Autenticità, verità e obbedienza ecclesiale

di:
anne gifford

It’s All About Love is a painting by Anne Gifford

La tensione tra dubbio interiore e asserzione pubblica

Sempre più spesso, tra teologi, parroci e cattolici praticanti, emerge la stessa domanda: si può essere post‑teisti e restare dentro la Chiesa senza cadere nell’ipocrisia? La questione non riguarda solo le formule della fede, ma la tensione interiore tra il bisogno di sincerità e il desiderio di appartenere a una comunità che si riconosce in un linguaggio teistico tradizionale.

In questo spazio fragile si apre il vero problema: quale margine esiste per il cattolico tra il dubbio e la credenza, tra un modo nuovo di pensare Dio (post-teismo) e la fedeltà a una forma ecclesiale che ancora parla il linguaggio del teismo? È lì che molti cercano un equilibrio possibile, non per negare, ma per non mentire né alla istituzione ecclesiale, né a se stessi.

Nel contesto della vita ecclesiale, si dà una situazione ricorrente e complessa: un soggetto credente è chiamato a professare pubblicamente, o quanto meno a non contraddire, enunciati dottrinali del Magistero nei confronti dei quali nutre un dubbio interiore. Tale situazione pone una domanda che non è soltanto di psicologia religiosa, ma di filosofia del linguaggio, di etica e di teologia fondamentale: asserire qualcosa di cui si dubita costituisce una forma di menzogna? E se sì, in quali condizioni? Se no, a quali condizioni l’asserzione può dirsi autentica?

La risposta a questa domanda non è univoca: dipende in modo decisivo dalla natura del dubbio, dalla concezione dell’asserzione che si adotta e dal contesto istituzionale e spirituale in cui l’atto linguistico si compie. Il presente saggio si propone di esaminare sistematicamente i principali quadri teorici rilevanti — il realismo tomista, la fenomenologia continentale, la filosofia analitica degli atti linguistici, la tradizione gesuitica della riserva mentale — per approdare infine a una proposta che cerchi di integrare le istanze legittime di ciascuno senza sacrificare né l’onestà intellettuale né l’appartenenza comunitaria di fede.

L’asserzione sincera: tre posizioni filosofiche a confronto
(A) Il realismo classico: menzogna, dubbio e certezza del contrario

La tradizione tomista, che raccoglie e sistematizza l’eredità agostiniana, definisce la menzogna come locutio contra mentem: dire il contrario di ciò che si pensa. Questa definizione, apparentemente semplice, nasconde una distinzione cruciale tra ciò che si crede soggettivamente e ciò che è vero oggettivamente. La menzogna formale, in questa prospettiva, non è l’asserzione di ciò che è falso, ma l’asserzione di ciò che si sa — con certezza — essere falso rispetto al proprio stato mentale.

Ne deriva un’implicazione importante per il caso del dubbio: il dubbio non è il contrario della credenza, ma la sua sospensione. Se un soggetto è in stato di dubbio genuino su X — vale a dire non possiede una posizione contraria consolidata, ma semplicemente non sa — allora asserire X non configura tecnicamente una locutio contra mentem. La sua credenza soggettiva non è contraria a X: è semplicemente incerta su X. Il realista classico può pertanto affermare che in questo caso non vi è menzogna formale: asserire X pur dubitando non equivale a mentire, perché il dubbio lascia ancora aperta la verità di X.

Questa posizione ha il vantaggio della precisione logica. Tuttavia, come vedremo, non esaurisce la questione sul piano dell’autenticità esistenziale e spirituale.

(B) La fenomenologia: autenticità dell’atto linguistico e Verfallenheit

La tradizione fenomenologica, da Husserl a Merleau-Ponty, da Heidegger a Levinas, contesta la concezione dell’asserzione come puro atto logico disincarnato. Per questa tradizione, ogni enunciazione è un atto intenzionale situato, che porta con sé l’intero orizzonte di senso del soggetto parlante.

