
La pubblicazione de Il Nuovo Testamento. Traduzione letteraria ecumenica, avvenuta circa un anno fa, è un caso molto interessante. Ma lo è, purtroppo, per quanto poco di essa si parla. Fatti salvi i notiziari editoriali, fatti salvi alcuni incontri o articoli di presentazione, l’eco nel mondo culturale italiano è stato pressoché nullo.
Ciò colpisce soprattutto coloro che hanno l’età sufficiente per fare il confronto con il precedente più simile: la pubblicazione di Parola del Signore. Il Nuovo Testamento. Traduzione interconfessionale in lingua corrente. Quel volumetto con una copertina minimalista vagamente pop (poi ristampato in molti altri modi) nel 1976 riempì non soltanto le librerie, ma anche le parrocchie, i centri teologici, le discussioni, a volte le celebrazioni, forse i cuori. Come mai a distanza di mezzo secolo la ricezione è così abissalmente mutata?
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Un motivo mi pare evidente, e tuttavia di difficile valutazione. Nel 1976 l’aggettivo «ecumenico» faceva risuonare corde delicate, veniva collocato in uno dei punti nevralgici dell’autocomprensione e della testimonianza cristiana. Come può credibilmente presentarsi nel mondo un cristianesimo diviso?
Una decina d’anni prima (un soffio, nei tempi della storia) il Concilio Vaticano II aveva posto nell’agenda cattolica il «ristabilimento dell’unità fra tutti i cristiani», antiche condanne erano state archiviate o almeno messe tra parentesi. Chi aveva una certa età forse aveva fatto in tempo ad imparare il delizioso n. 887 del Catechismo maggiore di Pio X:
«Se ad un cristiano venisse offerta la Bibbia da un protestante, o da qualche emissario dei protestanti, egli dovrebbe rigettarla con orrore, perché proibita dalla Chiesa; che se l’avesse ricevuta senza badarvi, dovrebbe tosto gettarla alle fiamme, o consegnarla al proprio parroco».
Chi era ragazzo, qualche anno prima, disorientato tra testi appena un po’ vecchi e arcigni e accenti nuovi molto diversi, aveva chiesto: «Mamma, i protestanti vanno in paradiso?» e si era sentito rispondere: «Certo, anche i protestanti vanno in paradiso». Una traduzione «interconfessionale» appariva dunque come una tappa importante, forse decisiva: finalmente c’è un testo comune dal quale partire, un modo per stare insieme anche su questa terra senza aspettare il paradiso.
Ma oggi? Oggi le cose sono estremamente diverse. Sì, il cammino ecumenico è senza dubbio andato avanti. Ma fondamentalmente il problema sembra diventato inesistente per la stragrande maggioranza dei cristiani, almeno in Italia. «Tutte le religioni sono un cammino per arrivare a Dio. Sono come diverse lingue, diversi idiomi, per arrivare lì, ma Dio è Dio per tutti. […] C’è un solo Dio, e noi, le nostre religioni sono lingue, cammini per arrivare a Dio. Qualcuno sikh, qualcuno musulmano, qualcuno indù, qualcuno cristiano, ma sono diversi cammini»: così parlò papa Francesco a Singapore il 13 settembre 2024.
Ma se è così (e certamente l’opinione comune pensa che è così), dove mai è il problema se in una di queste lingue ci sono differenti dialetti? Certo, questi dialetti talvolta possono veicolare incomprensioni, giudizi e pregiudizi: ma questi non esistono forse altrettanto, anzi più!, all’interno di ogni singolo dialetto? La mia impressione è insomma che una traduzione ecumenica appaia alla maggioranza dei cristiani (tanto più dei non cristiani) come un’ottima soluzione a un problema inesistente, e per questo nessuno corra a comprarla.
Motivo di difficile valutazione, dicevo: perché qualcuno potrebbe obiettare che non percepire più le divisioni tra i cristiani come un problema sia esso stesso un problema. Ma questo è un tema che non apriamo qui.
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Un secondo motivo della scarsa eco della nuova traduzione letteraria ecumenica mi pare anche ben chiaro.
Nel 1976 si era in Italia nel pieno dell’interesse per la Bibbia nel mondo cattolico. Quest’interesse non era certo nato con il Concilio Vaticano II: l’ammirevole «Bibbia da mille lire» delle Edizioni Paoline, entrata in innumerevoli case, era stata pubblicata all’aurora del Concilio, e prima di essa diverse altre edizioni popolari avevano avuto significativa diffusione. Però, certamente, il Concilio aveva sostenuto e rilanciato questa sensibilità. In quel romantico ritorno alle origini che quasi ogni riforma sogna, il ritorno alla Bibbia appariva come il più importante e decisivo: certo arduo, ma necessario.
Due anni prima della Traduzione interconfessionale in lingua corrente, le Edizioni Dehoniane avevano pubblicato la versione italiana della Bibbia di Gerusalemme, che con le sue ampie introduzioni, ricche note e ragionevoli dimensioni aveva compiuto il miracolo di concentrare in un decimetro cubo il testo della Bibbia e un essenziale corso biblico, allineato agli standard scientifici di quegli anni (non senza le sue idiosincrasie: per esempio un’incredibilmente complicata soluzione al problema sinottico).
