Vincenzina Cusmano, la carità si fa pane

di:

cusmano11

Nel Vangelo secondo Matteo, Gesù racconta che il regno dei cieli è simile al lievito che una donna prese e aggiunse a tre misure di farina, finché tutta la pasta non fermentò (Mt 13,33).

Vincenzina Cusmano fu quella donna. Fu il lievito nascosto che fece fermentare la santità del fratello Giacomo, l’Opera del Boccone del Povero, la Congregazione delle Serve dei Poveri.

Ago, filo e lievito: la santità nascosta di Vincenzina Cusmano

Ma fu anche il filo invisibile che ricuce ciò che è lacerato, l’ago che accetta di trapassare perché il filo possa unire. Cuce le prime saccocce per Giacomo, che va alla questua di un boccone per il povero: gesto semplice, mani umili, ago e filo. Non sa che sta cucendo la storia della carità palermitana. Rattoppa cento volte la sua tunica consunta: ago che trapassa, filo che ripara, lievito di povertà eroica.

Come l’ago deve trapassare la stoffa perché il filo possa unirla, come il lievito deve dissolversi nella pasta perché tutta fermenti, così Vincenzina: trapassata dal dolore, nascosta nell’umiltà, dissolta nel servizio. Ma proprio così divenne filo che tiene insieme contemplazione e azione, lievito che trasforma la sofferenza in santità.

«Madre di colui che gli fu Padre e fratello»: così si potrebbe sintetizzare il paradosso esistenziale di Vincenzina Cusmano.

L’8 luglio 1837, a soli undici anni e mezzo, diventa “madre educatrice” dei fratelli orfani. Tra loro c’è Giacomino, tre anni: lei lo crescerà, lo formerà, lo ispirerà. Quel bambino diventerà il beato Giacomo Cusmano, e lei la prima Superiora Generale delle Serve dei Poveri.

Il 6 gennaio 2026 abbiamo celebrato il bicentenario della nascita di questa straordinaria figura, Serva di Dio dal 1996 e Venerabile dal 28 giugno 2012, che merita di uscire dall’ombra per essere conosciuta nella sua grandezza umana e spirituale.

Il card. Angelo Amato, Prefetto della Congregazione per le Cause dei santi, riconobbe l’eroicità delle sue virtù: un passo decisivo verso la beatificazione di colei che, come dice il Filippello, fu «la Fondatrice del Fondatore».

Il dovere della memoria

Sant’Agostino nelle Confessioni scrive: «Grande è questa potenza della memoria, grande troppo, Dio mio, un santuario vasto, infinito. Chi giunse mai al suo fondo?» (Conf. X, 8, 15). La memoria non è un archivio morto, ma il santuario dell’Infinito, il luogo teologico dove Dio continua a parlare in ogni tempo e nell’oggi.

C’è un dovere della memoria che incombe su ogni generazione. Soprattutto quando è chiamata a ricordare la propria santa radice. San Basilio Magno ammoniva: «Chi dimentica i benefici ricevuti è come una ruota che gira a vuoto, senza produrre alcun movimento» (Hom. in Ps. 48).

Vincenzina Cusmano lo sapeva bene. Al «carissimo Padre e Fratello mio in Gesù Cristo» (= beato Giacomo Cusmano), scriveva: «Io le scrivo tutto perché sento il dovere di tenerlo informato di tutto ciò che succeda, ma non giammai per affliggerlo, stia sereno dunque, mentre il nostro Gesù avendo riguardo alla nostra miseria fa sì, che se un giorno ci affligge, nell’altro ci consola».

Era una donna che sentiva la responsabilità della testimonianza «del nostro Gesù». Voleva tramandare. Sapeva che la memoria non è nostalgia, ma profezia. E oggi, a duecento anni dalla sua nascita, questo dovere ci interpella. Cosa resta di Vincenzina Cusmano? Cosa ha da dirci ancora? Quale profezia porta con sé la sua vita?

Breve profilo biografico

Vincenza Giuseppa Pietra Epifania Cusmano nacque a Palermo il 6 gennaio 1826, primogenita del geometra agronomo Giacomo Cusmano e di Maddalena Patti. Fu battezzata l’8 gennaio nella cattedrale di Palermo, con padrini il nonno paterno Pietro Cusmano e la nonna materna Giuseppa Patti.