In Essere e Tempo, Heidegger distingue il Rede — il discorso autentico, in cui il Dasein si rapporta al proprio essere-nel-mondo in modo aperto e non nascondente — dal Gerede, la chiacchiera inautentica, che ripete formule senza che dietro esse vi sia un autentico rapporto con il senso. La Verfallenheit, la caduta nell’inautentico, è precisamente quella condizione in cui il soggetto abita il linguaggio nel modo di essere scisso in se stesso: le parole sono pronunciate, ma il soggetto non vi sta dentro con il suo essere.

Questa prospettiva illumina un aspetto che il realismo classico rischia di trascurare: il modo in cui il soggetto abita un’asserzione non è separabile dal suo senso veritativo per lui. Asserire X mentre si dubita profondamente di X non è forse menzogna formale, ma può configurarsi come una forma di scissione interiore che compromette l’autenticità dell’atto. Levinas, dal canto suo, insiste sulla dimensione etica del volto dell’altro come fondamento della responsabilità comunicativa: ogni parola pronunciata all’altro è una promessa implicita di sincerità. Il dubbio taciuto, in questa luce, acquisisce un peso etico ulteriore.

(C) La filosofia analitica del linguaggio: condizioni di felicità dell’atto illocutorio

La filosofia analitica del linguaggio, a partire da Austin e Grice, ha elaborato una teoria degli atti linguistici che consente di precisare ulteriormente il problema. Per Austin, un’asserzione è un atto illocutorio che presuppone, tra le sue condizioni di felicità, la sincerità: il parlante deve credere ciò che asserisce. Se questa condizione è assente, l’atto è difettoso, anche se la proposizione espressa è vera.

Grice, con la sua teoria delle massime conversazionali, chiarisce che la comunicazione si fonda su un principio cooperativo implicito: il parlante si impegna a essere veritiero, pertinente, chiaro. «Asserire P senza credere P» viola la massima della qualità, anche se P è oggettivamente vera. Questo non è necessariamente una menzogna morale in senso pieno, ma è certamente un’inautenticità pragmatica: l’atto linguistico non soddisfa le condizioni che lo renderebbero genuinamente comunicativo.

Questa prospettiva ha un’importante conseguenza: anche quando il dubbio non configura una menzogna formale nel senso tomista, l’asserzione di ciò di cui si dubita introduce una tensione strutturale nell’atto comunicativo, che non può essere semplicemente ignorata.

La riserva mentale nella tradizione gesuitica
(A) Origini e contesto storico

La dottrina della reservatio mentalis si sviluppa principalmente nel XVI-XVII secolo, in un contesto di persecuzione religiosa, soprattutto in Inghilterra, dove i gesuiti operavano clandestinamente rischiando la vita. La domanda pratica era: può un sacerdote cattolico, interrogato dalle autorità protestanti, negare di essere prete senza commettere peccato?

I principali teorici sono Juan de Lugo, Francisco de Toledo e soprattutto Martin Azpilcueta (il Doctor Navarrus), che nel 1584 pubblica il Commentarius de Silentio, dove articola la distinzione fondamentale tra due tipi di riserva mentale.

(B) Riserva pura e riserva lata

La reservatio mentalis pura, o stricta, consiste nel pronunciare una frase il cui senso letterale è falso, aggiungendo mentalmente e silenziosamente una qualificazione che la rende vera solo nella propria mente. Questo tipo è condannato dalla quasi totalità dei teologi, inclusi i gesuiti più seri, perché è sostanzialmente menzogna con ornamento mentale. Pascal lo demolisce ferocemente nelle Lettres Provinciales.

La reservatio mentalis late dicta, o amphibologia, consiste invece nel pronunciare una frase che ha oggettivamente più sensi possibili nel contesto linguistico e culturale, intendendo il senso meno ovvio ma comunque realmente presente nella lingua. Questo tipo è ritenuto da molti teologi gesuitici ammissibile in casi estremi, perché non introduce un senso artificioso, ma sfrutta un’ambiguità reale del linguaggio. Le condizioni richieste sono: causa giusta e grave, assenza di diritto alla verità da parte dell’interlocutore, assenza di danno ingiusto al prossimo, e inapplicabilità in contesti contrattuali o giuridici dove la verità è dovuta per giustizia.