La Traduzione interconfessionale in lingua corrente (la TILC, come tutti impararono a dire) apparve compiere un passo decisivo in più, ponendo le parole della Bibbia nel contesto del mondo di oggi, rendendole «comprensibili» così come esse lo erano ai destinatari dell’epoca. Il criterio ingenuo di una traduzione letterale e in una lingua artificiale veniva abbandonato a favore di una traduzione vivace nella lingua che veramente le persone usano. Questo passo si inseriva bene in quella corrente di pensiero che aveva promosso una nuova comprensione del cristianesimo in un mondo secolarizzato, mondanizzato, non più religioso: ora anche una lingua mondanizzata poteva, togliendo un filtro sacrale, rendere più nitida la novità del Vangelo.
Certo, anche da questo punto di vista la TILC non era una novità assoluta: quattro anni prima, nel 1972, le Edizioni Elle Di Ci avevano pubblicato Il Nuovo Testamento per uomini del nostro tempo, che non solo era «in lingua corrente», non solo era a suo modo ecumenica (gli autori erano protestanti, l’editore cattolico), ma compiva pure il tentativo inedito di offrire un commento continuo sotto forma di titoli attualizzanti alle varie sezioni e di numerosissime fotografie contemporanee; ma si trattava della traduzione di un’opera tedesca (del 1964-1965), e questo forse bastava a limitarne l’attrattiva. La TILC era davvero una cosa nuova!
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Nel mondo cattolico l’entusiasmo per la Bibbia oggi pare largamente esaurito ed è facile prendere atto del fatto che la Bibbia è rimasta un libro sconosciuto. Forse, anzi, sempre più sconosciuto, giacché un tempo almeno alcuni suoi elementi narrativi, pure limitati e di seconda mano, facevano parte dell’immaginario comune e della cultura generale. Oggi, come spesso si ripete, non si può dar più per ovvio che un ragazzo, vedendo un quadro che rappresenta una scena orientale con donna e un bambino su un asinello e accanto un uomo, lo sappia identificare a colpo d’occhio come una «fuga in Egitto».
Perché questo disamoramento? Anche qui, sicuramente più cause. Sicuramente ha giocato un ruolo la delusione dell’attesa (ingenua) di una palingenesi del cristianesimo nel mondo secolarizzato attraverso il ritorno alla Bibbia. Un peso presumibilmente è stato svolto anche dalla difficoltà di colmare la distanza tra un metodo storico-critico sempre più critico e un uso tradizionale inevitabilmente pre-critico, una distanza che non è stata colmata dalla breve esplosione, culminata attorno all’anno 2000, dell’idea di lectio divina, con la quale si sperava di temperare con un abbigliamento orante ed esistenziale l’aspetto potenzialmente dissolutore del metodo storico-critico.
Sicuramente ha svolto un ruolo anche il fallimento dell’idea che il nuovo lezionario post-conciliare potesse veicolare e incoraggiare una maggiore conoscenza della Bibbia: un po’ per problemi intrinseci (per esempio l’annoso, anzi tri-annoso problema delle seconde letture del tempo ordinario), un po’ probabilmente per una certa sottovalutazione dello scarto tra uso cultuale e studio sistematico, un po’ per il carattere a tutt’oggi ondivago dell’omelia, la conseguenza è che realisticamente nessun cattolico ha ricevuto dalla partecipazione alla messa festiva la benché minima idea, puta caso, della struttura del Vangelo secondo Matteo o delle idee centrali della Lettera ai Romani, né lo stimolo a studiarle, pur avendo teoricamente toccato entrambe le cose per molte volte nella sua vita (per gli attuali settantenni quasi venti!).
Un piccolo ulteriore contributo negativo è stato svolto dall’abbandono dell’indicazione del Concilio di rendere la biblica Liturgia delle Ore preghiera comune dei cristiani. Infine, colpo di grazia, l’ideale dello studio della Bibbia è entrato in collisione con il dislocamento contemporaneo dell’esperienza religiosa in aspetti sempre più interiori e soggettivi, spesso interpretati come spontanei e anti-intellettuali.
Se riguardo allo scarso interesse al «problema» ecumenico è opportuno sospendere il giudizio, in questo caso valutare è facile: dal punto di vista della forma del cristianesimo contemporaneo è una catastrofe il crollo di interesse per la Bibbia. Il problema ovviamente si pone anche a livello culturale generale (la Bibbia come «codice dell’Occidente», espressione imprecisa e rischiosa ma pur sempre sensata). Ma si pone in un modo speciale all’interno della comunità dei cristiani: perdere interesse per la Bibbia significa accantonare sia una delle fonti essenziali della propria identità storica, sia uno dei richiami più forti alla necessità dell’interpretazione, della compensazione delle sensibilità, del superamento delle distanze.
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Lo studio della Bibbia in quanto totalità è difficile non solo perché coinvolge una miriade di problemi filologici e concettuali, ma anche perché costringe alla fatica dell’interpretazione. Anzi, questa fatica è in buona parte indipendente dalla prima: il primo grande segno del disinteresse per la Bibbia non è che essa non venga studiata, ma che essa non viene letta. Forse non è troppo tardi perché la pubblicazione della Traduzione letteraria ecumenica possa essere sfruttata come un’occasione (culturale, almeno) per ricominciare a leggere la Bibbia?
Ma in che cosa questa traduzione ecumenica si distingue dall’analoga interconfessionale di quasi mezzo secolo fa?