Seguirono altri quattro figli: Pietro (12 novembre 1827), Giuseppa (12 luglio 1831), Giacomo (15 marzo 1834) e Giuseppe (8 novembre 1835).

L’educazione della famiglia Cusmano era improntata a un serio impegno morale e cristiano. Ambedue i coniugi eccellevano nella pratica della carità verso il prossimo. I figli ne seguivano gli esempi: «Particolarmente nei periodi di permanenza della famiglia a San Giuseppe Jato, essi improvvisavano per gioco un piccolo forno, vi cuocevano quel po’ di pasta che riservava loro la mamma, manipolandola in forma di panini, che poi festanti portavano ai poveri nei loro tuguri. In testa era Vincenzina, la maggiore e la donnina di casa».

Le ragazze della famiglia Cusmano furono «fornite di gentile cultura» e istruite in casa «nelle lettere, nella musica e in ogni genere di lavori donneschi». Il padre Giacomo era severo nell’educazione, soprattutto alimentare: «Non permetteva ai figli di continuare a mangiare se questi avevano lasciato una pietanza senza valide ragioni. Nonostante ci fossero in casa due persone di servizio, esigeva che le figlie si esercitassero nei lavori domestici e non lasciava che chiedessero alle cameriere neppure un bicchier d’acqua». Un’educazione rigida ma formativa.

Vincenzina imparò a suonare il pianoforte e «coltivò con amore» la musica, anche se, per estrema timidezza, non riusciva a suonare con padronanza in pubblico: «Mi avevano insegnato a suonare il pianoforte, ma se dovevo far sentire ad alcuno anche un piccolo pezzo, mi faceva tale impressione, da cadere svenuta».

Denotava una spiccata inclinazione alla vita ritirata, alla preghiera raccolta e solitaria: «Da ragazza, in casa, io voleva star sempre sola; se venivano visite dovevano chiamarmi tre e quattro volte, perché mi facessi vedere».

Eppure, sotto questa timidezza paradossale, si celava un temperamento femminile forte, «irascibile», «focoso» – come lei stessa confesserà al fratello. Salvatore Di Cristina la definisce così: «Semplice di cuore, ricca di slanci, immediata fino all’impulsività, delicata nel tratto con Dio e con il prossimo fino allo scrupolo». E aggiunge: dotata di «una vena umoristica veramente notevole» e di una «vivacità dello stile narrativo» che rende le sue lettere «descrizioni gustosissime», «perle dell’umorismo».

Vincenzina amava restarsene nella propria stanza, nella quale aveva allestito una specie di oratorio, meta anche della sorella, della mamma e della zia. Una personalità complessa: timida ma forte, riservata ma appassionata, umoristica ma profonda. Una fanciulla, quindi, tutta casa, chiesa e doveri di famiglia.

8 luglio 1837: la tragedia che cambia tutto

Nel luglio del 1837 Palermo, come tutta la Sicilia e il Meridione d’Italia, subì l’ennesima epidemia del colera, dal quale la popolazione fu decimata. Anche la casa dei Cusmano ne fu profondamente lacerata: la trentatreenne signora Maddalena moriva l’8 luglio. Padre e cinque figli si trovarono privi del punto di riferimento materno. La più grande era Vincenzina, non ancora dodicenne (aveva undici anni e mezzo), il più piccolo Giuseppe aveva appena due anni e Giacomino solo tre anni.

Il vedovo non pensò neppure a risposarsi, ma invitò l’anziana zia materna, Caterina, a venire ad accudire i nipotini. Ma è certo che Vincenzina dovette superare molto presto gli anni teneri della sua fanciullezza per divenire lei la “mammina” dei suoi fratellini.

Il modello di mamma, da lei interiorizzato, le fu quanto mai utile. I fratellini non potevano restare privi di mamma e lei era chiamata a rivestire questo ruolo, non solo nei confronti di Giacomino, ma per gli altri due fratellini e la sorellina. Questo encomiabile compito umano ed educativo assorbe totalmente Vincenzina, al punto di indurla a rifiutare «numerose e onorevoli» richieste di matrimonio.

