecipazione del popolo indusse il Concilio ad adottare la lingua volgare (SC 36), facilitando così la comprensione della Parola di Dio e i riti, non relegando più l’Assemblea al ruolo di spettatrice di un rito misterioso.

Il linguista Gian Luigi Beccaria ha scritto il gustoso libro Sicuterat, il latino di chi non lo sa: Bibbia e liturgia nell’italiano e nei dialetti, in cui descrive le deformazioni popolari in cui incorse il latino della liturgia. Giusto qualche esempio: «Et ne nos in-ducas era diventato un personaggio: “Tenenosse”, [sepolto] in du’casse, per indicare qualcuno del quale si poteva presumere qualunque eccesso di lusso e stravaganza. Panem nostrum quotidianum “da nobis hodie” è donna Bissodia, bacchettona, persona estremamente pia o petulante» (pag. 32-33).

Ovviamente nessun pregiudizio e nessuna nostalgia verso il latino da parte di chi, a suo tempo, si è formato col Messale di Paolo V e ha celebrato dopo l’ordinazione e, per pochi anni, col Messale di Giovanni XXIII. Da notare, comunque, che proprio quel messale – a parte il Canone Romano – dal Te igitur alla dossologia e altre parti in latino riservate al celebrante presentava le letture bibliche e altre parti rituali anche in lingua volgare, proprio per facilitare la partecipazione del popolo.

La riforma, culminata col Messale di Paolo VI fu attuata con l’intento di favorire la partecipazione attiva dei fedeli voluta dai padri del Movimento liturgico, quell’actuosa participatio sancita poi da Sacrosanctum concilium. Essa veniva comunque facilitata già prima del Concilio dall’uso del messalino – dove adottato – a partire dagli anni 20 del secolo scorso fino a quello bilingue dal 1962.

Fu anche stabilito dal Concilio di posizionare di fronte all’assemblea il ministro che la presiede, cosa forse non tanto gradita ai nostalgici del vecchio rito. Si dimentica però che, se Cristo è “sol oriens ex alto”, allora è più importante avere i cuori rivolti a Lui.

I giovani di fronte alla liturgia

Fra quelli che prediligono il Vertus Ordo ci sono anche giovani desiderosi di vivere una liturgia raccolta, partecipata interiormente senza troppe fonti di distrazioni, canti compresi. Non hanno tutti i torti, se si considerano certi fenomeni che, comunque marginali, non giustificano una diffidenza generalizzata.

È molto significativo il fatto che tanti altri giovani sentano ugualmente l’esigenza di silenzio e un’attrattiva per liturgie celebrate con semplice solennità e con ampi spazi di silenzio e di raccoglimento, senza per questo preferire il Vertus Ordo o avere atteggiamenti di rifiuto o di diffidenza nei confronti del rinnovamento conciliare.

Ci sono luoghi in cui i giovani trovano ospitalità e possibilità di vivere intensamente celebrazioni liturgiche intrise di spiritualità e di significativi momenti di silenzio, elementi che essi dovrebbero poi ritrovare nelle celebrazioni liturgiche delle loro comunità, in una possibile continuità con ciò che hanno vissuto in quei momenti intensi.

Paola Bignardi, nelle sue ricerche, intravede come «indizio di futuro, un monachesimo che sa farsi luogo ospitale di forme diverse di vivere il cristianesimo, senza in nulla rinunciare al proprio stile. E così accade di ritrovare, a certe liturgie, giovani che hanno ricevuto solo il battesimo nella loro infanzia e nulla più, ma chiedono di passare qualche giorno a condividere un’esperienza così insolita e così affascinante; oppure di incontrare giovani che frequentano le lodi del mattino di una comunità monastica attratti dalla bellezza e dall’armonia di un certo modo di pregare. Da ciò emerge nei giovani una nuova domanda di spiritualità» (Metamorfosi del credere, pag. 187).

