Leone VI: un altro papa nel “secolo di ferro”

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Le vicende dei papi altomedievali, quale fu anche Leone VI, sono avvolte ancora nel mistero, per mancanza di fonti. Il che ci convince a rimarcare l’importanza degli studi storico-cristiani, se vogliamo cogliere fino in fondo i profili che incidono ancora nel modo di essere e di porsi della Chiesa cattolica non soltanto allora, ma nel contesto attuale: studi serie e rigorosi, studi scientifici, come recente rimarcato dal quattordicesimo Leone all’Università Lateranense: «La seconda dimensione che vorrei richiamare è la scientificità, da promuovere, da difendere e da sviluppare. Il servizio accademico spesso non gode del dovuto apprezzamento, anche a motivo di radicati pregiudizi che, purtroppo, aleggiano pure nella comunità ecclesiale. Si riscontra a volte l’idea che la ricerca e lo studio non servano ai fini della vita reale, che ciò che conta nella Chiesa sia la pratica pastorale più che la preparazione teologica, biblica o giuridica. Il rischio è quello di scivolare nella tentazione di semplificare le questioni complesse per evitare la fatica del pensiero, col pericolo che, anche nell’agire pastorale e nei suoi linguaggi, si scada nella banalità, nell’approssimazione o nella rigidità».[1]

Del resto, a sollecitare in tale direzione storico-scientifica era stato già il tredicesimo papa Leone, il quale non si limitò a fondare la Commissione cardinalizia per la promozione degli studi storici (dalla quale è scaturito il Pontificio Comitato di Scienze Storiche[2]), ma conferì pure un efficace impulso alla storia mediante l’apertura agli studiosi dell’Archivio Segreto Vaticano e della Biblioteca Apostolica Vaticana.[3]

L’enciclica Etsi nos – diretta da papa Leone XIII ai vescovi italiani nel 1882 –, insisteva, perciò, opportunamente sulla necessità della storia, anche al fine di “difendere” l’opera del papato e della fede cattolica nella vicenda storica italiana: «In primo luogo, la difesa della fede cattolica, alla quale massimamente debbono con sommo studio dedicarsi i sacerdoti: essa è assolutamente necessaria ai tempi nostri; vuole una dottrina non volgare né mediocre, ma profonda e varia, la quale abbracci non solamente le sacre discipline, ma anche le filosofiche, e sia ricca di cognizioni di fisica e di storia».[4]

Fu proprio papa Leone XIII a citare, tra gli altri, il Baronio quale possibile esempio di studio storico, svolto allo scopo di vagliare criticamente fonti e documenti, non soltanto per sapere come effettivamente si svolsero i fatti, ma anche a gloria della Chiesa.

Come abbiamo già indicato in un precedente intervento, l’opera del Baronio è ancora una delle principali fonti da vagliare da parte di chi intenda conoscere fatti e aspetti dei papati alto e basso-medievali.[5]

Del resto, Leone XIII – al cui nome ha detto di essersi particolarmente ispirato papa Prevost nella scelta del proprio nome nella serie dei papa Leone –, maturò, fin dal primo anno di pontificato, tale intento del rilancio degli studi storici e storiografici, che fu accelerato anche dalla nomina ad archivista della Santa Sede, nel 1879, del dotto ecclesiastico tedesco Joseph Hergenröther (1824-1890), poi investito della dignità cardinalizia.

La decisione leonina del secolo XIX fu influenzata anche dalla volontà di non esporre la Chiesa al rischio di apparire nemica della scienza storica, o addirittura della verità, particolarmente nel momento in cui l’ostile governo italiano dell’Ottocento, sostenuto da quello prussiano, stava allora minacciando di sequestrare tutti gli archivi pontifici sparsi nella capitale.

Grazie alle scienze archivistiche e storiche, e alla loro capacità di indagine scientifica, non senza la fatica della ricerca, comincia oggi in qualche modo a illuminarsi per noi anche la figura, ancora piuttosto “oscura” (a motivo dell’indisponibilità di fonti), di papa Leone VI.

