
Pubblichiamo qui la relazione tenuta il 17 aprile presso alcune comunità parrocchiali di Sesto San Giovanni a Milano su una possibile modalità di conoscenza del territorio e dei contesti umani e sociali. Il testo risente – molto – dello stile orale e per la lunghezza ha subito diversi tagli. In ogni caso, speriamo che sia leggibile bene e che sia possibile, al di là del racconto di una singola esperienza, comprendere la direzione complessiva della riflessione.
Un vero orecchio
Cauto si avvicini a paesi
Silenziosi e tralasciati
Mite ascoltatore
Nelle vie passate dal dolore:
ciò che mai non fu detto
ciò che mai non fu ascoltato[1].
Ho scelto un profilo semplice perché credo potrebbe esser più utile dire alcune cose immediatamente recepibili e mediate da un racconto personale. Mi hanno detto che siete dentro questo processo di collegamento tra due comunità, dentro un territorio che ha una storia e una sua evoluzione.
Ho letto con attenzione quello che vi ha detto Marcello Neri la prima sera[2], quello che vi hanno detto nella seconda relazione e tutte le tematiche su cui state lavorando, ho pensato quindi che una cosa che potrebbe esservi utile consista nel raccontarvi un “percorso di ricerca”.
Uso questa parola – ricerca – che sembra difficile, una parola che sembra richiedere chissà quali competenze, ma è un’espressione semplice e destinata potenzialmente a tutti. Credo che dicendo alcune cose su un percorso di ricerca tutt’ora aperto, potremmo individuare una serie di strumenti; una serie, per così dire, di “chiavi inglesi” – di tools direbbe Ivan Illich – per poter svolgere insieme un ragionamento che vi possa in qualche modo servire.
Un punto di partenza
Provo a individuare dapprincipio un punto di partenza, poi cerco di raccontarvi una storia[3]. Desidero narrarvi una parte di questo lavoro con gruppi vari di giovani universitari e non, con cui da diversi anni stiamo facendo delle ricerche su vari contesti di confine.
Il punto di partenza è questo: il lavoro che vi racconto parte certo nelle sue premesse da prima del 2013, ma ha trovato un’ispirazione davvero importante quando nel testo – che vale la pena rileggere – di papa Francesco l’Evangelii Gaudium, intorno ai numeri 71-75, si usa la singolare espressione sul “contemplare la città”.
E se qualcuno ha passato anni della sua vita a studiare i testi della tradizione cristiana, di vari mondi e periodi, sa che la parola “contemplazione” usualmente non viene utilizzata per la città. Credo che questa sia davvero una “chiave di volta” e possa intercettare diverse cose su cui voi state riflettendo: il rapporto col territorio, con le persone, con il ruolo della Caritas, con le varie forme della povertà, con il modo in cui le persone vivono oggi.
Quindi mi chiedo – e partirei con voi proprio da qui – cosa significa “contemplare la città”? Cosa significa guardare con uno sguardo attento, delicato, prolungato la vita di un territorio, le strade, le persone, i volti e tutto quello che portano con sè?
In tal senso un testo che mi sembra molto bello è quello di Christian Bobin Abitare poeticamente il mondo[4]. In una delle prime pagine afferma che “abitare poeticamente la vita sarebbe forse prima di tutto guardare pacificamente senza l’intenzione di prendere, senza cercare una consolazione, senza cercare nulla”. Mi è sembrato un passaggio interessante perché la prima cosa, nella prospettiva di contemplare la città sia questo guardare senza l’intenzione di prendere, con un tentativo di guardare pacificamente.
Questo, penso, potrebbe avere – non conosco bene la vostra realtà quindi parlo in generale – un grande significato, perché a volte – forse – c’è un guardare pastorale che non è privo del desiderio di prendere, di un qualche desiderio, sullo sfondo, di conquista o di riconquista di spazi. Si tratta di coltivare un modo di guardare pacificamente la realtà senza voler prendere nulla.
Mi sembra che “contemplare la città” voglia dire questo e credo che la nostra piccola esperienza di ricerca sia nata da questo desiderio. Il nostro lavoro – poi capirete lentamente chi è questo “noi” – si è, infatti, basato progressivamente su questa idea prima come un fondo più indistinto, poi papa Francesco ci ha dato questo strumento gigantesco. Per spiegarmi vi cito un sociologo – che è uno dei più importanti sociologi degli ultimi decenni: Arjun Appadurai che scrisse Il futuro come fatto culturale[5].