Un primo aspetto risiede nel maggior coinvolgimento: sono diciotto le denominazioni cristiane che vi hanno collaborato (complessivamente cattolici, ortodossi, vetero-cattolici ed evangelici). Un secondo aspetto è più rilevante: si tratta di una traduzione non «in lingua corrente» come la precedente, bensì «letteraria». I curatori sottolineano (giustamente) che le due cose possono coesistere nella loro differenza, eppure è innegabile che l’esperimento della «lingua corrente» del 1976 fu sì un successo, ma non durevole.
L’entusiasmo per la «lingua corrente» diminuì presto, e quando una decina d’anni più tardi, nel 1985, venne pubblicata l’intera Bibbia (con una versione del Nuovo Testamento rivista) l’interesse era già molto ridotto. Anzitutto non giovò il fatto che né la Chiesa cattolica né le Chiese protestanti che avevano collaborato all’impresa avevano fatto uso ufficiale della traduzione: ogni comunità è legittimamente affezionata alle sue parole tradizionali. Un po’ alla volta essa cominciò così ad essere considerata solo una traduzione semplificata utile per i ragazzi (magari da utilizzare nel contesto della «Messa dei fanciulli», pubblicata nel 1977 e poi scivolata in un eterno limbo); ma non venne più giudicata quell’avvicinamento all’uomo contemporaneo che originariamente era stato pensato.
In secondo luogo i nodi della «lingua corrente» vennero al pettine: è davvero sicuro che questo registro linguistico non alteri o limiti il significato? Un aneddoto. Un teologo noto per la finezza nell’interpretazione dei testi biblici si apprestava a commentare il passo della «correzione fraterna» nel Vangelo di Matteo (18,15-18). Uno degli astanti anzitutto lesse il brano, usando la traduzione in lingua corrente; il teologo ascoltò e allibì. La traduzione abituale dell’ultimo versetto era: «se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano» (così la traduzione CEI 1971); la traduzione in lingua corrente era invece: «se poi non ascolterà neppure la comunità, consideralo come un pagano o un estraneo». Contrariato, il teologo spiegò che quella traduzione capovolgeva il senso del brano: «sia per te come un pagano e un pubblicano» significa in realtà «comportati con lui come io, Gesù, mi comporto verso i pagani e i pubblicani», cioè mostrando l’amore incondizionato e illimitato di Dio, che supera ogni barriera etnica e anche morale.
Interpretazione ardita? Forse. Ma sicuramente la traduzione «in lingua corrente», nel suo desiderio di chiarezza, eliminava lo spazio di un’ambiguità preziosa, e sostituiva ad essa il buon senso «corrente». Non certo un progresso!
Ma in terzo luogo, e fondamentalmente, credo che declinò, più o meno consapevolmente, l’idea secondo cui una traduzione ad «equivalenze dinamiche» (così si descriveva lo spirito della nuova traduzione, che seguiva la teoria dal linguista Eugene Nida) fosse comunicativamente superiore a una traduzione basata su «equivalenze formali» (così veniva qualificata la modalità delle traduzioni «letterali»). Certo, ogni traduzione esiste per rendere secondariamente comprensibile un testo primariamente scritto in una lingua diversa. Ma questa comprensibilità secondaria fa a meno, può fare a meno, del trasportare il lettore (o l’ascoltatore, forse meglio) in un mondo nuovo?
Insistere sull’equivalenza dinamica, oltre che presupporre di conoscere (con un pochino di presunzione) quale fosse l’effetto di certe parole sui destinatari originali, non significa presumere anche di poter scorporare troppo facilmente un contenuto che invece è di sua natura intrecciato con una forma? Ogni produzione letteraria non entra per ciò stesso in un ambito di creazione e di incanto artistico, nei riguardi del quale è sempre un poco improprio o rischioso chiedersi che cosa «dica»?
Difficilmente oggi si trova un italiano che usi correntemente il verbo «meriggiare»; ma chi si sognerebbe di sostituire la prima parola di «Meriggiare pallido e assorto» per rendere il verso più facile mantenendone il «significato»? E questo non vale ancor di più per il credente, che certo desidera sì che il testo della Bibbia sia comprensibile, ma non che esso sia «scorrevole»?
Benché (ripeto) i curatori della Traduzione letteraria ecumenica non contestino l’utilità anche di una traduzione «ad equivalenze dinamiche», credo che oggi vi sia maggiore sensibilità per accogliere con favore lo sforzo di traduzioni come questa che intendono andare nella direzione contraria: quella di ricostruire nella lingua di destinazione contemporaneamente una forma e un contenuto, che vengano percepiti dal lettore (o dall’ascoltatore) come qualcosa di diverso, come un mondo nuovo in cui può entrare.
Esistono del resto straordinari esempi di traduzioni bibliche fatte nel Novecento seguendo questi principi: per esempio la traduzione tedesca del 1929 della Bibbia ebraica di Martin Buber e Franz Rosenzweig (ai criteri della quale il secondo dedicò anche un bellissimo saggio); la traduzione francese della Bibbia cristiana del 1977 di André Chouraqui, premiata con la medaglia d’oro dell’Académie française; la traduzione tedesca del Nuovo Testamento di Fridolin Stier, pubblicata postuma nel 1989.
A modo loro sono traduzioni più difficili del normale: ma, appunto, non diventa questa difficoltà anche simbolo di una parola che intenzionalmente vuol essere spesso dura, scandalosa, nuova, controcorrente?