Vincenzina voleva seguire l’esempio delle zie carmelitane, e così viveva con il «cuore in monastero» all’Assunta. Ma i familiari le combinarono un matrimonio particolarmente vantaggioso. Quando Vincenzina lo seppe, fu irremovibile. Ecco come chiuse definitivamente la questione: «Se la Madonna che tengo al capezzale abbasserà la mano che tiene levata, allora io dirò di sì».

La mano della Madonna, ovviamente, restò sempre alzata. E il suo direttore spirituale, mons. Domenico Turano, seppe darle quella tranquillità e quella certezza che l’accompagneranno per tutta la vita. Aveva scelto: sarebbe stata tutta di Dio. Anche se non immaginava che il Signore l’avrebbe voluta non nel silenzio del Carmelo, bensì, insieme col fratello Giacomo, tra i poveri e le orfane delle strade di Palermo.

Madre di colui che gli fu Padre e fratello

Questo titolo – «Madre di colui che gli fu Padre e fratello» – coglie l’essenza del rapporto tra Vincenzina e Giacomo. È un intreccio di ruoli che si inverte nel tempo:

Prima fase (1837-1860): Vincenzina è madre educatrice del piccolo Giacomo (sorella biologicamente, madre spiritualmente dopo la morte di Maddalena Patti). Lei lo aiutò a crescere, lo educò alla fede, lo introdusse alla preghiera, gli mostrò i poveri.

Seconda fase (1860-1880): Giacomo, oggi proclamato beato dalla Chiesa, diventa sacerdote (22 dicembre 1860) e poi padre spirituale di Vincenzina. Il rapporto s’inverte: ora lui è padre, lei figlia spirituale. Ma restano sempre anche fratello e sorella.

Terza fase (1880-1888): Giacomo è padre e maestro, Vincenzina è figlia spirituale e discepola. Ma anche prima Superiora Generale delle Serve dei Poveri. E sempre sorella del fratello.

Questo intreccio di ruoli – madre educatrice, sorella, figlia spirituale, discepola – è la chiave per comprendere la loro profonda relazione. Come si legge nella Positio: «Sotto il profilo strettamente biografico, questo “intreccio” assume le caratteristiche quasi di una rappresentazione, con una successione di fatti confacente ai ruoli progressivamente assunti e giocati dai due nella nobile vicenda di questa pagina della Carità».

Giacomo si laureò in medicina l’11 giugno 1855, appena ventunenne. Ma sentì la chiamata al ministero ordinato. E dietro quella chiamata divina, c’era anche la mano discreta ma ferma di Vincenzina, che aveva coltivato nel cuore del giovane quella sensibilità per i poveri che sarebbe diventata il “cuore” del carisma cusmaniano. Fu il lievito invisibile che fece fermentare la vocazione, il filo nascosto che ricucì insieme medicina e sacerdozio, scienza e carità.

La scuola di santità di Mons. Domenico Turano

Dalla seconda metà degli anni Quaranta, Vincenzina si pose sotto la guida spirituale del canonico Domenico Turano, figura di primo piano per peso morale, magistero e cultura (fu nominato vescovo di Girgenti nel 1872).

Il Turano aveva istituito in casa sua la Congregazione degli Angeli, una sorta di scuola di verginità che si riuniva ogni sabato mattina. Le congregate assistevano alla prima messa, con fervorino in preparazione alla comunione; si fermavano per la seconda messa, con fervorino di ringraziamento. Poi prendevano il caffè e, quindi, ritornavano in cappella, dove il Turano dava loro una conferenza di sacra Scrittura. Vincenzina Cusmano era in prima fila. Altre frequentatrici erano Marietta Mayer, D.na Peppina, le Ferlazzo, le Mariannine, le Serafine, le Giulie, le Teresine e altre.

Ci restano ben 120 lettere del Turano a Vincenzina (e 11 di lei a lui), che costituiscono una buona fonte per la conoscenza di un ventennio della vita di Vincenzina. Sono lettere piuttosto brevi, talune brevissime, ma tutte intense. A volte solo «due righe», come sottolinea lo stesso Turano, il quale si contenta di molto poco, ma vuole sentirla spesso.

Vincenzina a volte è ritrosa, si chiude nel suo silenzio; il padre allora la stimola, la rimprovera anche amorevolmente, richiedendo da lei almeno «due righe».