Egli, tuttavia, è da inquadrare nell’orizzonte del cosiddetto “secolo di ferro” (il decimo): un’etichetta, questa di secolo di ferro, che ebbe molta fortuna nel Quattrocento grazie all’umanista Lorenzo Valla (peraltro, sempre poco cordiale nei confronti della letteratura medievale, da lui spesso bollata di barbarie e di ignoranza, anche se talvolta tacitamente utilizzata).

Fu un periodo, quello del sesto papa col nome di Leone, in cui, tra le famiglie che contavano nella ecclesia romana, si faceva strada la figura di Marozia e di altre signore che – per la loro modalità d’incidere sulle elezioni e sulle scelte pontificie in un periodo pieno di lotte, alleanze e complotti –, divennero, in qualche modo, proverbiali per la loro capacità d’incidere sugli orientamenti, anche dottrinali, e perfino di dirigere certe scelte ecclesiastiche ai massimi livelli.[6]

In questo clima, segnato da una complessa dialettica tra poteri laici e autorità spirituale, la Chiesa romana sperimentò quanto fosse fragile l’equilibrio tra prestigio religioso e condizionamenti politici: un tema che attraversa tutto il secolo X e che trova nel pontificato di Leone VI uno degli esempi più emblematici.

La gestazione dei pontificati in un tempo di ordinaria violenza

Tra nono e decimo secolo, viene a compimento quanto abbiamo già introdotto nelle riflessioni sui papi tardo-antichi e alto-medievali, che andiamo qui presentando non con intenti principalmente storiografici, bensì per riconoscere, attraverso i dai e i fatti disponibili, delle possibili tracce che la memoria epigenetica potrebbe avere, in qualche modo, orientato, se non proprio trasferito, nei papati successivi, fino a quelli del nostro tempo. Un tempo in cui pericolosamente ritorna il timore di anni bui, come notato da un giornalista, riferendo del Giubileo giovanile di Tor Vergata: «Leone XIV raccoglie il testimone dei suoi predecessori, cammina sul loro solco, rilancia l’invito di Francesco che avrebbe certamente voluto vivere questo abbraccio corale. Sorride sin dal suo arrivo in elicottero e lungo il percorso in papamobile sul terreno fangoso, durante il quale saluta da una parte e dall’altra, come a voler restituire a ciascuno dei presenti uno sguardo. A pochi metri dal palco scende dalla vettura, un giovane gli porge la croce. Lui la solleva: è il faro a cui guardare nei momenti bui della storia».[7]

È un dato documentato che, nell’anno 889, Guido da Spoleto, discendente da una potente famiglia franca, viene riconosciuto re d’Italia dai vescovi italici, sempre più preoccupati della pressione esercitata da parte delle genti islamiche. Come ha scritto H. Pirenne, infatti, «se l’Impero bizantino, grazie alla sua flotta armata, riesce a respingere l’offensiva musulmana dal Mar Egeo, dall’Adriatico e dalle coste meridionali dell’Italia, in compenso il mar Tirreno finisce interamente in balìa dei Saraceni. Tramite l’Africa e la Spagna costoro lo chiudono a sud e a ovest, mentre il possesso delle isole Baleari, della Corsica, della Sardegna e della Sicilia fornisce loro basi navali che finiscono per consolidarne il predominio. A partire dall’inizio dell’VIII secolo, in questo grande quadrilatero marittimo il commercio europeo non ha più storia. Il movimento economico si orienta ormai decisamente verso Baghdad».[8]

Nell’anno 846, delle bande saracene si erano inoltrate fino a Roma, assediando addirittura Castel Sant’Angelo: disastri irreparabili, per cui comprendiamo perché, dal IX all’XI secolo, l’intero Occidente si percepiva, per così dire, “imbottigliato”: i Saraceni riescono a distruggere, all’inizio del secolo X, precisamente nel 906, i monasteri di Novalesa e di San Dalmazzo di Pedona.