In questo libro lui racconta la sua esperienza dentro gli slums di Mumbai, quindi in questi luoghi di infinite povertà – e risorse – dove lui ha lavorato come sociologo con le persone, con i giovani, con chi ci stava a voler conoscere e cambiare le cose. Nel libro c’è un breve capitolo che si intitola “la ricerca come diritto umano” lui afferma in estrema sintesi che anche nelle situazioni più impoverite, più misere, per pensare di poter cambiare le cose, per immaginare di poterle cambiare, risulta fondamentale pensare diversamente, è quindi fondamentale immaginare diversamente.
Ma per fare questo serve una conoscenza che supera il già dato, e quindi afferma che senza conoscenza nuova non ci può essere niente di nuovo; ed è una cosa molto importante: c’è l’idea che alcune cose vanno conosciute di nuovo e bene, e questo può essere un compito di tutti e tutte nella propria condizione di vita. Per far questo c’è bisogno di sostenere ed incoraggiare questa ricerca di base, aperta a tutti/e, che custodisce il desiderio di conoscere per capire, per decidere, per cambiare – come si può – le cose.
Il racconto di un’esperienza collettiva di ricerca
Vi racconto ora alcune di queste “esplorazioni” che abbiamo cercato di fare in questi anni o meglio vi racconto la prima di esse evidenziando alcune questioni di metodo. Elencherò alcuni punti che ovviamente non sono in ordine di attuazione, ma sono attenzioni complessive sempre attive nel corso di un lavoro di esplorazione.
La prima esplorazione – dopo una serie di altri progetti e lavori conoscitivi – si è chiamata Viaggio intorno al mondo che è poi sfociata in un libro[6] e dato vita a un documentario di Marco Santarelli. Allora, insieme a Ignazio de Francesco a Bologna ci occupavamo dell’ufficio dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso della diocesi e progressivamente ci siamo detti: “dobbiamo cercare di capire la città e la sua relazione con il mondo migrante, dobbiamo cercare di capire quello che succede a livello della vita quotidiana, personale e comunitaria”.
La città di Bologna ha, come tutte le città italiane, una quantità notevolissima di persone immigrate o che provengono dal mondo della migrazione per background familiare, a questo bisogna aggiungere che vi si trova una quantità notevole di luoghi e spazi di culto. Si è così cercato di capire come vivono le persone di altre fedi o di altre tradizioni cristiane e nel far questo abbiamo desiderato focalizzare alcune questioni che ci potessero aiutare ad entrare nel problema in maniera più precisa e accurata.
Una delle questioni più rilevanti è consistita nel chiedersi “chi? come? dove?”. Abbiamo, cioè, cercato di lavorare con un gruppo di studenti cercando di fuggire da qualsiasi generalizzazione troppo ampia. Ci siamo detti: “mettiamo da parte tutte le descrizioni troppo ampie, mettiamo da parte tutto quello che si dice in generale, che gli immigrati sono così, i musulmani sono cosà e gli ortodossi sono in quest’altra maniera […] quante volte sentiamo queste frasi che non vogliono dire nulla, è come dire, i cattolici sono così quando sappiamo quante differenze vi sono tra le persone e nel modo in cui le tradizioni sono vissute”. Espresso questo convincimento ci siamo chiesti: “come cerchiamo di andare ad incontrarli, come capire dove stanno e dove si ritrovano, come vivono quello che vivono della loro fede e identità, cerchiamo di svolgere una osservazione precisa dei luoghi, dei contesti, delle persone”.
Secondo elemento importante può essere così esemplificato: “per capire, per fare una ricerca focalizzata su quello che le persone vivono, quale è l’attenzione fondamentale da avere? La dimensione più importante ci è parsa quella di stabilire con le persone e i vari contesti un rapporto, il più approfondito possibile, perché – come tutti sapete – nessuna comunità umana dice di sé a qualcuno se chi fa domande non interagisce con un minimo di attenzione, di cura. Si è trattato di chiedersi non soltanto “chi? come? dove?” ma anche “in quale maniera avvicinarci?” stabilendo più che si può dei contatti di buona qualità umana.
