Gesù è, o non è, il Cristo? Dove Mancuso “inciampa”

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Settimana News ha già ospitato lo scorso 1° dicembre 2025 una lucida e puntuale reazione al bestseller di Vito Mancuso Gesù e Cristo (Garzanti 2025) a firma di Andrea Grillo. Nella scia di quelle osservazioni di taglio contenutistico, il presente contributo del teologo Marco Vergottini (il cui titolo proposto dall’autore è «Gesù è, o non è, il Cristo. Una scelta di affidamento e di libertà») si premura di affrontare il testo con un registro più formale e metodologico.

Una cosa va detta in apertura: Vito Mancuso è un «drago» nel formulare i titoli. Sa dare ai suoi libri nomi che sembrano sentenze definitive e un po’ spavalde (Io e Dio), formule magnetiche (Il principio passione), prescrizioni esistenziali (Questa vita, Non ti manchi mai la gioia). Anche Gesù e Cristo (Garzanti, 2025) rientra perfettamente nella categoria: nel binomio è come se la copertina dicesse: «Qui troverai la soluzione».

In quest’ultimo bestseller, il celebre studioso dichiara di voler disinnescare un riflesso apologetico: l’idea che dal «Gesù storico», passando per la risurrezione, si possa pervenire quasi logicamente al «Cristo del dogma».

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L’intento è comprensibile: quando la fede si traveste da dimostrazione, perde il suo significato e rischia di trasformare la Pasqua in un anello di catena causale, come se l’evento decisivo del cristianesimo fosse certificabile con gli strumenti della verifica sperimentale. La risurrezione – vale la pena di riaffermarlo – non è un fatto «ripetibile», né un reperto da laboratorio. È un evento che accade nella storia e insieme la eccede: lascia delle tracce (testimonianze, trasformazioni, nascita di comunità), ma richiede interpretazione e libertà.

Proprio qui però il libro inciampa, perché alla critica dell’automatismo «pro-fede» pare sostituirsi un automatismo rovesciato. Per evitare che il Cristo della Chiesa venga «dedotto» dalla storia, Mancuso finisce per far valere un criterio selettivo sul Gesù storico e, su questa base, suggerire una frattura strutturale tra Gesù e Cristo.

La distinzione – legittima e necessaria – tra storia e fede si trasforma così in contrapposizione: non più due registri che dialogano senza confondersi, ma due figure e, di fatto, due religioni. Per contestare un’apologia dogmatica, l’autore produce una contro-apologia (dogmatica!) uguale e contraria: con la pretesa di concludere con necessità ciò che resta, per sua natura, realtà logica e condivisibile.

Occorre invece difendere – tanto per i cosiddetti «credenti», quanto per gli stessi «non-credenti» – lo spazio vero della fede, che non è né irrazionalità, né deduzione. Il credente non può «provare» la divinità di Cristo come un teorema: riconosce, nella testimonianza pasquale, un «di più» che non contraddice la ragione, ma non è deducibile da essa. Simmetricamente, chi non crede non può appellarsi a una ragione autosufficiente e apodittica capace di dimostrare l’impossibilità della risurrezione: può sospendere l’assenso, proporre letture alternative, giudicare insufficienti gli indizi; ma non trasformare tale sospensione in una sentenza scientifica.

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La fede cristiana nel Crocifisso-Risorto viene ricondotta da Mancuso a etica ispirata e simbolo comunitario; mentre la confessione cristologica finisce per essere liquidata come sovrastruttura ecclesiale. È qui che la proposta perde equilibrio: più che liberare la fede dall’apologetica, finisce per sostituire alla fede un criterio previo, e alla libertà del credere/non credere un verdetto sul «vero» Gesù contrapposto al Cristo confessato.

Ecco allora l’ambiguità del libro in questione: quando, per criticare l’apologia cattolica, si pretende di dimostrare che il Gesù della storia non può essere il Cristo della fede (o che il Cristo della tradizione ecclesiale è una costruzione che tradisce Gesù), si produce un altro tipo di dogmatismo. È vero soltanto ciò che «io» posso e voglio capire!

Colpisce poi gli «addetti ai lavori» che, dopo oltre 700 pagine e una bibliografia sterminata, Mancuso non citi alcuni nomi-chiave del semi-razionalismo teologico ottocentesco di area tedesca: Georg Hermes, Anton Günther, Jakob Frohschammer. Si tratta di una semplice svista, oppure di un’omissione significativa (vero lapsus freudiano!) – quasi a evitare una genealogia troppo vicina alle stesse tensioni tra ragione e fede che il libro riattiva?

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Un’ultima obiezione, doverosa. In un post attribuito a Vito Mancuso su Facebook, si vorrebbe mettere in evidenza una presunta «incongruenza» del cardinale Carlo Maria Martini, ricavandola da una pagina di Conversazioni notturne a Gerusalemme, ove l’anziano presule confessa la sua fatica (teologico-spirituale) nel comprendere fino in fondo il senso del sacrificio del Figlio e, insieme, il nostro dover morire dopo essere stati «salvati» dalla sua Croce.

Ma questo uso del testo da parte di Mancuso è metodologicamente scorretto. Non si isola una frase da un testo e non la si può mettere sotto il microscopio come se ciò bastasse a definire l’intentio auctoris e operis. Prima regola ermeneutica: il frammento si interpreta a partire dal tutto, la singola tessera dev’essere collocata e letta dentro l’intero mosaico. E il «tutto» di Martini è un continente: centinaia di libri, migliaia di interventi, una traiettoria spirituale e teologica coerente, attraversata da domande vere, non da contraddizioni opportunistiche.

Perciò, caro Vito, te lo dico con franchezza e anche con amicizia: non trasformare la sincerità di un gigante della fede in un capo d’accusa. Le sue domande non sono falle: sono profondità mistica. E allora, ti scongiuro: «Giù le mani dal cardinale Martini!».

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6 Commenti

  1. Fabio Cittadini 13 gennaio 2026
    • Angela 13 gennaio 2026
  2. Non credente 13 gennaio 2026
    • 68ina felice 13 gennaio 2026
  3. Marco Vergottini 11 gennaio 2026
    • Angela 13 gennaio 2026

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