Un mio amico teologo e insegnante in un liceo di Milano vive le stesse esperienze: ogni anno guida alcuni gruppi di alunni a Taizè, Bose, Dumenza, dove essi sperimentano e vivono intensamente momenti di preghiera silenziosa e liturgie molto raccolte.

Queste esperienze dimostrano che non si può rimpiangere il passato e ricrearlo per trovare raccoglimento, e nemmeno è necessario: si tratta piuttosto di accogliere e contribuire a evidenziare, con la propria sensibilità, tutte le possibilità offerte del nuovo rito che, per molti, è fonte di preghiera e di crescita. Dipende tutto da come esso viene celebrato secondo le indicazioni di autentica spiritualità liturgica e alla luce di DD, senza ricorrere, per attrarre gente, ad effetti speciali.

Al riguardo, trovo molto pertinenti le osservazioni di G. Costa: «La liturgia non è la performance di un ministro davanti a un pubblico, ma l’azione di un popolo radunato. Se l’assemblea rimane passiva o distante, la tentazione è quella di riempire il vuoto con qualche invenzione: una spiegazione in più, un gesto aggiunto, un segno nuovo che catturi l’attenzione. È spesso in questo momento che nasce la creatività improvvisata. Quando l’assemblea ci sfugge, quando percepiamo che non partecipa davvero, allora pensiamo di dover inventare qualcosa. Eppure, la partecipazione non nasce dall’aggiunta di elementi esterni al rito, ma dalla capacità di far emergere la dinamica propria della celebrazione: il dialogo tra presidente e assemblea, la risposta corale, il canto comune, il silenzio condiviso, il ritmo dei gesti».

Occorre anche notare che certe manipolazioni vengono fatte anche da chi, pur nostalgico del passato, si è adeguato al Messale di Paolo VI, ma si permette libertà ibride in cui il rito è gravato da ridondanti sovrastrutture pseudo rituali.

Un po’ di storia della riforma

Ritengo a questo punto utile, sia per quelli che hanno convissuto con la Riforma liturgica fin dal suo inizio sia per coloro che hanno nostalgia del passato per motivazioni di ordine spirituale e senza pregiudizi, descrivere in breve l’iter e le scelte serie, responsabili, motivate e competenti che hanno portato al Messale di Paolo VI, che non è frutto di improvvisazione da parte di sprovveduti in cerca di novità ad ogni costo.

Difatti, quando si intraprese la riforma del rito, molti temevano che si volesse demolire tutto, distruggendo l’edifico antico per costruirne un altro completamente diverso.

Si trattò, in realtà, di un restauro condotto con intenzioni innovative e con criteri filologici, utilizzando le ulteriori conoscenze storiche maturate nel frattempo, nel rispetto delle strutture portanti e tenendo sempre presente la Tradizione.

Potremmo paragonare la riforma all’opera di un architetto alle prese con un castello antico da restaurare, col proposito però di rispettare la struttura, eliminando stratificazioni di stili di diverse epoche sovrapposti alle linee architettoniche originarie, snellendo e rendendo il tutto più funzionale all’uso, provvedendo anche ad ampliare determinati spazi d’uso, il tutto fatto però con stile e sobrietà, evitando di ostentare una modernità fuori luogo.

Pensiamo agli spazi creati per collocare tutta la ricchezza della Parola di Dio, le nuove Preghiere Eucaristiche, una ulteriore varietà di prefazi, di nuove collette e formulari per celebrazioni particolari.

Prima ancora della riforma voluta da Paolo VI, papa Pio XII nel 1948 aveva creato una Commissione che ponesse mano a riformare i Riti della Settimana Santa, ripristinando la Veglia Pasquale (1951), riformando la Settimana Santa e semplificando le Rubriche (1955).

Alla stessa Commissione poi Giovanni XXIII diede l’incarico di preparare una nuova edizione del Messale – quella del 1962 –, in cui furono inseriti i riti della nuova Settimana Santa riformata, il Codice delle Rubriche, l’aggiunta del nome di san Giuseppe nel Canone, l’eliminazione dell’aggettivo perfidi riservato ai Giudei nella Liturgia del Venerdì Santo e lo snellimento di alcuni riti.