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Vediamo però quali sono in concreto i risultati raggiunti dalla Traduzione letteraria ecumenica.
Anzitutto alcuni aspetti generali. Il testo di base per la traduzione è prevedibilmente l’edizione critica Nestle-Aland (solo i pochi sostenitori della «byzantine priority» avranno da obiettare); a differenza di altre traduzioni, qui sono esattamente segnalate le parti dubbie e il noto problema della finale di Marco è indicato chiaramente.
Alcune note a piè di pagina portano l’attenzione su alcuni casi in cui alcune parole sono state espunte in quanto non attestate nei manoscritti più antichi, oppure una differente traduzione è possibile, o altri pochi in cui una traduzione letterale è stata abbandonata a favore di una più comprensibile.
Abbastanza numerosi i casi in cui le note informano sobriamente su circostanze culturali o religiose indispensabili per la comprensione del testo, o indicano il riferimento delle citazioni o allusioni alla Bibbia ebraica. Un’appendice infine documenta il modo, in genere costante, in cui sono stati tradotti molti termini importanti (ciò tranquillizza assai sul fatto che traduttori e revisori sono stati ben ventitré!).
Insomma: tutto ciò che una traduzione può offrire è offerto, se si vuole una cognizione più precisa del testo le uniche possibilità sono o leggere l’originale greco, o studiare un commentario scientifico. Ma la traduzione è molto diversa rispetto a quelle più conosciute? Sì e no. Per brevità facciamo solo un paio di esempi:
E quel giorno, calata la sera, dice loro: «Passiamo all’altra riva». E, lasciata la folla, lo prendono così com’era sulla barca; e con quella c’erano altre barche. Quand’ecco una grande tempesta di vento. E le onde si rovesciavano sulla barca, al punto che la barca era già piena. E lui a poppa, su un cuscino, dormiva. Allora lo svegliano e gli dicono: «Maestro, non ti importa che periamo?». E, svegliatosi, sgridò il vento e disse al mare: «Taci! Sta’ zitto!». E il vento si placò e ci fu una grande bonaccia. Allora disse loro: «Perché siete pusillanimi? Ancora non avete fede?». Ed erano impauriti, moltissimo, e si dicevano tra loro: «Chi è mai costui a cui obbediscono anche il vento e il mare?» (Marco 4, 35-41).
Il brano appare insolitamente vivace, soprattutto per il linguaggio contratto e l’alternanza tra diversi tempi verbali. Il presente dà l’impressione di trovarsi a partecipare ad una storia insolita, prima tragica e angosciante, poi improvvisamente risolta. Ma questa è esattamente una traduzione «letterale» del testo di Marco! Una maggiore fedeltà alla forma originale sembra in effetti aver portato solo vantaggi (si confrontino CEI 1974, CEI 2008, TILC).
Benedetto il Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo,
il quale ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo,
dato che ci ha eletti in lui prima della fondazione del mondo
per essere santi e senza colpa davanti a lui nell’amore,
predestinandoci all’adozione in lui
mediante Gesù Cristo,
secondo il desiderio della sua volontà,
a lode della gloria della sua grazia
che ci ha donata nel suo amato (Efesini 1,3-6).
Qui le differenze rispetto ad altre traduzioni sono più sottili: la versione più letterale conferisce un tono leggermente più solenne e aulico: ma anche qui, si tratta esattamente del registro del testo originale. Degno di nota è il fatto che viene mantenuto all’inizio il nesso tra la benedizione e l’elezione («dato che ci ha eletti…») piuttosto che rendere il testo più scorrevole spezzando la frase. Nell’ultima frase non viene spiegato chi sia l’«amato»: il lettore deve capirlo, così come nel testo greco. I traduttori rinunciano però a rispecchiare in italiano il fatto che tutto l’inno è costituito da un’unica frase, e lo spezzano dopo il v. 6, 10 e 12: ma nulla a che vedere con la Traduzione interconfessionale in lingua corrente, che lo spezza quindici volte! Anche qui, una maggiore fedeltà sembra essere di giovamento (si confrontino CEI 1974, CEI 2008, TILC.)
Tutti i passi che ho controllato mi hanno condotto a valutazioni simili. In conclusione? A un primo sguardo il risultato complessivo è assai pregevole. Ovviamente chiunque abbia studiato seriamente questo o quel libro del Nuovo Testamento troverà qualche resa che a suo avviso non è la migliore, in qualche caso si possono trovare anche piccole sviste. Ma chi ha prodotto questa nuova traduzione merita solo congratulazioni. Credo che si possa tranquillamente dire che la Traduzione letteraria ecumenica può essere consigliata, a preferenza di altre più diffuse, come eccellente per iniziare una lettura seria (o anche uno studio serio) del Nuovo Testamento.
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Il discorso potrebbe finire qui: se non fosse che l’idea di «lingua corrente» è più complessa di quanto possa essere apparso dalle osservazioni finora fatte, e può riservare sorprese. Molta materia di riflessione è offerta dalla traduzione biblica che nell’età contemporanea inaugurò, perlomeno in maniera dichiarata, la storia delle versioni «in lingua corrente». Ciò avvenne nell’ambito linguistico inglese, dove nel 1936 i vescovi cattolici dell’Inghilterra e del Galles incaricarono don Ronald Knox (pronuncia [’nɔks]) di approntare una nuova traduzione cattolica della Bibbia.