(C) Le critiche di Pascal e Kant

Pascal, nelle Lettres Provinciales, smonta con ironia tagliente la casistica gesuitica: la riserva mentale, afferma, non è altro che la legalizzazione della menzogna tramite un escamotage intellettuale. Se è possibile aggiungere mentalmente qualsiasi qualificazione, la comunicazione umana perde ogni fondamento di fiducia. La critica pascaliana è filosoficamente seria: il linguaggio è per sua natura un atto sociale, e manipolarlo unilateralmente tradisce il patto comunicativo che lo rende possibile.

Kant radicalizza questa intuizione: la menzogna è male categorico proprio perché distrugge la possibilità stessa del linguaggio come istituzione intersoggettiva, indipendentemente dalle conseguenze. Nessuna riserva mentale è ammissibile in senso assoluto. La posizione kantiana, pur nella sua rigidità, ha il merito di evidenziare la dimensione trascendentale del problema: la veridicità non è soltanto una virtù individuale, ma una condizione di possibilità della comunicazione umana in quanto tale.

Dubbio, riserva e appartenenza: verso una sintesi
(A) Dubbio epistemico e dissenso morale: una distinzione decisiva

La distinzione tra dubbio epistemico e dissenso morale è, in questo contesto, decisiva. Il dubbio epistemico è quello di chi non riesce a capire perché X sia giusta, ma non ha ancora una posizione contraria consolidata: è una sospensione del giudizio, non una negazione del contenuto. Il dissenso morale è quello di chi è persuaso che X sia sbagliata: non è più dubbio, è contraria certezza.

Nel primo caso, asserire X è paragonabile al bambino che non comprende ancora la geometria, ma afferma che il teorema di Pitagora vale: non mente, perché non possiede una posizione contraria. Asserisce X in virtù di un’autorità che riconosce come legittima, all’interno di un processo di comprensione ancora in corso.

Nel secondo caso, asserire X costituisce pienamente una locutio contra mentem nel senso tomista: è il caso in cui nessuna obbedienza ecclesiale può rendere l’atto moralmente neutro senza un grave costo per l’integrità del soggetto. La tradizione cattolica stessa distingue: il dubbio ammette la riserva prudenziale dell’obbedienza; il dissenso interno è un’altra cosa.

(B) Il dubbio come modalità ordinaria della fede: Mt 28,17

Una prospettiva inattesa ma illuminante proviene dall’esegesi di Mt 28,17. Quando gli undici vanno sul monte indicato da Gesù e lo vedono risorto, si prostrano davanti a lui; eppure, nello stesso momento, dubitano (hoi de edistasan). La nuova versione CEI del 2008 rende fedelmente il greco: «Essi però dubitarono». Matteo situa il dubbio nel momento stesso della visione, non come denuncia nei confronti di qualcuno in particolare, ma come caratteristica del gruppo intero.

Questa osservazione è teologicamente rilevante: la prostrazione — atto pubblico di fede — non è resa ipocrita dal loro dubbio interiore. La tensione irrisolvibile tra credere e dubitare non è un difetto da superare, ma la modalità ordinaria di abitare la propria fede. È la tensione tra interno ed esterno, tra luminosità dell’evidenza e sua oscurità, che costituisce la struttura stessa della fede come relazione dinamica e non come possesso statico di verità.

Il dubbio non è il contrario della fede: è la sua sospensione. Potremo dire se la fede “quieta” l’animo, ll dubbio l’“inquieta”. Come diceva card. Carlo Maria Martini: «La vera differenza non è tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti. L’importante è imparare a inquietarsi. Se credenti, a inquietarvi della vostra fede. Se non credenti, a inquietarvi della vostra non credenza. Solo allora saranno veramente fondate». Questa tensione/dialettica tra fede e dubbio, tra quiete e inquietudine, suggerisce che il problema non è tanto logico-formale quanto spirituale-esistenziale: la questione non è tanto sull’asserzione quanto sul soggetto che abita la tensione tra dubbio e fede, tra evidenza assertiva e ricerca della verità sempre più grande (magis), affinché questa inquietudine sia fruttuosa e non distruttiva.