Intanto, a Roma, dove si sente altrettanto incombente la minaccia musulmana, è la nobiltà che va conseguendo un potere che la porterà a spadroneggiare sulla città e sui papi stessi, a volte assecondando, altre volte frenando, l’azione anti-saracena dei papi.

In ogni caso, la nobiltà non può impedire a papa Giovanni X la riscossa, per cui, nell’agosto del 915, la colonia saracena sarà totalmente distrutta, e qualche mese dopo, Berengario potrà raggiungere Roma per essere incoronato imperatore. Nel 926 anche Ugo di Vienne s’incontra a Mantova con papa Giovanni X, promettendogli aiuto contro la nobiltà romana ostile e i marchesi di Toscana e Spoleto e, in cambio, riceverà la corona imperiale.

La reazione a questi accordi di Mantova tra papato e forze, ritenute nemiche dalle potenti famiglie romane, non si fa attendere: seguono, perciò, degli anni di sanguinose e confuse lotte, per cui, in quattro anni, si succederanno sul soglio di Pietro ben due papi, fino a che assumerà il pontificato il figlio di Marozia e di Alberico di Spoleto.

Siamo, così, ormai alla vigilia del breve pontificato di Leone VI, che maggiormente c’interessa. I versi di Flodoardo (ripreso da Mabillon) lo dipingono come papa per soli sette mesi e cinque giorni (ma sulla durata effettiva, le poche fonti disponibili non concordano): «Pro quo (Joanne) celsa Petri sextus/ Leo regmina sumens/ Mensibus hæc septem servat quinisque diebus/ Prædecessorumque petit consortia vatum».

Il figlio del Primicerio Cristoforo (forse lo stesso che, al tempo di Giovanni VIII, compariva nelle fonti come avversario dell’allora vescovo Formoso, di cui abbiamo già detto qualcosa in precedenza) può essere, così, eletto papa verso la fine dell’anno 928, e prende appunto il nome di Leone VI.

Tuttavia, dopo breve tempo, il sesto Leone sarà chiuso in carcere e seguirà la strada dei suoi predecessori verso l’aldilà. È quanto si legge anche nella Notitia historica su Leone VI, riferita dal Migne,[9] che poi riporta l’esordio dell’epistula con cui papa Leone VI esortava i destinatari (vescovi Formino e Gregorio) a mostrare riverenza verso il proprio vescovo metropolita. Ricordiamo che, trattandosi di vescovi di una regione bizantina, allora fondamentale per il controllo delle rotte marittime e la difesa dell’Adriatico dagli assalti e dalle scorrerie dei Saraceni, appaiono, agli occhi di Leone VI, fondamentali per far presente la Chiesa di Roma in zone soggette, contemporaneamente, alle pressioni dei popoli slavi e alle ambizioni dei Franchi.

Sono, in sintesi, tempi di lotte e di violenze. Ma, come si vede dal ricorrente nome di Marozia, sono anche tempi d’influenze femminili sulla vita della Chiesa di Roma e sulla stessa elezione del papa. In particolare, Marozia, rimasta vedova di Guido di Toscana, si offre audacemente a re Ugo il quale, pensando di farsi padrone di Roma e di ottenere la conferma della corona imperiale con quelle nozze, accetta. Celebrate con fasto nel marzo 932 in Castel Sant’Angelo, tuttavia, quelle nozze non risultano gradite al popolo, per cui Roma insorge, assedia Marozia e Ugo in Castel Sant’Angelo, da dove il re riesce a fuggire, mentre la donna viene fatta prigioniera da Alberico e sarà poi fatta uccidere.

