
Padre Stanko Perica, direttore del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati dell’Europa Sud-Orientale
A trent’anni dalla guerra in Bosnia Erzegovina (1992-1995) i conflitti covano ancora sotto le ceneri. Spesso le locali Chiese sono una parte del problema e possono diventare parte della soluzione se aperte al dialogo ecumenico e interreligioso. Alla questione la fondazione Pro Oriente ha dedicato un convegno di studio a Vienna (13-16 novembre) col titolo Guarire le memorie ferite: la responsabilità delle Chiese nella guarigione. Riprendiamo dal blog della Pro Oriente (15 dicembre 2025) il testo di p. Stanko Perica, direttore regionale del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati per l’Europa Sud-Orientale, dal titolo Dalla memoria alla missione. Sul contesto bosniaco e serbo rimandiamo a due articoli di SettimanaNews: qui e qui.
Riflettendo sull’ecumenismo e sul dialogo interreligioso, sono spesso frustrato per gli scarsi progressi compiuti: poche iniziative, collaborazione limitata e risultati lenti. Eppure, col tempo, ho imparato che questa frustrazione non può essere semplicemente proiettata all’esterno. Ci sono contributi che posso dare personalmente e responsabilità che appartengono a tutti noi. Vorrei inquadrare questa riflessione attorno a tre difficoltà e tre risposte costruttive. Tutte sono direttamente collegate alla sfida di guarire le memorie ferite, in particolare nell’Europa Sud-Orientale.
Tre difficoltà
a) La militarizzazione della storia
Nella nostra regione, la memoria storica spesso funziona meno come campo di indagine accademica e più come strumento politico. Narrazioni contrastanti vengono utilizzate per giustificare i programmi attuali e mobilitare le emozioni collettive. Invece di offrire comprensione, la storia diventa un meccanismo per costruire e preservare ferite collettive. Le comunità rivisitano continuamente i traumi del passato, ereditando non solo la memoria della sofferenza, ma anche la postura emotiva che la accompagna.
Questa situazione genera un ciclo di traumatizzazione perpetua. Croati, serbi, bosniaci e altri popoli hanno tutti una lunga lista di torti storici: invasioni, occupazioni, guerre, tradimenti, conversioni forzate ed espulsioni di massa. Ogni comunità può vantare secoli di vittimismo e ciascuna tende a enfatizzare la propria narrativa. Di conseguenza, le persone si percepiscono sempre più come vittime di torti storici o ingiustamente accusate, lasciando poco spazio al riconoscimento reciproco.
Un simile clima impedisce la guarigione delle memorie ferite. Invece di affrontare le ingiustizie contemporanee – leadership autocratica, corruzione, istituzioni fallimentari, scarsa protezione sociale – le società tornano continuamente a lamentarsi di retaggi ereditati. Questa fissazione distrae dalle sfide attuali e impedisce l’emergere di un orizzonte civico condiviso. Quando le persone interpretano gli eventi attuali esclusivamente attraverso la lente del trauma storico, un autentico incontro ecumenico e interreligioso diventa estremamente difficile.
b) L’istinto di sopravvivenza nelle zone di confine della civiltà
La seconda difficoltà deriva dalla posizione geopolitica della nostra regione. L’Europa orientale e sudorientale si trovano all’incrocio tra cristianesimo occidentale, ortodossia orientale e islam. Storicamente, ciò ha prodotto ricchi scambi culturali, ma ha anche alimentato strati di insicurezza. Le comunità che vivono ai confini percepiti come civiltà spesso interiorizzano un senso di vulnerabilità. Sviluppano mentalità difensive e un’accresciuta diffidenza verso gli estranei.
In tali contesti, gli Stati tendono a consolidare il potere politico, economico e ideologico. Le istituzioni religiose possono essere coinvolte in questi progetti e incoraggiate ad agire come custodi dell’identità collettiva piuttosto che come promotrici del dialogo. Il risultato è un clima in cui la diversità è percepita come una minaccia e la cooperazione interreligiosa come un rischio. L’istinto di sopravvivenza, sia a livello politico che religioso, si oppone all’apertura necessaria per guarire le memorie ferite.
c) La tentazione della Chiesa di cercare il potere
La terza difficoltà riguarda la vita interna delle Chiese stesse. Di fronte al declino demografico, all’emarginazione sociale e alle incertezze politiche, le Chiese possono facilmente preoccuparsi della propria sopravvivenza. Quando ciò accade, la Chiesa inizia a funzionare principalmente come un’istituzione che tutela i propri interessi interni. Si definisce in contrasto con gli altri, si allinea con programmi nazionalisti e si concentra più sul preservare la propria influenza che sull’incarnazione del Vangelo.
