Il passo indietro di Marx: tra simbolo ed efficacia

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In una lettera personale al papa, datata 21 maggio, il card. Marx, arcivescovo di Monaco ed ex presidente della Conferenza episcopale tedesca (DBK), ha presentato le sue dimissioni chiedendo a Francesco “di accettarle vivamente”.

Oggi questa lettera è stata resa pubblica, come accordato tra Marx e Francesco, generando scompiglio nella comunicazione mediatica delle cose di Chiesa.

Una scelta personale che vorrebbe mettere in luce implicazioni istituzionali e strutturali all’interno della Chiesa – non solo quella tedesca. Il sistema Chiesa che ha fallito nella gestione e denuncia degli abusi, fino alla doccia fredda dell’indagine voluta dalla stessa Conferenza episcopale tedesca (pubblicata nell’autunno del 2018), è stato anche il sistema Marx alla guida dei vescovi.

Una personalità forte, tendenzialmente accentratrice, quasi imponente (e talvolta impaziente) per poter gestire dei processi di elaborazione condivisa di questioni così delicate da maneggiare come quella degli abusi.

Tra consapevolezza e solitudine, Marx scelse di rinunciare nel 2020 a un’ulteriore candidatura alla guida della DBK, aprendo così la strada all’attuale presidente G. Bätzing. A poco più di un anno, il passo seguente delle dimissioni dalla guida della diocesi di Monaco rimesse nella mani del papa.

Il tono aperto al futuro con cui si chiude la sua lettera a Francesco nasconde anche le ragioni del suo passo indietro: “Sono prete da 42 anni, vescovo da quasi 25 – di questi, 20 come ordinario di grosse diocesi (…). Continuo con piacere a essere prete e vescovo di questa Chiesa e continuerò a impegnarmi in ambito pastorale, nel modo in cui lei ritiene significativo e opportuno”.

In questa stagione, avere delle responsabilità di guida di una Chiesa locale significa, in un modo o nell’altro, essere stati corresponsabili anche degli errori, di negligenza o di malizia, che hanno accompagnato l’emersione e la gestione degli abusi compiuti nella Chiesa.

Con la sua scelta, Marx dà un nome e un volto al “noi” implicato in queste corresponsabilità e nei passi falsi commessi. La forza simbolica racchiusa in questa decisione potrebbe rivelarsi significativa per dare slancio all’efficacia del magari lento, ma irreversibile cammino penitenziale di una Chiesa che vuole essere altro da ciò che è stata nel passato.

Potrebbe, appunto – perché non è scontato che il simbolismo inneschi dinamiche virtuose. Tra l’immobilismo del “noi” che tutti coinvolge ma non chiama in causa nessuno e la soddisfazione per le teste che finalmente cadono, la Chiesa rischia di rimanere impantanata in forme mondane della gestione del potere. La tabula rasa, l’ingresso del laicato nelle stanze del potere, una maggiore approssimazione allo stato di diritto e alle forme democratiche, non garantiscono da sé il rinnovamento istituzionale della Chiesa cattolica.

Non lo fanno perché sono tutti appigli certamente sacrosanti ma anche già profondamente in crisi nelle nostre società occidentali. Non lo fanno perché una riforma solamente funzionale della Chiesa come sistema religioso del potere non credo vada a toccare il nocciolo duro della distorsione perversa del suo esercizio messa a nudo dagli scandali degli abusi sessuali e di altro tipo.

“La crisi prodotta dal nostro fallimento” ha condotto la Chiesa tedesca a “un punto morto” – questa la frase ad effetto con cui Marx apre la sua lettera al papa. C’è molto di vero in essa, ma c’è anche molto di ingeneroso al tempo stesso – una sorta di estraniamento biografico che adombra la forza simbolica della decisione presa da Marx.

Ma forse è così di tutte le decisioni che cercano di traslare il lato istituzionale dell’appartenenza ecclesiale a quello testimoniale. Già elaborare a dovere questo décalage non sarà facile – né per la Chiesa tedesca né per quella globale. Ancora più impervio sarà trovare il modo per rendere efficace la dinamica simbolica della testimonianza all’interno delle forme istituzionali della Chiesa. Per fare questo c’è bisogno di spiritualità profonda, buona teologia e quella libertà che solo il Vangelo sa donare – soprattutto ci vuole una Chiesa che non sia più ossessivamente preoccupata di se stessa.

Gorgo in cui Marx stesso si è lasciato attrarre nell’imbastitura iniziale del Cammino Sinodale della Chiesa tedesca – rimandando al mittente il suggerimento di aprire un forum che si sporgesse sulla vita sociale e civile del paese. Se avesse colto l’occasione, dato l’inaspettato della pandemia che ha sconvolto ogni programma mondano e religioso, la Chiesa tedesca sarebbe stata un passo avanti rispetto a tutte le altre istituzioni nazionali – come dovrebbe essere sempre della Chiesa, che va in avanscoperta a favore dell’umanità tutta (anche a costo di sbagliare strada e di confessarlo senza timore). Questo senza togliere nulla alle questioni di casa che andavano urgentemente messe sul tavolo del confronto schietto e sincero.

Schiettezza e sincerità di cui Marx è stato comunque capace: al di là di ogni limite, la sua decisione – clamorosa, dicono gli osservatori di lungo corso delle cose ecclesiastiche – spariglia le carte. Da oggi pomeriggio le cose non saranno più come prima – su questo spartiacque si misureranno le tante voci che affollano oggi un dibattito ecclesiale che dovrà imparare a essere all’altezza della cesura che lo attraversa da parte a parte. Grazie a Marx, appunto.

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4 Commenti

  1. marco 7 giugno 2021
  2. Giovanni Di Simone 6 giugno 2021
    • Alberto 10 giugno 2021
  3. Marco Ansalone 5 giugno 2021

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