Alberico tiene per sé Roma, assumendo il titolo di principe e senatore di tutti i romani, e riesce a respingere i vari tentativi di Ugo, che cercherà di riconquistarsi il trono e di riscattarsi dall’odiosa fuga, infine ricostituendo il Regno, fino a controllare due delle quattro grandi Marche d’Italia, non senza puntare alla Marca d’Ivrea, ancora nelle mani di Berengario d’Ivrea (Berengario II), nipote di Berengario del Friuli, che fu re e imperatore.[10]

Ferro chiamava ferro, violenza chiama violenza, insomma; e questo comporta, anche per i papi, sempre nuovi e ricorrenti conflitti, anche armati.

Tra l’896 e l’898 si alternano sul soglio petrino ben sei papi, con pontificati brevissimi e lontani dalle aspettative della fede cristiana celebrata e vissuta, specialmente a causa delle forti ingerenze da parte delle influenti famiglie romane, di cui già si è detto nel contributo su Leone V, sempre intente a curare più i propri interessi che il bene del papato cattolico e la pratica cristiana.

Per merito di papa Sergio III (904-911), giunge al potere a Roma il partito dei Tuscolani, con a capo Teofilatto; ma Roma e chi siede sul soglio papale risultano praticamente gestiti da Teodora, moglie di Teofilatto, donna avida di potere e senza scrupoli che governa, appunto, insieme con le figlie Marozia e Teodora.

Forse anche a motivo di queste vicende, i papi di quegli anni terribili vengono eletti e presto rimossi dalla carica, ma anche esiliati, imprigionati e uccisi.

Marozia, salita al potere dopo la morte della madre, sposò Alberico, nobile di Spoleto, e –  come si è detto – divenuta vedova si risposò con Guido di Spoleto e Tuscia e, infine, per la terza volta, andò a con l’ambizioso Ugo di Provenza, che attendeva da lei un aiuto per ottenere la corona imperiale.

Fu proprio donna Marozia alla base del potere dei conti di Tuscolo, tra cui figurarono ben sei papi; con la conseguenza, però, che l’autorità pontificia subì gravissimi danni all’esterno sotto il figlio di Marozia, Alberico, e sotto il figlio di quest’ultimo, il diciassettenne Ottaviano, il quale sarà eletto papa con il nome di Giovanni XII (955-964).[11]

Secondo il Chronicon, anche il successore di papa Leone VI sarà un certo Giovanni Anglico, che guiderà la Chiesa 2 anni, 7 mesi e 4 giorni, non senza le influenze delle già citate donne, definite dalla fonte come “senza scrupoli”.

“Donne di ferro” nella successione papale da Giovanni X a Leone VI

L’unico già citato documento che Migne ascriveva a papa Leone VI – l’Epistola ad episcopos Dalmatiae – ci apre alla valutazione di uno dei tanti aspetti che caratterizzano quel tormentato periodo e, in particolare, il pontificato di Leone VI.

Si tratta dei rapporti tra Chiesa di Roma e vescovi delle zone d’influenza, un tempo romana, e ora bizantina. Rivolgendosi ai vescovi di Dalmazia, Leone VI non fa che riconoscere la tradizione ecclesiastica “romana” di quelle zone, in particolare di Spalato (l’odierna Split) che, già al tempo di Diocleziano, era stata detta Civitas splendida Salonae, la quale non sarebbe stata soffocata nel corso delle onde della grande migrazione avaro-slava, svoltasi durante la prima metà del secolo VII.

Quella zona faceva parte della Dalmazia bizantina, cioè della provincia che, durante i primi secoli dell’Alto Medioevo, risultava, rispetto al suo territorio anteriore, molto ridotta e spezzata, non potendo rimanere chiusa né alle immigrazioni della circostante popolazione slava (che, cominciando dal IX secolo, sarà in una crescita inarrestabile), né all’influsso politico dei sovrani croati.[12]

Già con Giovanni X (914-928), precedentemente diacono a Bologna, successivamente arcivescovo di Ravenna dal 905 al 914, e, da ultimo, divenuto papa dopo il pontificato di Landone grazie all’amicizia del “vestararius” Teofilatto (allora dux et magister militum, senatore e console di Roma), si può osservare l’incidenza del potere femminile locale.