Il Turano le scrive che la meta a cui la vede orientata è la santità canonizzata. E aveva ragione: oggi Vincenzina è Venerabile, sulla strada della beatificazione. A Vincenzina quelle «sue lettere piene di carità» danno consolazione, «calma profonda» e «dolcezza tutta nuova». Vi scorge l’opera della sua santificazione come effetto dello zelo sacerdotale del Turano, al quale manifesta la sua aspirazione «a servire davvero il Signore» e a «cambiare vita».

1864: manifestazione di un anno di grazia e «coabitazione reale con Gesù»

Ai primi del 1864 avvenne il passaggio della famiglia Cusmano – Vincenzina, Giacomo, Giuseppe e la zia Caterina – dalla casa paterna di vicolo della Bara alla casa canonica della chiesa dei Santi Quaranta Martiri, della quale padre Giacomo fu nominato rettore.

Il 1864 fu un anno di grazia per Vincenzina e per Giacomo: una grande e costante luce dall’alto, un evidente cammino dei due nelle vie di Dio, gioia interiore profondamente sperimentata, soprattutto, nella «coabitazione reale con Gesù». Per Vincenzina fu la realizzazione di un sogno: poter finalmente «coabitare con Gesù». Rinunciò definitivamente al monastero dell’Assunta, per non lasciare da solo il fratello sacerdote. Giacomo le scriveva con tenerezza: «Io godo, sorella mia, d’avere influito sebbene in piccola parte, a procacciarti la coabitazione reale con Gesù Cristo amor nostro; non avendo saputo fare altro per te, accetta questo come attestato del mio amore e della mia riconoscenza per le sollecite cure che in ogni tempo hai avuto dell’anima mia».

In parte Giacomo la voleva compensare del sacrificio fatto nel rinunziare al monastero per non lasciarlo solo: «Vedi Vincenzina – le diceva con gioia – questa casa dove abitiamo in comunicazione con la chiesa, è come una Badia. Senza bisogno di uscir fuori, tu trovi qui Gesù sacramentato. Tu, la zia, io, possiamo visitarlo quante volte vogliamo».

In verità, fratello e sorella vivevano in uno stato di costante raccoglimento e in preghiera continua, quasi insensibili e incuranti delle comuni gioie dei mortali. Il Turano scherzosamente diceva loro che vivevano «nella Trappa» e non erano in grado di provare piacere neppure nel gusto delle cose semplici.

Vincenzina, in particolare, fu «la domestica di Gesù»: al mattino era la prima a recarsi a visitare il “suo” Gesù nel sacramento; alla sera l’ultima ad uscire dalla chiesa. Ma il momento più bello ed atteso era quello in cui riceveva la santa Eucaristia, per la quale non badava a sacrifici e digiuni, paga solo di poter ricevere, in grazia di Dio e nel prescritto digiuno, il corpo e il sangue di Gesù nel suo corpo e nel suo cuore.

Una testimonianza preziosa viene da madre Teresa Russo, cappuccinella, che allora «viveva con la Madre Vincenzina in intimità di sorella spirituale»: «Vincenzina non lasciò mai la S. Comunione; quando sentiva bisogno dell’assoluzione, andava ansiosamente in cerca del suo Direttore spirituale, nelle Chiese dei Monasteri ove egli era confessore, e stava così digiuna, sino a tardi».

Teresa le chiedeva meravigliata come potesse sostenere il digiuno sino a tardi e Vincenzina rispondeva: «Come fa penitenza l’anima a stare priva della Santa Comunione, così deve farla il corpo».

La stessa madre Teresa riferisce di una «comunione all’Ave Maria»: un mattino, infatti, Vincenzina non trovò il confessore e rimase senza Comunione. Gli mandò un biglietto. Egli rispose: «Aspettami». Erano già le ore pomeridiane. Vincenzina mandò un altro biglietto. Risposta: «Aspettami». Mezz’ora prima dell’Ave Maria, monsignor Turano arrivò alla Chiesa dei SS. Quaranta Martiri e diede a Vincenzina l’assoluzione e la sospirata Comunione: «Così le ardenti brame della vergine innamorata di Gesù Eucaristia furono appagate».