Una Chiesa del genere perde la sua voce profetica. Diventa, di fatto, una Chiesa nazionale, al servizio principalmente del “proprio popolo” e trascurando lo straniero, il migrante, il povero e chi è religiosamente diverso. Quando la Chiesa cade in questa tentazione, non solo non riesce a sanare le memorie ferite, ma spesso approfondisce le divisioni esistenti. Una Chiesa concentrata sul proprio potere non può guidare il processo di riconciliazione.
Tre risposte
a) Il dialogo come antidoto alla divisione storica
Il dialogo è estremamente impegnativo, eppure è indispensabile per guarire le memorie ferite. Richiede pazienza, umiltà e disponibilità a mettersi in discussione. Richiede anche perseveranza in contesti in cui il dialogo è visto con sospetto. Ma il cristianesimo stesso nasce da un dialogo: Dio parla con l’umanità e la invita a rispondere.
Il dialogo deve quindi essere una pratica cristiana centrale. Non inizia con dichiarazioni formali, ma con incontri quotidiani: ascoltare le narrazioni degli altri, riconoscere la loro sofferenza e dare spazio alle loro esperienze. Il dialogo umanizza l’altro e addolcisce i ricordi irrigiditi. La guarigione avviene quando individui e comunità iniziano a vedersi non come nemici ereditati, ma come partner in una ricerca condivisa di pace. Anche piccoli gesti di ospitalità, pasti condivisi e semplici espressioni di interesse possono diventare semi di fiducia che trasformano gradualmente le relazioni ferite.
b) La corresponsabilità come risposta alle tensioni di civiltà
Una seconda risposta è coltivare la corresponsabilità. Anche le comunità minoritarie hanno la responsabilità delle società in cui vivono. L’immagine evangelica dei cristiani come “sale della terra” suggerisce che l’influenza non dipende dai numeri, ma dalla qualità morale. Investendo nell’istruzione, promuovendo l’alfabetizzazione storica e rafforzando la formazione teologica e civica, le comunità religiose possono elevare gli standard della vita pubblica.
Corresponsabilità significa anche resistere a narrazioni che alimentano paura ed esclusivismo. Le comunità religiose possono invece dare forma a una cittadinanza costruttiva: difendendo la dignità umana, sostenendo la giustizia e sviluppando progetti che altri esitano a intraprendere. Una minoranza responsabile può diventare una minoranza creativa, fungendo da presenza morale stabilizzatrice all’interno della società.
c) La solidarietà come cura alla tentazione del potere
Infine, la solidarietà offre un rimedio alla tentazione della Chiesa di auto conservarsi. Una Chiesa incentrata sui poveri, sugli emarginati, sui migranti e sugli esclusi non può diventare una Chiesa nazionalista. Quando la solidarietà diventa il cuore della vita ecclesiale, la Chiesa si volge naturalmente verso l’esterno. La guarigione delle memorie ferite avviene non solo attraverso il dialogo, ma anche attraverso il servizio condiviso, quando credenti di diverse tradizioni lavorano fianco a fianco a favore di coloro che sono più bisognosi.
L’“opzione preferenziale per i poveri”, formulata da Pedro Arrupe e integrata nella dottrina sociale cattolica, fornisce qui un quadro convincente. Essa garantisce che l’azione ecumenica rimanga fondata non su ideali teologici astratti, ma su atti concreti di compassione. Ponendo al centro i vulnerabili, la solidarietà impedisce alla Chiesa di sprofondare nell’egoismo e apre percorsi di riconciliazione tra comunità divise.
Guarire i ricordi feriti richiede pazienza, coraggio e volontà di cambiare. Abbracciando il dialogo, la corresponsabilità e la solidarietà, le comunità religiose possono andare oltre le lamentele ereditate, resistere alle pressioni dell’insicurezza geopolitica e superare la tentazione dell’autoprotezione istituzionale. Queste tre risposte offrono una base pratica e spirituale per iniziative positive che possono aiutare la nostra regione a progredire verso una riconciliazione più profonda e una pace duratura.






Testo molto interessante, grazie