È importante, però, ricordare che le fonti medievali, quasi tutte di mano maschile e spesso ostili alle élites femminili, tendono a caricare di tinte fosche le figure come Teodora e Marozia. La loro influenza fu reale, ma fu anche il riflesso di una stagione in cui il vuoto istituzionale permetteva alle personalità più forti – uomini o donne – di emergere come veri attori politici.

Proprio Teofilatto, anche grazie alla “virile” moglie Teodora (madre della più famosa Marozia), esercitava i suoi vasti poteri anche su Ravenna e sull’Esarcato, dove conobbe Giovanni e concorse a farlo nominare papa, anche per sgominare gli ultimi fautori dello sventurato papa Formoso (di cui abbiamo già detto anche noi) e, soprattutto, chiunque altro avversasse il partito imperiale.

È stato scritto perciò: «Al vestarario, fedele alla memoria di Sergio III, premeva avere sul Soglio un Pontefice di sua fiducia… Acclamato salvatore della Cristianità, egli pensò di poter infrenare lo strapotere di Marozia, divenuta, per la morte del padre, la vera padrona di Roma; e a tale scopo si recò a Mantova per stipulare un’alleanza con Ugo di Provenza, da poco nominato Re d’Italia: ma, al suo ritorno, l’audace figliuola di Teofilatto riusсì a sollevare contro di lui una rivolta popolare.

Il fratello del papа, Pietro, signore di Orte, fu massacrato in Laterano dalla plebaglia inferocita mentre cercava di proteggere gli accessi al Patriarchio, e il pontefice catturato e chiuso in un carcere, dove venne di lì a poco strangolato.

Due creature di Marozia – Leone VI e Stefano VIII – е poi addirittura un figlio di lei – Giovanni XI – si succedettero sulla Cattedra di Pietro, proni ai suoi voleri, sino a che un altro figliuolo, il celebre Alberico II, non le si rivoltò contro, assicurando con la sua energia un ventennio di pace all’infelice città».[13]

In questo quadro drammatico, il rapporto fra Roma e Costantinopoli subì ulteriori tensioni: mentre l’Oriente cercava di ricostruire la propria influenza sull’Adriatico, l’Occidente tentava di preservare spazi di autonomia. Tale intreccio geopolitico rese ancora più vulnerabili i pontificati, costretti a muoversi tra pressioni interne e spinte esterne di portata sovraregionale.

Ecco, dunque, il generale clima che caratterizzò anche il breve pontificato del 123° papa della Chiesa cattolica, Leone VI, che iniziò il V o VI mese del 928 e concluse nel dicembre 928 o gennaio del 929,[14] mentre il suo predecessore, Giovanni X, era ancora vivo ma forse incarcerato dopo una forzata rinuncia alla cattedra di Pietro.

Marozia, la “superpapessa” – come la definiva Giovanni Di Capua – sapeva ben muoversi in un’epoca aggravata da disordini politici e morali. “Sgualdrina impudente”, secondo Liutprando da Cremona, ella fu, per un certo periodo, come l’arbitra delle sorti d’Italia e, per questo, fu spesso presentata, esagerando (in linea con un certo modulo anti-femminile), come dedita ai piaceri della carne, dissoluta di una lussuria matrilineare, di fronte a cui ben pochi riuscivano a resistere, cioè a non cedere davanti alle sue grazie opulente e al suo cuore generoso e tenebroso.

La stessa designazione di papa Leone VI si dovette certamente, come accennato, all’intervento di Marozia che, rappresentando gli interessi di una parte dell’aristocrazia, di fatto governava Roma attraverso una politica di alleanze piuttosto spregiudicata.

Se ne può indurre, verosimilmente, che anche il sesto Leone fu eletto papa perché abilmente presentato da Marozia come il candidato designato da Giovanni X, il quale veniva dato per morente ma che, in realtà, morirà, con ogni probabilità, assassinato, soltanto alla metà del 929.