La situazione all’epoca era semplice. C’era la King James Version, la venerabile traduzione anglicana del 1611; c’era (stata) per i cattolici la traduzione detta Douay-Rheims (pronuncia [du:ei’ri:mz], dal nome delle due città francesi in cui venne preparata), terminata nel 1610, pressoché illeggibile essendo un calco della Volgata latina, pieno di latinismi e neologismi; c’era la revisione della Douay-Rheims condotta nel 1752 dal vescovo Richard Challoner, che eliminava i maggiori difetti, in gran parte tramite un avvicinamento alla concorrente e dominante traduzione anglicana.
Un tentativo nel 1857 di affidare una nuova traduzione nientemeno che a John Newman si era arenato, a causa dall’avanzamento del contemporaneo progetto del vescovo americano Francis Patrick Kenrick; ma questi presentava la sua traduzione come una «revisione» della Douay-Rheims e comunque non riuscì a completare l’Antico Testamento. Insomma, l’esigenza di avere una nuova traduzione cattolica inglese è facile da comprendere.
Ma chi era Ronald Knox (quarantottenne all’epoca dell’incarico)? Brillante studioso di lingue classiche, nel 1912 venne ordinato nella Chiesa anglicana. Nel 1917 (influenzato in parte dalla lettura di G.K. Chesterton, all’epoca peraltro ancora anglicano) entrò nella Chiesa cattolica, dove l’anno dopo fu parimenti ordinato. Fu cappellano dell’Università di Oxford, pubblicò stimati testi di argomento teologico, e collateralmente al suo ministero si dedicò con successo anche alla scrittura di romanzi gialli. Nel 1936 aveva pubblicato più di una ventina di libri, apprezzati anche per lo stile elegante. A chi meglio di lui poteva essere conferito l’impegnativo incarico di accingersi ad una nuova traduzione della Bibbia?
Knox lo accettò e poco dopo si mise al lavoro, individuando però subito un criterio radicalmente nuovo: tradurre in inglese significava sì mantenere lo stesso senso dell’originale, ma ponendosi sempre la domanda: What would an Englishman have said?, «Che cosa avrebbe detto un inglese?». Le traduzioni all’epoca consuete non sono in inglese, argomentava Knox: sono in dialetto ebraico-romano-britannico.
Quando alla fine della sua impresa raccolse in volume unico gli otto interessanti saggi che aveva scritto per spiegare i criteri del suo lavoro, significativamente gli diede il titolo On Englishing the Bible, «Sull’inglesizzazione della Bibbia». Non si tratta solo di parole, ma anche di struttura della frase, di connessioni, di sottolineature. La sua traduzione era quindi literary (curiosamente un aggettivo che, come abbiamo visto, oggi è usato con significato opposto!).
Il carattere ambizioso di questa scelta portò anche a un sacrificio che lasciò perplesso qualche contemporaneo: la poesia venne trasformata in prosa, semplicemente perché una vera «inglesizzazione» della poesia avrebbe portato troppo lontano (il semplice trucco di andare a capo quando l’originale terminava un verso venne scartato come, appunto, un trucco: la poesia inglese non è questo!).
Quanto al registro linguistico, Knox scelse una strada difficile: il testo doveva essere in timeless English, «inglese senza tempo»: in senso letterale ovviamente impossibile, ma possibile se si delimitava il campo: scelse di usare solo parole ed espressioni che fossero accettabili sia a una persona di oggi, sia a una del tempo di Shakespeare. Ciò implicava ovviamente conoscere benissimo Shakespeare e consultare continuamente un dizionario storico della lingua inglese.
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Nel 1945 fu pubblicata la versione del Nuovo Testamento fatta con questi criteri, nel 1949 quella dell’Antico Testamento. Aveva impiegato nove anni della sua vita, accettando suggerimenti da tutti ma lavorando da solo. Tra il 1952 e il 1954 Knox pubblicò quelle che idealmente dovevano essere le note a piè di pagina del Nuovo Testamento (A New Testament Commentary for English Readers): circa 900 pagine! Nel 1954, finalmente, Antico e Nuovo Testamento (senza però le note) vengono riuniti in un volume unico: la Knox Bible era ufficialmente nata.
Come valutare il risultato? Dopo ciò che abbiamo detto prima, potremo aspettarci una semplice curiosità, nata da uno spreco di forze mal indirizzate. Sorpresa: il risultato è straordinario. Sono innumerevoli i casi in cui, dopo aver letto una pagina nella traduzione di Knox, pur se notissima si ha l’impressione di leggerla per la prima volta. Contentiamoci anche qui di qualche esempio, scegliendo solo alcuni incipit dell’Antico Testamento.
God, at the beginning of time, created heaven and earth.
Earth was still an empty waste, and darkness hung over the deep; but already, over its waters, stirred the breath of God.
Then God said, Let there be light; and the light began.
God saw the light, and found it good, and he divided the spheres of light and darkness;
the light he called Day, and the darkness Night. So evening came, and morning, and one day passed.
God said, too, Let a solid vault arise amid the waters, to keep these waters apart from those;
a vault by which God would separate the waters which were beneath it from the waters above it; and so it was done.
This vault God called the Sky. So evening came, and morning, and a second day passed (Genesi 1,1-8).