Le origini del «Boccone del Povero»

Dovette restare impresso, nella mente e nel cuore di Vincenzina, quel giorno, probabilmente da datare negli ultimi mesi del 1866, durante l’epidemia colerica, quando padre Giacomo tornò a casa profondamente addolorato e impaziente, con il giornale che dava una notizia straziante: in una casa di Palermo, una giovane era morta di fame, in un’altra un ragazzo. Non c’era più tempo da perdere: questa volta il direttore spirituale non poteva differire il permesso di dedicarsi ai poveri, manifestato e atteso già da sette anni.

Vincenzina racconta l’episodio al canonico Pagano: «Avendo però il colera visitato nuovamente Palermo, si lesse un giorno nei giornali la notizia che in una casa una giovane era morta di fame, ed in un’altra un ragazzo. Con questo foglio, il Padre Giacomo vola dal Can. Turano, per mostrargli col fatto il bisogno che vi era di far qualcosa in sollievo dei poveri, e tanto dice e tanto prega, che finalmente quegli gli domanda: Che cosa farai se, messa in esecuzione la tua idea, tutti diranno che, invece di sfamare i poveri, hai voluto giovare a te e alla tua famiglia, impinguando i tuoi beni? A questo il Padre Giacomo risponde: Padre mio, che m’importa il detto degli uomini, quando Iddio vede il mio cuore ed è testimonio delle mie azioni? – Quand’è così, riprese il Can. Turano, va’, e che Dio ti benedica».

E Vincenzina continua il racconto della genesi della «raccolta del boccone» per i poveri: «Bisognava ora provvedere alla loro giornaliera sussistenza. Si fece fare da me due immense saccocce della stoffa più resistente, che si adopera per gli strofinacci di cucina, se le legava alla vita con una cinta di cuoio, e poi da mattina a sera saliva e scendeva scale, persuadendo tutti a dargli qualche cosa pei suoi poveri. Tornava a casa con questi sacchi pieni di pasta, pane, frutta, e si faceva allora la divisione, si cuoceva e si mandava il pranzo a quelle famiglie».

Si faceva la divisione, si cuoceva, si mandava… Vincenzina non era spettatrice passiva. Era protagonista attiva. Fu lei a cucire le saccocce per Giacomo: ago che trapassa la stoffa più resistente, filo che unisce, mani che consacrano il gesto semplice. Non sapeva che quel cucire era già pregare, che quelle saccocce erano il primo tabernacolo portatile della carità prestata al povero, quasi “sacramento di Cristo”. Dal 1867 al 1870 fu in pratica l’anima del ramo femminile dell’Associazione, pur vivendo un’interiore lacerazione tra tempo per la contemplazione e carità attiva.

Gli anni della «fiera opposizione» (1872-1877)

Il 23 febbraio 1872 il Turano, nominato vescovo di Girgenti, lasciò Palermo conducendo con sé padre Giacomo, di fatto allontanandolo dall’Associazione del Boccone del Povero. Vincenzina restò desolatamente sola, con la responsabilità di tutta l’Opera nascente.

Per la vita di Vincenzina, gli anni tra 1872 e il 1878 sono i più difficili e impegnativi. Anni di ferro, in cui giunsero al più alto grado di opposizione e di negatività interiore la sua “resistenza” al Boccone del Povero e la sua decisa volontà di non coinvolgersi nei piani del fratello, ancor meno nelle sue ormai esplicite idee di fondazione religiosa.

Ma furono anche gli anni che forgiarono la futura Serva dei Poveri: non capiremmo la Vincenzina dei luminosi anni 1880-1888, la Madre delle Serve dei poveri, se non guardassimo analiticamente questo lungo e tormentato crogiuolo degli anni Settanta.

Quando Giacomo le comunicò il progetto di fondare l’Istituto religioso delle Serve dei Poveri, ella rispose con un netto rifiuto, anche temendo per i problemi di salute del fratello, oltre che per il timore che l’Opera «della carità senza limiti» non avrebbe potuto aver futuro.

Lei stessa racconterà: «Mi addolorava la fermezza del Padre Giacomo che, sofferente per la fistola, non avrebbe potuto sostenere le fatiche e gli strapazzi pei servizi dei poverelli… Vedevo la necessità di assisterlo e non lasciarlo; ma prevedevo la irriuscita dell’Opera. Vero è che vari Soci attivi lo aiutavano, ma non erano liberi a potersi unire a formare la desiderata Comunità dei Servi dei Poveri. […] E io, prevedendo che l’Opera non avrebbe potuto aver vita, supplicavo il Signore, la Madonna, i Santi, per distogliere il Padre Giacomo da quella iniziativa e, a questo scopo tante e tante volte pregai i PP. Boccone, Romano, Datino, e piansi ai piedi del P. Turano. Il quale, per custodire la salute del Padre Giacomo e anche per contentare me, si adoperò a volerlo dissuadere e, fra l’altro gli disse che per attuare quei suoi ideali di viva fede e di carità senza limite, bisognava affidarne la missione agli Angeli».