Del resto, Leone VI, come avverrà con il suo successore Stefano VII, era, da Marozia, ritenuto un pontefice “di transizione”, e aspettava di poter insediare sulla cattedra di Pietro il figlio illegittimo Giovanni, appena ventenne, che fu poi l’undicesimo papa con questo nome.

Presentando le monete che non furono coniate a quel tempo, Promis scriveva, non senza seguire altre tradizioni circa le insicure notizie cronologiche: «Dalla fazione di Marozia che era stata cagione dell’infelice fine di Giovanni X, fu eletto a suo successore sulla metà del susseguente aprile Leone VI, del quale altro non sappiamo fuorché che mancò ai vivi nell’ottobre dello stesso anno.[15]

Nihil sub sole novi?

Un dipinto con papa Leone VI, risalente al 1655/1667, reca in alto, a destra, lo stemma di rosso scaccato di oro e di nero accostato da tre stelle d’oro, due in capo e una in punta. Le stelle, probabilmente, stavano lì a significare le tre virtù teologali di quel Pontefice che, tuttavia, dovette confrontarsi con le vendette e le vicissitudini, comportate dalle travagliate vicende politiche, religiose, economiche e sociali della penisola e di Roma, in un’epoca ancora poco conosciuta, come fu, appunto, il Medioevo alto: oggi siamo in grado di dire che non fu con tutta certezza un periodo buio, né diede luogo, come ancora purtroppo si legge in qualche pamphlet, a un vero e proprio travisamento della realtà ecclesiastica a motivo dell’azione di donne, che forse erano caritatevoli e pie,[16] e che invece si trovano, troppo facilmente, ad esser trasformate in persone assetate di sangue e di potere, come riferisce Liutprando,[17] o addirittura, come continua, con gusto pruriginoso, qualche contemporaneo, che si è spinto addirittura a parlare di esponenti di una pornocrazia pontificia.[18]

Nihil sub sole novi, diremo noi altri contemporanei, ripetendo, di fronte a queste vicende e relative interpretazioni, le considerazioni amare del Qoelet biblico (Qo 1,9-10)?

Seppur di nuovo, forse drammaticamente, alle prese con vicende di qualche donna che, in ambiente vaticano, chiama in causa perfino un cardinale, noi, grazie alla ricognizione storico-documentale (così incoraggiata dal tredicesimo papa Leone), dovremmo ormai aver bene imparato a distinguere tra opposti punti di vista e chiaroscuri delle fonti, anche quando sentiamo riferire, da un autorevole fonte giornalistica, le parole di un cardinale di santa romana Chiesa, che lamenta minacce e vendette femminili: «Infine, rielencando tutte le minacce ricevute dalla lobbista in questi anni, il cardinale ha dichiarato: “La signora è riuscita nel suo piano di vendicarsi nei miei confronti”».[19]

Certo, la categoria di “pornocrazia”, pur diffusa nella storiografia ottocentesca, è oggi largamente considerata problematica: più che descrivere fatti documentalmente certi, essa riflette il giudizio moralistico e spesso misogino di fonti polemiche anti-ecclesiastiche. Gli studi contemporanei invitano a leggere quell’epoca come una stagione di poteri familiari, non diversamente da altri periodi medievali, più che come un’eccezione degenerata.

E tuttavia, al di là di qualche ricorrente e ancora discussa, peraltro ancora sotto giudizio, figura di signora in ambienti vaticani, quando ripensiamo, pur con i non molti dati storici a disposizione, al periodo di papa Leone sesto, non possiamo non ricordare, in controluce, altre illuminanti battute di papa san Giovanni Paolo II, il quale tanto insisteva, nella storia recente della Chiesa, sulla rilevanza del genio femminile e sulla sua fortezza, per così dire, strutturale.