Come attesta Annibale Bugnini nel suo voluminoso, dettagliato e documentato libro La Riforma Liturgica, il Messale del 1962 non era nelle intenzioni di papa Giovanni XXIII un punto di arrivo, ma solo un ponte di transizione verso la riforma e quindi una realizzazione destinata ad essere transitoria, in vista di una futura riforma che tenesse conto delle precise indicazioni di SC ai numeri 47-58, quella che in seguito realizzò Paolo VI, affidandola al Consilium ad exequendam Constitutionem de Sacra Liturgia, composta da numerosi liturgisti e teologi chiamati per la loro grande competenza a far parte dei gruppi di lavoro o coetus che prepararono il nuovo messale.

Nel libro di Bugnini sono 13 le pagine con i nomi dei vescovi, dei consultori e dei consulenti e consiglieri membri di quel Consilium: liturgisti, biblisti, patrologi e teologi, fra i quali Falsini, Gelineau, Jungmann, Leclercq, Martimort, Mazzarello, Neuhneuser, Nocent, Raffa, Roguet, Vagaggini, Visentin; Grelot, Cerfaux, Cazelles; Pellegrino, Marrou, Quasten; Alszeghy, Bouyer, Danielou, Pannikar, Rahner.

I lavori di preparazione non solo del Messale, ma anche di tutti gli altri Libri Liturgici a partire dalla Liturgia delle Ore secondo le dettagliate indicazioni del Piano generale, iniziarono nel 1964 e furono condotti con impegno e competenza, seguiti da Paolo VI che provvedeva personalmente a correggere i testi e fare opportune aggiunte. Fu lui a volere che le parole di Gesù sul pane e sul vino fossero le stesse in tutte le Preghiere eucaristiche, spostando l’acclamazione Mistero delle fede dopo la consacrazione del pane e del vino.

A fronte di tanto lavoro condotto con serietà, apparve inopportuna, oltre che infondata, l’accusa insinuata da alcuni prelati, con l’avallo di un non meglio identificato gruppo di esperti, di essere lontani dalla sana dottrina. Paolo VI rispose a quelle insinuazioni a tono e con un garbato ma preciso contrappunto nel Proemio, che volle anteporre ai Principi e norme per l’uso del Messale Romano.

Nei primi anni successivi alla promulgazione del Messale, il papa soffrì molto per le manipolazioni “selvagge” di tanto accurato lavoro fatto nel rispetto della Tradizione e delle istanze dei padri del Movimento liturgico.

Mons. Bugnini pagò un caro prezzo l’essere stato il regista dei lavori per la riforma: fu calunniosamente accusato di essere massone, facendolo comparire nella famigerata lista di Mino Pecorelli del 1978, poi risultata artefatta e falsa, in cui risultavano altre personalità del mondo cattolico impegnate e permeate dallo spirito del Concilio, voci profetiche e superiori ad ogni sospetto, invise però ad alcuni.

A fronte di tante manipolazioni e nel rispetto di tante sofferenze, occorre quindi una valutazione più rispettosa e una riconsiderazione delle proprie posizioni sia da parte di chi vive la Riforma Liturgica con una certa disinvoltura sia anche da parte di chi ha difficoltà ad accoglierla. Essa è sempre suscettibile di eventuali ritocchi o aggiunte, come già avvenuto nella nuova edizione del Messale, non certo però di una ulteriore Riforma.

Bisogna infatti tener presente che, al riguardo, papa Francesco, con la lettera apostolica Traditionis custodes (2021), si è pronunciato chiaramente, dichiarando che «i libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II sono l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano». È questo un punto fermo alla base di ogni dialogo.

Dalla contrapposizione al dialogo risolutivo – utopia?