(C) Il sentire cum Ecclesia e il Real Assent di Newman

La tradizione ignaziana offre una figura utile: il sentire cum Ecclesia degli Esercizi spirituali. Ignazio non chiede di spegnere la ragione, ma di sospenderla provvisoriamente in un atto di fiducia mentre si discerne. Si tratta di una riserva non sul contenuto ma sul tempo: «Non ho ancora capito, ma mi fido del cammino». Tale sospensione è espressamente legata a un processo di discernimento che ha il suo telos nella comprensione più piena.

Newman, nel suo pensiero maturo, distingue tra Notional Assent — l’adesione intellettuale esterna a una proposizione ritenuta autorevolmente garantita — e Real Assent — l’adesione piena e personale che nasce dall’integrazione della proposizione nell’esperienza vissuta. Il passaggio dal primo al secondo non è immediato: richiede tempo, vita, preghiera, esperienza. Newman chiama questo processo l’ “illative sense”: una forma di ragionamento convergente che porta gradualmente alla certezza reale attraverso l’accumulo di evidenze parziali.

In questa prospettiva, asserire X come Notional Assent non è menzogna: è l’espressione di un’adesione provvisoria che riconosce l’autorità della tradizione come guida nel cammino verso la comprensione. L’onestà richiesta non è quella di non asserire X, ma quella di non spacciare il Notional Assent per Real Assent: di sapere con se stessi a quale livello si trova la propria adesione, senza ingannare se stessi.

(D) Il caso del parroco e la Presenza Reale

Il caso paradigmatico di un sacerdote che, pur dubitando della Presenza Reale così come insegnata dal Catechismo della Chiesa Cattolica, presiede l’Eucaristia davanti alla propria comunità, permette di concretizzare le distinzioni elaborate. Il sacerdote è inautentico e ipocrita se non manifesta il proprio dubbio alla comunità?

La risposta dipende, ancora una volta, dalla natura del dubbio. Se si tratta di dubbio epistemico — il sacerdote non comprende la dottrina transustanziale, ma non ha una posizione contraria consolidata — la sua presidenza eucaristica non è necessariamente ipocrita. Egli presiede in virtù della sua ordinazione e del suo ministero, portando con sé l’intera tradizione della Chiesa, anche laddove la sua comprensione personale è ancora incompiuta.

Se si tratta invece di dissenso convinto — il sacerdote ritiene la dottrina falsa o infondata — la situazione è diversa e richiede una risposta diversa: non necessariamente la dichiarazione pubblica del dissenso (che potrebbe causare scandalo senza frutto), ma certamente un percorso di discernimento personale e, se necessario, di dialogo con la gerarchia attraverso i canali appropriati.

In ogni caso, la scelta di non manifestare pubblicamente il proprio dubbio non equivale automaticamente a ipocrisia. Si sceglie il maggior bene possibile — per sé e per la comunità — in quella determinata situazione, nell’attesa che le condizioni permettano una maggiore trasparenza. È la logica del discernimento prudenziale, non della doppiezza morale.

(E) Naamàn il Siro: il perdono preventivo come orizzonte ermeneutico

Un testo biblico di straordinaria pertinenza è il racconto della guarigione di Naamàn il Siro in 2Re 5. Una volta guarito dalla lebbra grazie a Eliseo, Naamàn chiede di poter portare con sé della terra d’Israele, simbolo della sua nuova fedeltà al Dio di Israele. Ma chiede anche perdono per una situazione inevitabile: quando accompagnerà il suo re nel tempio di Rimmon e dovrà inchinarsi insieme a lui, lo farà non per adorare l’idolo, ma per dovere di servizio al suo sovrano. La risposta di Eliseo è lapidaria: «Va’ in pace».

Il testo è ermeneuticamente ricco. Eliseo non condanna Naamàn per il futuro gesto di prosternazione nel tempio pagano: riconosce che vi è una differenza tra l’intenzione interiore — che rimane orientata al Dio di Israele — e il gesto esteriore che il contesto istituzionale impone. Naamàn non mente: porta nella sua coscienza la distinzione tra ciò che fa e ciò che crede, e questa distinzione è accolta da Dio come sufficiente.