Son parole indicative e incoraggianti, forse anche nel nostro saeculum obscurum, di cui aveva scritto Baronio:[20] «È grande la forza della donna. È grande! C’è un detto – più che un detto è una riflessione: se un uomo piuttosto giovane rimane vedovo, difficilmente da solo se la cava. L’uomo non può tollerare una solitudine così grande. Se una donna rimane vedova, se la cava: porta avanti la famiglia, porta avanti tutto. Spiegate voi la differenza, dov’è? Il genio femminile: è questo il genio femminile».[21]

Conclusione

Il pontificato di Leone VI, breve e quasi inghiottito dalle contese del suo tempo, sembra un fiotto di luce che attraversa una storia segnata da ferro e violenza. Eppure, proprio questa fragilità rivela ciò che davvero sostiene la Chiesa nel tempo: non la durata dei pontificati, non le alleanze dei potenti, ma la fedeltà del Signore.

Il secolo X, definito “di ferro”, ci ricorda che nessuna oscurità ha mai potuto cancellare il filo d’oro della Grazia. Là dove gli esseri umani, donne e uomini, costruiscono su fragili equilibri, Dio continua a tessere futuro. E così, anche nella sorte nascosta di Leone VI, la Chiesa può leggere un’umile conferma della promessa di Cristo: che il Vangelo non è consegnato alla forza dei secoli, ma alla tenacia della sua luce, che le tenebre non hanno potuto né potranno mai vincere (cf. Is 9,1-2).


[1] Discorso del Santo Padre Leone XIV alla Pontificia Università Lateranense per l’inaugurazione dell’Anno Accademico, 14.11.2025: https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2025/11/14/0867/01553.html [19.11.2025].

[2] http://www.historia.va/content/scienzestoriche/it.html [17.9.2025]. Il Comitato ha organizzato due sessioni nel Convegno internazionale su Nicea nel contesto giubilare del 4-7- giugno 2025, per il quale è intervenuto con un proprio discoro papa Leone XIV, il quale ha richiamato la rilevanza della fede di Nicea: concilio ecumenico che ha indicato quale sia il cammino sinodale per la Chiesa, da seguire nella gestione delle questioni teologiche e canoniche a livello universale e, in particolare, ha posto la questione della data della Pasqua: «Sono state proposte diverse soluzioni che consentirebbero ai cristiani, rispettando il principio di Nicea, di celebrare insieme la “Festa delle Feste”» (Discorso del santo padre Leone XIV ai partecipanti al Simposio “Nicea e la Chiesa del terzo millennio: verso l’unità cattolica-ortodossa, tenutosi presso l’Università Pontificia San Tommaso d’Aquino (4-7 giugno 2025), Sala Clementina, Sabato, 7 giugno 2025): http://www.historia.va/content/dam/scienzestoriche/documenti/pdf/20250607-simposio-nicea.pdf [17.9.2025].

[3] Leone XIII e gli studi storici. Atti del Convegno Internazionale Commemorativo (Città del Vaticano, 30-31 ottobre 2003), a cura di Cosimo Semeraro, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2004.

[4] Etsi nos. Lettera enciclica di sua Santità Leone XIII (15 febbraio 1882): https://www.vatican.va/content/leo-xiii/it/encyclicals/documents/hf_l-xiii_enc_15021882_etsi-nos.html [17.9.2025].

[5] Leone XIII e la storia. Risposta a Ruggero Bonghi d’un prelato romano, Tipografia A. Befani, Roma 1883.

[6] Cf. E. Colonna, Figure femminili in Liutprando di Cremona, “Quaderni Medievali” 14 (1982), pp. 29-60; tra l’altro, si ricorda – a p. 29, n. 1 – che la definizione del secolo X come saeculum ferreum era già stata usata da Hucbaldo di Sant’Amando.

[7] Vatican news: Tor Vergata 2025, il Papa e la lezione di “bellezza” dei giovani del mondohttps://www.vaticannews.va/it/papa/news/2025-08/papa-leone-xiv-veglia-tor-vergata-accoglienza-giovani-giubileo.html [17.9.2025].

