Crispino Valenziano: congedo

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valenziano

Per molti anni, i miei primi di insegnamento e i suoi ultimi a Sant’Anselmo, ho avuto la fortuna di avere la mia camera vicina alla sua, nella “Appendice”: lui aveva la 5 e io la 7. Molte volte ci incontravamo nelle pause di lavoro, spesso nella sala insegnanti accanto al refettorio, dove lui sfogliava volentieri l’Osservatore Romano.

Alcune volte abbiamo mangiato uno di fronte all’altro e le parole che ho sentito da lui, della sua esperienza di studio a Parigi  e Strasburgo – ma anche sul vero gusto del tonno, in Sicilia – restano indimenticabili. Raccontava di aver vissuto da studente nella stessa casa di De Lubac, e di aver frequentato le lezioni di Nedoncelle e di Levi-Strauss… e per questo diceva: ho sentito tutto il meglio, che cosa posso aggiungere oggi?

Questa grande esperienza, sia di discorsi teologici, sia di discorsi culturali, lo rendeva un uomo dalla parola sapiente, difficile da catalogare. Era fuori serie, nel pensiero come nella espressione. Le sue frasi, sia quelle colloquiali, sia quelle accademiche, avevano una tornitura tutta particolare, che la parola scritta non valorizzava allo stesso modo della parola detta.

La oralità di Crispino era solenne, maestosa e curiosa, di fine elaborazione retorica, con tonalità altamente differenziata e con una filigrana di significati primi, secondi e terzi che corrispondeva ai testi che citava. Maestro di citazioni, che scovava nella tradizione in modo singolare, con acribia e gusto del testo raro, nella fuga da ogni luogo comune troppo frequentato.

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Accanto alla lezione accademica, o alla conferenza a Convegni, il suo eloquio sapiente si manifestava in modo travolgente nella analisi delle opere d’arte: affreschi, mosaici, sculture, architetture, serie di immagini, progetti iconografici venivano riportati alle fonti, alle discussioni teologiche, alle intenzioni artistiche, ai dibattiti estetici, ma con una vivacità e una intelligenza davvero impressionante.

Ricordo di aver assistito, in un caso, alla sua monumentale illustrazione dell’affresco di Raffaello, nelle stanze vaticane, spesso intitolato “Disputa del Sacramento”.

Il suo sguardo attento mostrava le contraddizioni di letture troppo comuni, che non coglievano il fenomeno del dipinto, così come si presentava: per comprenderlo occorreva, allo stesso tempo, acuto occhio artistico e fine orecchio teologico, cosa che è difficile trovare nella stessa persona.

Così appariva, d’un tratto, la evidenza di un affresco sconosciuto e facilmente ricondotto dal senso comune a un significato forzato e proiettato, che non corrispondeva a ciò che l’occhio vede, che la mente riflette e che il pensiero ricostruisce.

Quella volta, davanti al capolavoro di Raffaello e al problema di inquadrarne accuratamente il significato, mi era apparsa a tutto tondo la forza di una ostinata volontà che Crispino esercitava, direi con tutto il  corpo, nel porsi al servizio della tradizione, sfuggendo a quei meccanismi di omologazione e di generalizzazione di cui la tradizione stessa è spesso vittima prediletta.

Lasciare alla tradizione la sua dinamica costitutiva, la sua vocazione “arcaico-generativa” come lui diceva, era la grande fatica dello studio, che Crispino applicava ad ogni oggetto di studio, grande o piccolo che fosse: un grande affresco o il Presepe, la Via crucis o la iconografia della penitenza, le grandi feste dell’anno liturgico o un semplice gesto rituale, un titolo mariano o un indumento sacro, il concetto di “homo liturgicus” o la posizione dell’altare.

Ogni tema era guardato in modo integrale, in tutta la tradizione accessibile, verbale e non verbale, con un pensiero che si potrebbe definire onnilaterale.

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Una lode della “onnilateralità” di Crispino può essere utile oggi, nel grande passaggio che viviamo e di cui lui era pienamente consapevole.

L’ultima volta che ho ascoltato la sua parola, in una occasione ufficiale, è stato nel 2021, durante un incontro on-line organizzato dal Marianum per il primo anniversario della morte di p. Silvano Maggiani. Questa associazione nella memoria, tra Crispino e Silvano, in questo giorno in cui diamo l’estremo saluto a Crispino, mi pare una vera profezia.

Le loro voci, che lungo i 60 anni del postconcilio, hanno avuto un valore di orientamento decisivo, devono continuare a parlare nei loro successori. Quello che fu il titolo con cui Crispino parlò di Silvano allora, “Allievo, collega, amico, fratello” vale oggi per noi, che restiamo.

Tener fede alla parola audace e forte di cui Crispino e Silvano sono stati interpreti, con vasta comunanza di interessi e di sensibilità, ci rende saldi nel nostro lavoro. Con alle spalle così grandi maestri, tanto generosi di mappe, di indicazioni, di consigli e di raccomandazioni, non sarà troppo facile correre il rischio di sbagliare strada.

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