Applicato al problema dell’obbedienza ecclesiale con dubbio interiore, il testo suggerisce che vi sono situazioni in cui il soggetto non può agire altrimenti senza causare danni sproporzionati, e in cui Dio stesso — nella persona del profeta — accoglie la situazione con misericordia, senza richiedere una coerenza eroica che non è alla portata del momento. La grazia non distrugge la natura: rispetta la complessità delle situazioni umane.

Il dubbio come ricerca: trasparenza e riserva

Se il dubbio come ricerca spirituale ha senso proprio perché può essere portato alla luce, condiviso, offerto alla comunità — come suggeriscono la tradizione della lectio divina, del dialogo teologico, della direzione spirituale — resta aperta la domanda su cosa fare nelle situazioni in cui questa trasparenza non è possibile o non è opportuna.

Si può distinguere tra due piani. Sul piano del discorso teologico pubblico, il dubbio come ricerca richiede trasparenza: anche l’incertezza va detta, va mostrata, va portata alla comunità. Il teologo, il docente di religione, il predicatore che hanno il compito di formare le coscienze hanno una responsabilità speciale nei confronti della verità cattolica: non possono nascondere sistematicamente le proprie perplessità senza tradire il patto comunicativo con il loro uditorio.

Sul piano della vita ministeriale e pastorale quotidiana, invece, vi sono situazioni in cui la trasparenza immediata sarebbe dannosa o semplicemente impossibile: il rischio di scandalizzare i fedeli, la perdita del ministero e del proprio posto di lavoro, l’impossibilità di un dialogo fruttuoso. In questi casi, non parlare del proprio dubbio non significa diventare disonesti, ipocriti o menzogneri: significa scegliere, in modo prudenziale, il maggior bene possibile per sé e per la comunità in quella situazione determinata, continuando a farlo anche per il futuro, finché le condizioni non dovessero cambiare.

Questa prudenza non è né rinuncia alla propria ragione, né alla propria coscienza: è il riconoscimento che l’onestà intellettuale deve essere esercitata in modo sapienziale, tenendo conto del contesto, delle persone coinvolte, degli effetti prevedibili. È la differenza tra il coraggio della verità e la sua caricatura come obbligo incondizionato di disclosure indipendente dalle conseguenze.

Conclusione

La domanda iniziale — asserire X pur dubitando di X è menzogna? — non ammette una risposta univoca. Il realismo tomista offre una risposta precisa sul piano logico-formale: il dubbio non è il contrario della credenza, e pertanto asserire X in stato di dubbio non costituisce tecnicamente una locutio contra mentem. La fenomenologia ha però ragione a insistere che il modo in cui il soggetto abita un’asserzione non è separabile dal suo senso veritativo per lui, e che la scissione tra dire e credere ha un costo esistenziale e spirituale che non può essere ignorato.

La filosofia analitica del linguaggio precisa che l’asserzione autentica presuppone la credenza come condizione di felicità dell’atto illocutorio, e che la sua assenza rende l’atto pragmaticamente difettoso anche quando non è menzogna morale in senso stretto. La tradizione gesuitica della riserva mentale ha elaborato strumenti concettuali per gestire i casi estremi, ma questi strumenti richiedono condizioni molto precise e non possono essere trasportati acriticamente nel rapporto ordinario con il Magistero.

La via più onesta sembra essere quella indicata da Newman: riconoscere con chiarezza a quale livello si trova la propria adesione — Notional o Real — senza ingannare se stessi, mantenendo aperto il processo di discernimento, e abitando la tensione tra dubbio e asserzione come modalità ordinaria della fede, così come suggerisce il testo evangelico di Mt 28,17. La figura di Naamàn offre infine una prospettiva misericordiosa: in situazioni di vincolo istituzionale inevitabile, Dio può accogliere il gesto esteriore di conformità insieme alla riserva interiore di coscienza, senza che ciò costituisca ipocrisia nel senso evangelico del termine.

Il problema evangelico — «Sia il vostro parlare sì, sì; no, no» — rimane una sfida radicale. Ma questa sfida non può essere ridotta a un obbligo di disclosure immediata e incondizionata: richiede saggezza, discernimento, e soprattutto la disponibilità a continuare il cammino di ricerca senza chiudere prematuramente le domande che la fede stessa tiene vive.

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