La traduzione è «fedele», ma il testo è anche indubbiamente in vero inglese, mettendo in luce sfumature che una traduzione letterale lasciano velate. Il beginning of time catapulta il lettore in un abisso di tempo; l’empty waste fa immaginare uno scenario spettrale; il breath of God riesce a far sentire contemporaneamente lo spirito e il vento che soffia; began fa vedere qualcosa che da lì è arrivata fino a noi; le spheres fanno intravedere un mondo che si organizza… Quasi per ogni versetto si potrebbe individuare una scelta linguistica originale, nuova e felice.
Words of the Spokesman, king David’s son, that reigned once at Jerusalem.
A shadow’s shadow, he tells us, a shadow’s shadow; a world of shadows!
How is man the better for all this toiling of his, here under the sun?
Age succeeds age, and the world goes on unaltered.
Sun may rise and sun may set, but ever it goes back and is reborn.
Round to the south it moves, round to the north it turns; the wind, too, though it makes the round of the world, goes back to the beginning of its round at last.
All the rivers flow into the sea, yet never the sea grows full; back to their springs they find their way, and must be flowing still.
Weariness, all weariness; who shall tell the tale? Eye looks on unsatisfied; ear listens, ill content.
Ever that shall be that ever has been, that which has happened once shall happen again;
there can be nothing new, here under the sun. Never man calls a thing new, but it is something already known to the ages that went before us;
only we have no record of older days. So, believe me, the fame of to-morrow’s doings will be forgotten by the men of a later time (Ecclesiaste 1,1-11).
Anche qui si notano scelte di parole e piccole sfumature. La vanitas diventa shadow: e improvvisamente viene trasmesso il senso dell’inconsistenza (forse con qualche eco platonica?); l’affanno viene specificato come toiling, lungo e duro lavoro; «sotto il sole» non è un arbitrario complemento di luogo, ma lo here del lettore; e così via, fino al versetto in cui si è abituati a sentire «Tutte le cose sono in travaglio e nessuno potrebbe spiegarne il motivo. Non si sazia l’occhio di guardare né mai l’orecchio è sazio di udire», e qui si ascolta invece: Weariness, all weariness; who shall tell the tale? Eye looks on unsatisfied; ear listens, ill content, e si ha l’impressione di capirlo per la prima volta.
A kiss from those lips! Wine cannot ravish the senses like that embrace,
nor the fragrance of rare perfumes match it for delight. Thy very name spoken soothes the heart like flow of oil; what wonder the maids should love thee?
Draw me after thee where thou wilt; see, we hasten after thee, by the very fragrance of those perfumes allured! To his own bower the king has brought me; he is our pride and boast, on his embrace, more ravishing than wine, our thoughts shall linger. They love truly that know thy love (Cantico 1,1-3).
L’incipit del Cantico dei cantici è un esempio utile anzitutto per l’uso dei pronomi arcaici di seconda persona (thou ecc.): in un paio di versi si incontrano per sei volte. È questa una delle conseguenze della scelta del timeless English! E tuttavia, dopo averci fatto l’abitudine, non disturbano (come peraltro i brasiliani non sono disturbati dal sentire nella Bibbia il tu che nella lingua colloquiale non usano mai): piuttosto conferiscono una patina di antichità che allontana il lettore dal testo, mentre dall’altra parte il registro così emotivo (geniale l’omissione del verbo nelle prime parole, sostituito dal punto esclamativo!) avvicina il testo come latore di un’esperienza reale, vera, fino a giungere al finale They love truly that know thy love, che è memorabile quasi quanto expertus potest credere quid sit Iesum diligere.
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Il successo della bellissima Bibbia di Knox fu limitato.
Ovviamente fu approvata dalla Chiesa cattolica, nel periodo di transizione del post-concilio fu tra le versioni ammesse nella liturgia, ma ciò dal punto ufficiale fu tutto. Ad essa certamente non giovò il fatto che, essendo stata commissionata negli anni Trenta, si presentava come una traduzione «della Volgata latina, alla luce degli originali ebraico e greco» (nella realtà è più vero il contrario: segue quasi sempre il testo originale, anche per i Salmi, che si allineano all’eccellente e ancor più sfortunata traduzione Bea del 1945).
Questa autopresentazione probabilmente spiega anche il fatto curioso che l’unica riedizione di una versione così rivoluzionaria è stata fatta nel 2021 da un editore specializzato in testi pre-conciliari! Ma rileggere oggi la Knox Bible e rammaricarsi per la sua poca fortuna aiuta probabilmente a convincersi che nelle traduzioni c’è davvero spazio per opzioni differenti: era eccellente nel suo genere essa, come è eccellente nel suo genere la nuova Traduzione letteraria ecumenica.
L’essenziale (a quanto pare) è che ogni traduzione, oltre che essere filologicamente attendibile e fedele, realizzi in qualche modo l’intenzione di far compiere un’esperienza autentica al lettore o all’ascoltatore, riesca a raccontare come presente l’origine della fede cristiana, e compia il piccolo miracolo di far apparire come nuovo anche ciò che si pensava di conoscere, contemporaneamente aggiungendo qualcosa al testo, cioè la passione e la fatica di chi lo ha tradotto. Ciò vale per ogni opera, e vale per la Bibbia. Se questa esperienza tornerà ad essere centrale, forse ci si potrà anche aspettare, come effetto collaterale, che l’ecumenismo sembri di nuovo una causa importante.