Terza dimensione: “con chi?” si è svolta tale ricerca. Abbiamo cercato di compiere questa lunga esplorazione attraverso un gruppo di indagine reattivo e sensibile. Si è, così, messo insieme un gruppo di giovani studenti, età dell’università tra i 20 e i 29 anni, composti così: quattro studenti maschi e femmine che hanno una qualche forma di rapporto con il cattolicesimo; una ragazza seriamente non credente, due ragazze musulmane che hanno lavorato con noi con due modalità diverse di vivere la propria fede islamica.
Insieme a loro c’eravamo io con Giulia Cella – bravissima giornalista ed esperta di diritto -, il documentarista Marco Santarelli con un occhio attento e sensibile, e più da lontano Ignazio de Francesco esperto di Islam e cristianesimo. Si è trattato di una ricerca fatta assieme chiedendoci dall’inizio “cosa succede quando questo mondo plurale a un certo punto viene incontrato e letto con gli occhi di questo gruppo così plurale e vivo?”. Questo nella consapevolezza ch le giovani generazioni, hanno degli strumenti interpretativi e dei guizzi di comprensione originali e che se li si ascolta, dicono cose rilevanti per la nostra vita sociale.
Altro elemento – un quarto – è consistito nell’individuare e contornare un campo possibile di ricerca: vi sono infatti centinaia di comunità di culto non cattoliche: come fare per scegliere una via e un percorso di esplorazione? A partire dalle mappature esistenti e da alcuni studi – parziali – ci siamo orientati per incontrare e visitare i luoghi e i contesti in cui potevamo avere contatti personali, ossia persone-ponte.
Per poter entrare in questi ambiti attraverso persone che ci potessero presentare e fungere da mediatori. Accanto a questa attenzione ‘personale’ abbiamo comunque cercato di individuare alcune comunità di ciascuna delle varie fedi ed esperienze religiose bolognesi in maniera tale che la ricerca fosse – anche solo parzialmente – rappresentativa del mosaico religioso e culturale della città.
In tale prospettiva è risultata importante – come quinta attenzione fondamentale – la disponibilità di tutto il gruppo a interrogarsi e progressivamente a cambiare le domande. Cioè, man mano che noi facevamo degli incontri e delle visite, che visitavamo le varie comunità islamiche, le varie comunità ortodosse, le comunità Sikh, e che ci immergevamo in questi mondi in parte o del tutto sconosciuti – cioè visibili ma anche in larga parte inconosciuti – che cosa succedeva? Ci siamo accorti che le nostre domande progressivamente si ridefinivano o si ricalibravano, le generalizzazioni che volevamo rifuggire riemergevano continuamente dentro ciascuno e nel discorso collettivo, e quindi abbiamo dovuto costantemente vigilare, riflettere e spesso cambiare il nostro tipo di approccio.
Maturazioni
Tale lavoro ha portato anche a delle maturazioni, ne racconto alcune. In primo luogo possiamo ricordare le maturazioni personali: tutti i componenti del gruppo di lavoro sono usciti da esperienza di ricerca profondamente cambiati. Nel senso che tutti noi abbiamo dovuto rivedere delle cose e dei presupposti. Ad un certo punto, solo per fare un esempio, mi sono accorto che il mio lavoro di studio doveva allargarsi: infatti tra i miei studi mi ero dedicato molto, oltre che alle cose inerenti all’insegnamento della teologia cristiana, all’ebraico legato in un certo modo alle attenzioni proprie della comunità di Dossetti.
Ho infatti studiato parecchio l’ebraico moderno e quello antico per leggere le fonti. Il lavoro di Viaggio intorno al mondo mi ha fatto pensare ad un dato momento: “forse conviene fare un salto di lingua”. Da lì ho iniziato a studiare a testa bassa l’arabo perché nel lavoro insieme, nel contatto con le comunità islamiche, mi sono accorto che bisogna lavorare su questo per poter fare una teologia capace di comprensione, amicizia e comparazione[7]. Questo è solo un esempio, ma tutti abbiamo dovuto fare un confronto molto serrato su noi stessi, su alcune convinzioni, su quello che si pensa. Ad esempio i ragazzi di origine italiana, lentamente, capivano che alcune cose che per loro erano scontate, per le ragazze con origini in altri paesi erano delle conquiste importanti e sofferte[8].