Nello spirito sinodale occorre che, dalla contrapposizione, si passi al sereno e fraterno dialogo che tenga presente il serio lavoro preparatorio della Riforma, le esigenze di ordine spirituale di chi ha difficoltà a viverla, ma soprattutto ciò che papa Francesco ha evidenziato, come esigenza strutturale delle celebrazioni liturgiche, in Desiderio desideravi: «L’ars celebrandi non può essere ridotta alla sola osservanza di un apparato rubricale e nemmeno essere pensata come una fantasiosa – a volte selvaggia – creatività senza regole» (48).

Si tratta di celebrare secondo lo spirito della liturgia e, alla fine, si scoprirà che si desidera la stessa cosa.

Francesca Peruzzotti fa giustamente notare che «la possibilità di una vita liturgica autentica che sia significativo nutrimento spirituale e decisivo motivo di conversione, non si dà una volta per tutte, né è concretizzabile affinando tecniche e inseguendo innovazioni epidermiche, ma solo mettendo in causa la fede in quanto tale, riconoscendo, cioè la celebrazione come organico e sintetico aspetto della vita cristiana, in virtù della sua natura specifica dello storico rivelarsi divino in Gesù, di cui non è accidentale l’attestazione scritturistica» (SdP 56/2024).

Non quindi Riforma della Riforma, non la discutibile presenza di due Riti, né una loro ambigua convivenza sotto lo stesso tetto con modifiche e aggiunte giusto per accontentare le esigenze di una parte, bensì la presa di coscienza da parte di tutti che, se la sacra liturgia non esaurisce tutta l’azione della Chiesa, tuttavia essa «è l’occasione insuperabile per manifestare la distanza costitutiva e permanente della Parola di Dio dalle parole e dalle pratiche umane: ciò si ottiene, lungi dall’indugiare in sterili estetismi che restituiscano in modo posticcio una qualche sacralità, offrendo la possibilità di sperimentare la forma – sorprendente perché capovolta –  del Dio cristiano» (ivi).

La liturgia non può essere motivo di divisione tra i fedeli: ecco perché papa Francesco intervenne decisamente con Traditionis custodes: l’unità nella fede, di cui il papa è garante, chiede l’unità nella lex credendi e nella lex orandi.

Non si tratta di preoccuparsi solo di questioni interne. La Chiesa, chiamata ad essere perennemente in uscita da sé stessa, eviterà di restare ingabbiata in questioni interne che, potendo generare confusione e offuscamento della testimonianza, devono essere risolte (nel caso specifico, alla luce di TC) in un dialogo a vari livelli: personale, diocesano – specie laddove il problema è più sentito – ed eventualmente in altre sedi.

Un discernimento comunitario attuato da tutte le componenti del Popolo di Dio, con disponibilità al dialogo fra le parti nell’intento di giungere ad una unanimità non forzata, bensì frutto di un umile esame di coscienza da ambo le parti e di un dialogo fraterno – come si addice ad una comunità cristiana –, che abbia comunque come riferimento lo spirito e i documenti del Vaticano II, in particolare Sacrosanctum concilium (approvato dal 97% dell’episcopato mondiale: 2.162 favorevoli, solo 46 contrari), Desiderio desideravi e altri documenti man mano prodotti nel tempo allo scopo di mettere a punto le motivazioni profonde e le modalità dell’agire liturgico e musicale.

Vi si troverebbero correttivi e, nello stesso tempo, un chiaro e non equivoco indirizzo per una celebrazione che si svolga con quella nobile semplicità che faciliti a tutti la partecipazione a qualcosa che deve pur segnare un momento diverso, fatto di modalità e atteggiamenti adeguati ad esso, e avendo come criterio anche una seria, onesta e specifica riflessione di antropologia culturale.

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8 Commenti

  1. Renato 15 giugno 2026
  2. Marco 15 giugno 2026
  3. Ambrogio 15 giugno 2026
  4. Anna Rita Tracanna 15 giugno 2026
  5. Federica 15 giugno 2026
  6. Alessandro 15 giugno 2026
  7. Fabio Cittadini 15 giugno 2026
  8. Anima errante 15 giugno 2026

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