
Diverse fonti informative hanno annunciato, il 23-24 gennaio, il ritrovamento dei resti mortali del prete guerrigliero Camilo Torres Restrepo, ucciso il 15 febbraio 1966 «nel corso di uno scontro con i guerriglieri. Una unità della quinta brigata ha ucciso cinque uomini armati. Uno dei cadaveri è stato identificato come quello di Camilo Torres Restrepo» (comunicato del ministro della Guerra).
Né il Governo di allora né l’esercito hanno rivelato dove fosse stato sepolto per paura che diventasse un luogo di pellegrinaggio e di memoria sovversiva. Il ritrovamento annunciato da alcuni media, fatto proprio dall’Esercito di liberazione nazionale (ELN), forma paramilitare erede dei guerriglieri del tempo, e in qualche maniera confermato dal governo di centro-sinistra di Gustavo Pedro, non ha ancora conferma certa.
L’Unità di ricerca delle persone scomparse (UBPD) attende la verifica dall’Istituto di medicina legale che non ha finora esaminato i resti.
Pericoloso anche da morto
La notizia ha attraversato il paese e la memoria di questi decenni di conflitti armati e ha visto la convergenza del Governo (la salma sarà sepolta «con tutti gli onori», G. Pedro) e dell’ELN che auspicano la collocazione dei resti mortali del prete nel campus dell’Università nazionale di Bogotà, luogo dove la sua leadership si è esercitata in pienezza.
Le ricerche dell’UBPD sono state avviate nel 2019 e, negli ultimi anni, la verifica sulle fonti, i documenti, le testimonianze e le tecniche geomatiche hanno permesso di arrivare ai poveri resti a Santander.
Dal punto di vista dell’ELN, il ritrovamento rinnova l’immagine del gruppo e conferma il riferimento ideale e valoriale legato alla figura del prete ucciso: «Il popolo colombiano, per il quale ha combattuto e sacrificato la sua vita, spera che i suoi resti siano rispettati e sepolti nel campus dell’università nazionale».
L’ELN è uno della ventina di gruppi armati attivi nelle periferie del paese, per gran parte legati al narcotraffico, e condivide con le Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia) una qualche memoria della rivoluzione politica cubana. Ha 2.500 combattenti e si è, finora, rifiutato al dialogo di concordia nazionale lanciato dal governo di Gustavo Pedro. Opera a cavallo fra Venezuela e Colombia e ha trovato sponda nel regime di Maduro, recentemente rimosso dall’intervento militare statunitense. La fine dell’autocrate venezuelano può, forse, convincere il gruppo guerrigliero a sedersi al tavolo delle trattative.
Pochi mesi fa, violenti scontri con l’esercito regolare hanno causato un’ottantina di morti e migliaia di sfollati nella regione del Catatumbo. Scontri si sono registrati anche nelle ultime settimane. Nel 2025, il Registro delle Vittime dava questi numeri: 101.587 sfollati, 7.777 minacciati di morte, 3.772 privati della libertà.
Il Governo accusa il gruppo paramilitare di essersi assimilato ai gruppi fiancheggiatori del narcotraffico e di aver dimenticato la lezione di Camilo Torres per assumere quella del boss Pablo Escobar.
La memoria del prete guerrigliero, assieme a quella di un altro ex prete, Manuel Perez, leader dell’ELN dal 1978 al 1998, costituisce un patrimonio di riferimento ancora vivo di una stagione in cui la violenza sembrava necessaria per il cambiamento (cf. qui su SettimanaNews).
Da Lovanio alla macchia
Figlio di una famiglia benestante, Camilo Torres (1929-1966) viene ordinato prete nel 1954. Poco dopo, parte per gli studi a Lovanio dove si specializza in una disciplina allora in espansione, la sociologia. A Parigi conosce l’abbè Pierre e il suo movimento a favore dei poveri.
Riparte per la Colombia nel 1960 ed è nominato cappellano dell’Università nazionale. 8.000 giovani studenti, di tutte le tendenze, se lo contendono e ne fanno il loro leader. Con altri professori fonda la Facoltà di sociologia e avvia uno studio approfondito della situazione del popolo colombiano. Difende gli studenti durante uno sciopero.
Esce dall’Università e fonda l’Istituto di amministrazione sociale, studiando a fondo la situazione dei contadini e della proprietà fondiaria. Il 3,6% controlla il 61% della terra. Il 56% dei contadini deve accontentarsi del 4,2%. L’analfabetismo è oltre il 40%. Per quanto riguarda le imprese, l’1% degli industriali controlla il 60% degli stabilimenti. I minatori sono costretti a scendere di 1-2.000 metri in profondità senza ascensori.
Sono elementi drammatici che chiedono riforme a cui il sistema paese, in mano a una cinquantina di grandi famiglie, non è disponibile.
Padre Torres apre interlocuzioni con tutte le forze sociali e si affaccia all’esperienza politica del Fronte Unito senza grande successo. Chiede, e ottiene, la dispensa dal ministero e scrive: «Penso che la lotta rivoluzionaria sia una lotta cristiana e sacerdotale. Solamente per mezzo di essa, nelle circostanze concrete della nostra patria, potremo realizzare quell’amore che gli uomini devono al prossimo. Sacrifico uno dei diritti che amo più profondamente, poter celebrare il culto pubblico della Chiesa in quanto prete, per creare le condizioni che rendono questo culto più autentico».
Si qualifica come non-comunista e non anti-comunista. La sua traiettoria sembra segnata. Dopo qualche mese di assenza, nel 1965 i giornali pubblicano una sua foto con l’uniforme verde del guerrigliero castrista e, in un messaggio, invita a collaborare con la rivoluzione. Al suo primo scontro con l’esercito viene ucciso.
La Chiesa sceglie la non violenza
Mons. Elder Camara dirà: «Io sono contro la violenza, ma non giudico i preti che hanno scelta la violenza come il p. Camilo Torres. Li capisco».
E il fondatore della Vie catholique, Georges Hourdin, aggiunge: «Non facciamo di lui un martire e non ne facciamo neppure un esempio. Ne facciamo solamente un caso di coscienza. Camilo Torres accettò, in una situazione ben determinata, di vivere fino in fondo le esigenze della sua fede. Crediamo con Pascal “ai testimoni che si fanno sgozzare”. La sua morte pone un interrogativo che non possiamo eludere».
Due anni dopo la sua morte, parlando al Congresso eucaristico internazionale a Bogotà (1968), Paolo VI, dopo aver denunciato l’iniqua condizione sociale dei poveri e chiesto il coraggio di urgenti e radicali riforme, conferma la scelta non violenta della Chiesa: «Lasciate che vi esortiamo a non mettere la vostra fiducia nella violenza e nella rivoluzione. Ciò è contrario allo spirito cristiano e può anche ritardare e non favorire quella elevazione sociale a cui legittimamente sperate».
Davanti alla notizia del ritrovamento del cadavere non vi sono state finora reazioni ufficiali della Chiesa che aspetta evidentemente la conferma.
Negli ultimi mesi, non ha mancato di denunciare l’intollerabile violenza ancora presente nel Paese, chiedendo ancora una volta ai gruppi armati di cessare le ostilità, di accettare i dialoghi e di rispettare il diritto internazionale umanitario.
Nel 1995 ha acconsentito a mediare fra guerriglieri e governo e ha rinnovato l’impegno nel 2019. I morti, oltre un milione, prodotti dalla violenza politica di questi decenni, meritano di essere onorati nella pace.