Accanto alle maturazioni personali vi sono state una serie di maturazioni sociali: ci siamo, infatti, accorti che a Bologna, una città piccolissima rispetto a Milano, quando abbiamo presentato il libro e il documentario[9] le persone che ci ascoltavano spesso ci confessavano di non sapere pressoché niente in ordine a ciò che abbiamo cercato di conoscere e mostrare: del vissuto delle comunità migranti, del vissuto di comunità di altre fedi, del modo in cui Bologna si va strutturando.
Abbiamo spesso usato questa immagine: c’è una “Bologna underground” cioè sotterranea, invisibile, ma poi lentamente ci siamo detti “no, forse non è l’immagine giusta, infatti questa Bologna è del tutto visibile, queste comunità si radunando in edifici, scantinati, garage, sale di quartiere, sale di bar, sono cioè estremamente visibili ma è come se non avessimo nessun radar per coglierlo”. C’è qualcosa di molto visibile che però rimane del tutto o in buona parte non interpretato[10].
Faccio un esempio: tra i posti più incredibili che abbiamo visitato vi è stato questo grande capannone in piena periferia in cui si trovava una comunità evangelica di origine africana e di tipo pentecostale dove durante la preghiera si balla, e si ha un senso collettivo di estasi e grande trasporto emotivo. Poi lì abbiamo svolto un gruppo di lavoro insieme con queste persone, scoprendo che molte di esse vivevano vicende – personali, etiche, legali – molto complesse.
Ci pare che una serie di considerazioni sociali si sia sviluppata: cosa succede in questi posti? Come e cosa vi vivono le persone? Che significato attribuiscono alla loro comunità e appartenenza di fede? Solo a Bologna in città vi sono almeno 50 chiese diciamo pentecostali di questo tipo, molto diverse fra loro. Su Milano sarei molto curioso di sapere quante ce ne sono, ma siamo su diverse centinaia sicuro, tra Chiese pentecostali e chiese libere. È un mondo che va conosciuto. Ci siamo pertanto chiesti: “queste persone come rientrano dentro il radar della cittadinanza, dei diritti della vita insieme, della partecipazione? Cioè capivamo che molte delle persone incontrate sono fuori dal gioco politico, civile; ovvero, sono presenti nel vivere sociale, ma sono molto ai margini, spesso privati di diritti e possibilità.
Aggiungo: per chi come me si è occupato a lungo di teologia cristiana e ha frequentato la Chiesa cattolica si profila una questione gigantesca. Spesso noi facevamo queste visite la domenica mattina, perché era il momento in cui le comunità si ritrovavano; in quei contesti, si realizzava che vi sono migliaia di persone a Bologna che pregano – in alcuni casi con rara intensità – ma, di queste persone, diverse comunità cristiane cattoliche non sanno quasi nulla.
Sono persone che vivono lì accanto, non vivono in un ambiente estraneo, sono in un territorio cosiddetto parrocchiale. Quindi per chi si interessa al fenomeno “chiesa” emerge una questione enorme: c’è un vasto mondo che non viene intercettato dai radar e quindi risulta non-percepito. Vi faccio un esempio così ci intendiamo meglio.
Prima del conflitto, noi andavamo per una delle nostre esplorazioni nella chiesa russa-ucraina, dove si poteva assistere ad una liturgia potente; non so se avete mai partecipato ad una liturgia russa – se uno ha letto Dostoevskij può intuire. Il venerdì santo durante la liturgia, a un certo punto della preghiera, alcuni di loro ci dicono “ora usciamo per la processione” e chiediamo ad una persona della comunità che ci aiutava: “ma dove passate?” Risposta: “per via del Pratello”.
Per chi non è di Bologna: via del Pratello è storicamente una delle vie della grande movida bolognese. Siamo così andati in via del Pratello con i ragazzi per attendere la processione ortodossa. Ci seguiva anche il regista del documentario e abbiamo attraversato via del Pratello, piena di gente, piena di ragazzi che bevevano e stavano assieme. Ci siamo chiesto “e adesso cosa succede?”. Devo dire che è stata una cosa impressionante: arrivano con canti profondissimi, con queste voci, queste più di duecento badanti – perché molte di loro sono badanti – che attraversavano via del Pratello in un silenzio stordito: tutti si sono messi zitti.