[8] Henri Pirenne, Introduzione, a Le mouvement économique et social (tr. it. di M. Grasso, Storia economica e sociale del Medioevo, Garzanti, Milano 1997, pp. 33-44).

[9] PL 132, coll. 813-814, che riporta la notizia della lettera Ad episcopos Dalmatiae, dell’anno 928.

[10] Storia di Pombia antica e del suo territorio; date e avvenimenti dalla preistoria all’epoca feudale, a cura di Claudio Silvestri, Tipolitografia TLS, Comignago 2015.

[11][11] Il Chronicon pontificum et imperatorum di Martino Polono († 1297, attraverso la ri-sistematizzazione di cronache universali in uno schema perfettamente ordinato e di facile consultazione, compendia oltre dodici secoli di storia imperiale e papale in appena 27 fogli a struttura tabulare. In particolare a Firenze, che nel Duecento viveva la sua massima ascesa e estendeva il proprio predominio territoriale, economico e commerciale in tutta la Toscana, esercitando enorme influenza soprattutto perché dava lustro alle memorie cittadine a partire dalle grandi storie universali. Secondo questa cronaca, che raccoglie anche leggende, sarebbe stata una donna, nata a Magonza e istruita ad Atene, trasferitasi a Roma in abiti, a guadagnare tanta influenza e consensi da essere eletta papa addirittura all’unanimità. Questa vicenda fantasiosa fu ripresa dagli umanisti, anzi Jan Hus, nel Concilio di Costanza, la sfruttò senza che nessuno ponesse obiezioni. Il caso sarà definitivamente smentito da parte di un protestante francese, David Blondel († 1655) che nei suoi trattati (Amsterdam, 1647 e 1657), dichiarò la vicenda una pura leggenda, dovuta probabilmente al fatto che, nel corso del X secolo, il papato era stato dominato da fazioni agitate da figure femminili.

[12] Slavko Kovačé, Il contesto storico, civile ed ecclesiastico di Spalato al tempo di Maruliċ, “Colloquia Maruliana” IX (2000), pp. 21-32, qui p. 23.

[13] Renzo U. Montini, Il sepolcreto papale del Laterano, “Studi Romani” I/2 (marzo-aprile 1953), pp. 127-128.

[14] https://www.vatican.va/content/vatican/it/holy-father/leone-vi.html [16.9.2025].

[15] Cf. Domenico Promis, Monete dei romani pontefici avanti il mille, Stamperia Reale, Torino 1858.

[16] Armando Bisanti, Liutprando da Cremona nel quadro della letteratura in Italia nel X secolo, in «Subasio» 15,3 (2007), pp. 19-25.

[17] Armando Bisanti. L’Antapodosis di Liutprando di Cremona. A proposito di una recente edizione, “Mediaeval Sophia” 5 (gennaio-giugno 2009), pp. 119-140, qui p. 123.

[18] Cf. Giovanni Di Capua, Marozia. La pornocrazia pontificia intorno all’anno Mille, Valentano, Scipioni, 2013.

[19] https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2023-01/processo-vaticano-quarantaquattresima-udienza-13-gennaio-2022.html [16.9.2025].

[20] Cf. Claudio Fracassi, Marozia e le altre: Verità, bugie e misteri sulle donne del Medioevo, Mursia, Milano 2025. Marozia, osserva l’autore da altra angolazione prospettica, riuscì a guidare, da Roma, l’intera Italia nel tempestoso saeculum obscurum del Medioevo; conquistò il prestigio per nominare cinque pontefici; cercò di stabilire rapporti con la lontana Bisanzio. Eppure, osserva Fracassi, nei racconti di una storia manipolata e fantasiosa, ella fu accompagnata nei secoli da una sola pettegola definizione.

[21] Discorso del santo padre Francesco ai partecipanti all’incontro promosso dal Centro femminile italiano . Sala Clementina giovedì, 24 marzo 2022: https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2022/march/documents/20220324-centro-femminile-italiano.pdf [16.9.2025].

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