Poscritto. Qualche giorno fa sono comparsi questi due articoli:
https://www.theguardian.com/world/2026/jan/10/its-younger-people-seeking-some-sort-of-spirituality-the-rise-of-uk-bible-sales
https://thecatholicherald.com/article/what-record-high-bible-sales-tell-us-about-gen-z
L’argomento è l’impennata nelle vendite della Bibbia nel Regno Unito. La causa viene individuata nella crescita di interesse spirituale nella Generazione Z (cioè gli attuali giovani dai 15 ai 30 anni), che si manifesta pure in un aumento della pratica religiosa. L’autore del secondo di questi articoli indica tre possibili motivi: la Bibbia si sottrae ad una tossica classificazione partitica (non è né di destra né di sinistra); fornisce indicazioni per la vita mantenendo però vivo il senso del mistero; riesce a spiegare perché il mondo è contemporaneamente bello e pieno di fallimenti. Spiegazioni sensate, ma ci sarebbe bisogno di dire qualcosa in più: questi motivi valgono per qualsiasi posto della Terra! Se si volesse capire perché questa impennata di vendite non c’è (per quanto ne so) in Italia, bisognerebbe insomma capire perlomeno in che cosa la Generazione Z italiana è diversa. Forse gioca un ruolo il fatto che si tratta di una generazione ancora in grandissima parte passata per una qualche frequenza cristiana nell’infanzia e che non si aspetta di trovare nella Bibbia qualcosa di nuovo?
Su Limes di qualche mese fa ho letto di una ripresa cattolica tra le nuove generazioni. In una sfumatura più tradizionalista rispetto a quella dei genitori (non solo latino, può essere letta come un fenomeno sovrapponibile al romanticismo in opposizione all’illuminismo? magari pesa anche la paura verso l’avanzata della tecnica):
“Cosa li attira? Ritualità, tradizione, aura di mistero della Chiesa. «C’è qualcosa di così bello e trascendente nei rituali e nella storia antica della messa cattolica che è stato preservato», spiega una neoconvertita newyorkese, «comunica un grado di reverenza che non trovo nell’approccio più liberal e lassista delle Chiese non confessionali» 7. Poi la crisi del protestantesimo, cui i cattolici oppongono senso di comunità e perdono, peraltro assente nella variante odierna del puritanesimo, il wokismo 8. Molti apprezzano un ambiente più accogliente per la mascolinità 9 – equivalente dei safe spaces nei campus? Tutto sembra puntare alla crisi di senso della vita in America. Specie per giovani schiacciati da aspettative, autocensura e solitudine, in particolare dal Covid. Riflesso e causa della crisi d’identità nazionale.”
https://www.limesonline.com/rivista/trump-vance-papa-leone-xiv-la-nuova-chiesa-di-vance-ordo-amoris-19422705/
Credo di aver letto da altre parti del puritanesimo woke. Il cattolicesimo è più morbido, meno suscettibile ai bruschi cambi di umore del pubblico. Magari spiega perchè il mondo anglosassone se ne senta attratto.
Peccato non vedere considerato quel gioiello che è «La Bible» diretta da Frédéric Boyer, edita da Bayard-Mediaspaul-Évangile et Vie, 2001
Sì, è degna di grande attenzione la *nouvelle traduction* a cura di Frédéric Boyer (chiamata in Francia *Bible des écrivains*, «Bibbia degli scrittori»). In un certo senso essa è accostabile alla traduzione inglese di Knox, ma ancor più di questa è attenta all’aspetto letterario e artistico della Bibbia. E, mentre Knox sosteneva che una buona traduzione della Bibbia può esser fatta solo da un’unica persona (al massimo, aggiungeva, con qualcuno che aiuti nell’interpretazione dell’Antico Testamento), qui è stata scelta la strada opposta di affidare quasi ogni libro della Bibbia a mani diverse, per far risaltare la differenza di tono e di stile. Più esattamente, ogni libro è affidato alla collaborazione tra un letterato e un esegeta, e complessivamente sono 47 le persone coinvolte. Agli esegeti sono anche affidate introduzioni e note (tutte raccolte alla fine, evidentemente per lasciare il testo assolutamente nudo: perfino i numeri dei capitoli e dei versetti, con un *tour de force* tipografico, sono posti a margine per non mescolarsi col testo), e alla fine si trova anche un glossario che di fatto è un piccolo dizionario di teologia biblica. La qualità della traduzione? In genere straordinaria. Trascrivo solo i primi versetti della Genesi:
Premiers
Dieu crée ciel et terre
terre vide solitude
noir au-dessu des fond
souffle de dieu
mouvements au-dessus des eaux
Dieu dit Lumière
et lumière il y a
Dieu voit la lumière
comme c’est bon
Dieu sépare la lumière et le noir
Dieu appelle la lumière jour et nuit le noir
Soir et matin
un jour
Certamente da consigliare anch’essa! Alcuni estratti sono leggibili all’indirizzo https://web.archive.org/web/20120614080940/http://www.biblebayard.com/biblebayard/extraits.htm (Probabilmente, il fatto che si tratta di un volume di quasi 3200 pagine e più di 2 kg non incoraggia molto l’acquisto; un’edizione più maneggevole sembra essere fuori commercio.)