Passava questa processione, con questi canti e con il gruppo ci guardavamo attoniti, cioè capivamo che stavamo vedendo una cosa importante e si trattava di un momento di grande dignità per queste donne. Ci siamo detti “guarda queste donne che di solito sono invisibili, se non quando ne abbiamo uno stretto bisogno, in questo momento passano qui in mezzo a tutti, le guardiamo a bocca aperta e annunciano in una maniera molto semplice – ma anche vigorosa – una fede che sembra venire da chissà dove”. Maturazioni quindi anche ecclesiali: che cosa la Chiesa vede, che cosa le nostre comunità vedono? E che cosa invece le nostre comunità non riescono a vedere troppo, davvero troppo, concentrate su di sé? Sono solo esempi di alcune maturazioni personali, civili e collettive e anche di maturazioni ecclesiali e teologiche.
L’esposizione qui è proseguita con alcune note su altre esperienze: una ricerca su una comunità di lavoro per persone in grave marginalità adulta presso la zona della Dozza di Bologna[11], due ricerche su un centro giovanile – i Cortili – per ragazzi di un quartiere periferico di Bologna[12], una – ora in pubblicazione – su un ampio gruppo cattolico LGBTQ[13], accompagnate da diverse esplorazioni e attività presso il carcere della città[14]. Per brevità riportiamo solo la parte conclusiva dell’intervento orale che ricapitola alcune attenzioni di atteggiamento e di metodo.
Attrezzarsi per “attraversare la città”
Elenco in conclusione alcuni punti sintetici su come attrezzarsi e su alcune condizioni fondamentali per dare forma a questo desiderio di conoscere la città e le persone che in essa vivono, per dare concretezza a questa strana forma di contemplazione. Si è cercato di “attraversare la città” – è una citazione implicita di Luca 19 in cui Gesù “attraversava la città”. E siamo progressivamente divenuti consapevoli che bisogna attrezzarsi per contemplare la città, bisogna cioè sapere che si attraverseranno mondi contraddittori che porranno, in qualche modo, in una situazione di disagio e di sfida.
Un primo elemento che vorrei sottolineare: bisogna attrezzarsi per attraversare mondi in cui si è posti di fronte a domande scomode, per cui non c’è una soluzione universale, veloce, nemmeno teologica, già pronta e già data. C’è qualcosa che non riesci a sistemare velocemente.
Un secondo elemento: consapevoli che si attraversano mondi molto feriti. Alcune delle interviste in profondità raccolte sono impressionanti per la quantità e qualità di ferite che le persone si portano dentro.
Un terzo elemento: attraversare mondi – questo lo dico soprattutto per il carcere ma non solo, anche il mondo degli adolescenti con cui abbiamo lavorato – in cui bisogna fare i conti con un fenomeno difficilissimo da gestire che è il fenomeno della violenza, violenza delle parole, dei rapporti, violenza fisica a volte estrema, violenze anche istituzionali. Si tratta qui di attraversare mondi in cui c’è una violenza estrema agita o subita.
Sono tre attenzioni sempre di nuovo da coltivare e da curare che dicono l’importanza della consapevolezza e del lavoro personale e collettivo. A questo punto conviene aggiungere anche alcune parole di sintesi sulle condizioni di tale lavorio di attraversamento e contemplazione.
Un quarto elemento di fondo è quello di essere disposti ad ascoltare dei racconti di vita. Non so se qualcuno ha mai letto questo libro che è un capolavoro di Nuto Revelli Il mondo dei vinti[15] in cui fece la storia dei contadini delle langhe. Lui per anni fa questo lavoro di ascolto e raccolta di storie. Noi proviamo ad andare in quella linea nel nostro tipo di approccio. In questo libro nella premessa egli scrive del mestiere di ascoltare, il lavoro di ascoltare è un lavoro duro. Attraversare i contesti mi pare significhi essere disposti a un corpo a corpo con le biografie delle persone. Quando passi, ti avvicini, ti accosti poi succede che qualcuno ti racconta la sua vita. Ma mi pare sia un lavoro duro, perché quando l’altro/a parla devi ascoltare e devi prenderlo sul serio.
***
Per fare questo bisogna che vi siano alcune condizioni che elenco in maniera sintetica e imperfetta:
- Per ascoltare una biografia bisogna prendere sul serio il fatto che di questa persona non sappiamo l’essenziale. Non sappiamo l’essenziale. Cioè, non so se qualcuno di voi legge poesie della Szymborska la poetessa polacca – premio Nobel per la letteratura – quando fece il discorso per il Nobel[16] disse qualcosa come “guardate la cosa fondamentale per essere un buon poeta è coltivare il senso del non so”. Mi pare sia fondamentale per ascoltare la biografia di una persona sapere che le cose essenziali di questa persona noi non le sappiamo davvero.
- Un secondo tema è quello dell’affidabilità. Noi l’abbiamo sentito moltissimo e per noi rimane comunque sempre un tema aperto cioè per essere persone che ascoltano tratti del racconto biografico di una persona risulta fondamentale non solo sembrare ma essere davvero affidabili. Le cose preziosissime, dolorosissime che ti mettono nelle mani, poi vanno custodite e pensate bene. La fatica che loro fanno per dirsi, tu poi devi essere attentissimo a rispettarla. C’è una persona detenuta, molto attento, che è in una classe con cui io lavoro e che ha una pena lunga, un giorno in cui lavoravamo su un testo a un certo punto dice “ma prof. ha presente quella frase ‘prova ad avere un mondo nel cuore e non riuscire ad esprimerlo’?”. Si tratta della frase di una canzone di De André che fa una foto precisissima della vicenda di quello studente: quando una persona ti si affida, ti racconta la sua vita e fa la fatica di trovare le parole per dire certe cose bisogna davvero trattarla, diceva Papa Francesco, “togliendosi i calzari, perché è un posto sacro quel luogo”.
- Un ulteriore elemento implica il coltivare un po’ il coraggio o quantomeno la consapevolezza della propria paura. Per quale motivo? Perché ti permette di non fuggire subito di fronte a questioni difficili o domande spiazzanti. Mi permetto di raccontare una cosa personale: quando le persone in detenzione hanno raccontato la loro storia o alcuni suoi aspetti, io sarei scappato. In un caso sono scappato letteralmente, ho chiuso velocemente il dialogo e sono uscito molto di fretta fuori dal carcere, ho ben presente quella vicenda e perché. Non dico una cosa semplice ma credo che bisogni cercare di essere consapevoli della paura, cercando di coltivare una disponibilità a non fuggire di fronte a quello che significa incontrare una qualche dissonanza cognitiva; cioè incontrare qualcosa, qualcuno che smonta alcune tue certezze di base o che smonta la tua immagine del mondo. Cercare di non fuggire o quantomeno se fuggi dirsi “sto fuggendo”: credo sia un aspetto importante.
- Quarto elemento: “è possibile”. Intendo dire che credo sia possibile, per il tipo di lavoro che noi – e molti altri meglio di noi – facciamo, in cui certo non siamo tutti credenti, ma in cui qualcuno di noi è credente o prova di esserlo, è possibile trovare in questi contesti, nei racconti di vita, tracce importanti del Vangelo, segnali o elementi di quello che il nuovo testamento chiama con il nome di “regno di Dio”. La mia posizione ad ora è che – mi sembra – questo tipo di lavoro – anche se noi lo facciamo spessissimo con gruppi vari con molte posizioni rispetto alle fedi – possa portare alle soglie di un roveto ardente. Mi spiego: c’è un bellissimo documentario sull’opera e la vita del fotografo Salgado – forse qualcuno di voi lo ha presente – che si chiama “Il sale della terra”: davvero bellissimo. Salgado è il fotografo che diventato stato famoso documentando il Biafra, la grande crisi della fame degli anni settanta; ad un certo punto nel documentario in un dialogo l’intervistatore gli chiede “ma che cos’è il sale della terra?” e lui afferma “sono le persone”. Il sale della terra: mi è sembrato un modo profondo per dire in altri termini un aspetto davvero potente del Vangelo, cioè all’interno dei contesti, delle storie di vita, delle biografie delle persone si incontrano – spesso in maniera non conscia – pezzi o pagine fondamentali dello stesso Vangelo; ma su questo ci starebbe un’altra riflessione e mi fermo qui.