Sarebbe molto istruttivo uno studio complessivo sulle traduzioni bibliche fatte dagli scrittori. In Italia abbiamo almeno i casi celebri di Erri De Luca (che ha tradotto Esodo, Giona, Kohèlet, Rut) e Guido Ceronetti (che ha tradotto i Salmi, Qohelet, Giobbe, Cantico dei cantici, Isaia), David Maria Turoldo (che ha tradotto più volte i Salmi).
https://edb.it/libro/9788810978054-bibbia-queer
https://www.queriniana.it/libro/il-nuovo-testamento-letto-dagli-ebrei-4490
Sono interessanti progetti come questi, il primo più militante del secondo e più commentario che traduzione, ma sicuramente interessanti.
Io ho letto i libri di un filologo che ha tradotto davvero la bibbia, cioè ne ha portato alla luce il vero significato. Non ho mai creduto all’ispirazione divina perché non esiste alcun dio, la bibbia è un’opera umana come tante altre di cui si è fatto spesso anche un uso pericoloso. Se si lasciassero da parte bibbia e compagnia e si cominciasse a dialogare davvero con le persone, a prescindere dalle varie credenze religiose e senza la pretesa di avere la verità in tasca, si farebbe un gran bene all’ umanità e al mondo a cui le religioni hanno assai spesso arrecato gravi danni.
Non sono d’accordo.
Si può anche essere conviti di avere ragione senza per questo voler per forza voler imporre agi altri le proprie credenze.
Quanto alla pericolosità delle religioni Lei ha ragione, storicamente le cose non sono andate sempre molto bene anzi, spesso sono andate molto male.
Bisognerebbe aggiungere, a rigor di logica, che anche le irreligiosità non si sono dimostrate molto tolleranti.
Vogliamo parlare del terrore giacobino? Del comunismo assassino? Del Nazismo?
Perciò non esiste nessuna superiorità morale nell’ateismo.
Questo è un dato storico acquisito.
Facciamo una bella cosa: ognuno rimane delle proprie idee e non per questo non si può essere amici.
Tutte le religioni sono un cammino per arrivare a Dio. Sono come diverse lingue, diversi idiomi, per arrivare lì, ma Dio è Dio per tutti. […] C’è un solo Dio, e noi, le nostre religioni sono lingue, cammini per arrivare a Dio. Qualcuno sikh, qualcuno musulmano, qualcuno indù, qualcuno cristiano, ma sono diversi cammini.
Perciò perché dovremmo interessarci alla Sacra Bibbia più che al corano, ai veda o ai quattro pilastri della saggezza?
Il mondo culturale non si accorge di una nuova traduzione della Bibbia?
Perché meravigliarsi: ormai il cristianesimo è ininfluente, inutile e autoreferenziale.
L’ecumenismo poi è un dialogo fra moribondi: cattolici, anglicani, luterani, battisti tutti messi uno peggio dell’altro.
Una nuova Bibbia ecumenica non interessa a nessuno perché nessuno è interessato alla Bibbia.
Articolo interessante, anche se molto lungo. Una nota: l’autore dimentica un esperimento molto interessante. Quello di diversi anni fa di Silvia Giacomoni con la ritraduzione-attualizzazione dell’Antico Testamento (Salani Editore). Un’operazione davvero innovativa, rimasta senza seguito. Poi per il resto delle considerazioni, mi sembra che la responsabilità di aver dimenticato la Bibbia è dei teologi e dei biblisti che hanno lasciato questo spazio ad altri (eccezioni: Gianfranco Ravasi e Vincenzo Paglia). Lo dimostra il successo editoriale esagerato del noto editorialista del Corriere della Sera quando scrive di Bibbia e della trasposizione di Benigni che è diventata un libro (quanto accurata la sua ricostruzione di Pietro?…). Aggiungo una responsabilità degli Editori, come nel caso da cui si è partiti con la nuova traduzione. Un Editore che pubblica un libro innovativo e lo lascia così, senza accompagnamento adeguato nel senso di presentazioni e dibattiti. Non va bene.
Effettivamente non conoscevo la ritraduzione di Silvia Giacomoni: grazie per avermela segnalata!
Riguardo al ruolo della teologia, sono d’accordo che c’è una certa responsabilità. Un esempio: negli anni 70 e 80 la teologia della liberazione ha svolto un ruolo importante, e chi si sintonizzava con quella teologia era immediatamente rimandato all’Esodo, alla maggior parte dei profeti, ai vangeli sinottici, alla lettera ai Galati, alla lettera di Giacomo. Insomma, a gran parte della Bibbia. Nel 1972 (quindi contemporaneamente alla *Teologia della liberazione* di Gustavo Gutiérrez!) venne pubblicata la *Biblia Latinoamérica* che metteva in opera questa sensibilità nella traduzione, nelle introduzioni, nei commenti, nelle appendici, nelle fotografie illustrative e perfino nella composizione tipografica. Qualsiasi cosa si pensi della teologia della liberazione, indubbiamente era un’edizione che ispirava un enorme desiderio di leggerla! Se penso ad alcune delle correnti teologiche oggi più visibili (post-teismo, trans-teismo, deep incarnation, oltre-cristianesimo mistico ecc.) indubbiamente il loro rapporto con la Bibbia è invece più ridotto o indiretto. Ciò non è facilissimo da valutare, perché a volte questa presa di distanza è intenzionale e dichiarata, ma la conseguenza inevitabile è che la Bibbia appaia un po’ fuori moda pure all’interno della teologia cristiana.