Allora, faccio un breve riassunto delle cose che si è provato a dire:
- Si è partiti da alcune considerazioni di fondo su cosa può significare “contemplare la città”.
- Si sono raccontate alcune esperienze: la prima esperienza Viaggio intorno al mondo, poi la seconda esperienza – In bilico – sulla comunità di lavoro al quartiere della Dozza nelle periferia di Bologna; una terza esperienza il lavoro con il mondo LGBT attraverso il lavoro con il Gruppo in cammino; la quarta esperienza il lavoro con il mondo complicato e pieno di stimoli di un centro giovanile per adolescenti – i Cortili – nel quartiere San Donato di Bologna, non siamo poi entrati nel tema dei lavori il carcere perché aprirebbe ulteriori e vaste questioni.
Nel fare questo percorso ho sottolineato – troppo superficialmente – almeno tre attenzioni:
- la prima attenzione di fondo: questo tipo di lavoro significa attraversare la città e ho balbettato qualcosa su come bisogna attrezzarsi
- un secondo tipo di attenzione: cosa significa rendersi disponibili per capire qualcosa dei nostri territori, per ascoltare come vive la gente e come racconta la propria vita
- un terzo elemento – appena accennato – implica la convinzione che tutto ciò ci metta proprio in dialogo con il centro del Vangelo, ci aiuta ad andare in presa diretta con alcune cose raccontate nella vicenda di Gesù.
Spero che questo percorso possa, in qualche modo, servirvi nel vostro importante lavoro comunitario di discernimento e azione concreta nel territorio delle vostre comunità.
[1] C. Benassi, Misurazioni. Ogni cosa porta in sé la sua quota di silenzio, Ignazio Pappalardo ed., Roma 2025, 27.
[2] https://www.settimananews.it/parrocchia/quando-si-accorpano-le-parrocchie/
[3] Per una riflessione d’insieme mi permetto di rimandare a https://www.settimananews.it/societa/guardare-alla-citta-con-gentilezza/
[4] https://www.animamundiedizioni.com/prodotto/abitare-poeticamente-il-mondo/
[5] https://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/arjun-appadurai/il-futuro-come-fatto-culturale-9788860306432-1528.html
[6] https://www.zikkaron.com/prodotto/viaggio-intorno-al-mondo/ e https://www.settimananews.it/religioni/nostri-nessuno-tocchi-babele/
[7] https://www.settimananews.it/teologia/per-una-teologia-dal-basso/
[8] In tal senso si può vedere https://www.settimananews.it/reportage-interviste/figli-delle-migrazioni-parabola-significativa/
[9] Si può vedere il trailer https://www.youtube.com/watch?v=O9ZGFnnlDaw e https://www.youtube.com/watch?v=o0VeNxxrwFE
[10] https://www.settimananews.it/libri-film/la-citta-invisibile-e-la-citta-che-si-vede/
[11] https://www.zikkaron.com/prodotto/in-bilico/ e https://www.settimananews.it/societa/in-bilico/ e ancora https://www.settimananews.it/societa/vite-in-bilico/
[12] https://www.settimananews.it/societa/periferie-ascolto-di-un-contesto/
[13] https://www.unilibro.it/libro/caterina-l-cur-mignardi-m-cur-palmese-l-cur-/tutto-cio-che-siamo-ricerca-azione-gruppo-credenti-lgbt-in-cammino-/9788899720476?srsltid=AfmBOoprdBV4pJvLddxeKfyn4JN9PG1VQ4KkTzb3U7H9ZYNVqs_qnONJ
[14] https://www.settimananews.it/educazione-scuola/letteratura-e-scienze-religiose-in-carcere-due-esperienze/
[15] https://www.einaudi.it/catalogo-libri/narrativa-italiana/narrativa-italiana-del-novecento/il-mondo-dei-vinti-nuto-revelli-9788806232429/
[16] https://www.dicoseunpo.it/Nobel_della_Lettartura_files/Szymborska.pdf