Le difficoltà di Vincenzina erano diverse. Anzitutto il temperamento: «Qui, oltre che devesi stare in continua attività, bisogna tollerare, sopportare, soffrire tutto e tutti, ed il mio temperamento irascibile non saprebbe adattarsi». E poi la vocazione contemplativa a fronte di un progetto certamente “grandioso” da svolgere in tempi socialmente assai difficili: «Io, in quanto a me, inclinavo alla vita contemplativa; in quanto al Padre Giacomo, temevo, temevo… Vedevo la grandiosità del progetto; vedevo che l’opera sarebbe stata utile, ma la riuscita malagevole; vedevo che si dovea aver da fare con miserie non di rado simulate, con pretensioni indebite, con passioni di ogni genere, e con gente spesso ingrata; vedevo difficoltà per la strettezza dei tempi, difficoltà di trovare tanto numero di contributori, collettori e distributori»

Ma un dialogo tra fratello e sorella cambiò tutto: il dialogo sulla radicalità della carità. Giacomo la incalzava: «Se i poveri venissero a casa nostra per chiederci aiuto, noi cosa dovremmo fare?» Vincenzina rispondeva: «Noi daremmo loro da mangiare ed anche l’alloggio». «No, sorella mia, dovremmo uscire e lasciare loro la casa», tagliava corto il sacerdote.

Questa radicalità verso i poveri spaventava ancora Vincenzina. Era l’ago che trapassava il suo cuore, la volontà di Dio che penetrava dolorosamente nelle sue resistenze. Ma il crogiolo degli anni Settanta preparò la luminosità degli anni Ottanta. L’ago doveva trapassare perché il filo potesse unire contemplazione e azione. Non capiremmo la Vincenzina Madre Generale se non guardassimo questo lungo tormento: il lievito invisibile che lavorava nel buio, l’ago che trapassava nel dolore, il filo che lentamente ricuciva la lacerazione interiore.

Il «sogno» della Madonna: la svolta decisiva

Nell’estate del 1878, avvenne un episodio che impresse una svolta decisiva alla fondazione cusmaniana. Vincenzina ne rimase toccata e le sue perplessità adesso si dileguavano come nebbia al sole.

Il 19 agosto aveva ricevuto da Girgenti una lettera di monsignor Turano contenente questa frase: «Sta lieta ed ajuta il carissimo Padre Giacomo la cui salute è deteriorata. Coraggio, Vincenzina mia, sai quanto ti ama il Signore. Fatti raccontare per ubbidienza che gli do la visione che ebbe Padre Giacomo! Gli apparve la Madonna Santissima e lo consolava assai! Vedi quanto l’ama la Madonna. Non lo contristare, te ne prego, amata Vincenzina. Quando verrò a Palermo darò bastante tempo per ascoltarti, come avvenne nel passato Ottobre. Metti nel Sacro Cuore le tue angustie, le tue afflizioni e i tuoi malcontenti. Oh, che tesori che sono dinanzi a Dio!».

Non sappiamo quello che avvenne dopo questa lettera, ma sicuramente Vincenzina avrà riferito al fratello “l’ubbidienza” datagli dal comune direttore spirituale. e Giacomo, ubbidiente come sempre, le avrà raccontato il sogno avuto, che il Turano chiamava «visione».

Quel sogno era avvenuto nella notte del 2-3 agosto 1878: la Santa Vergine confermava che l’Opera era gradita al Signore e, in quel sogno premonitore, c’erano anche le suore, con Madre Vincenzina, che avrebbero custodito le orfanelle. Per Giacomo Cusmano non c’era più dubbio: era la certezza, il crisma che proveniva dall’alto. Ne appare convinta anche Vincenzina, a giudicare dalle lettere posteriori al “sogno”, che risultano tutte positive e propositive.

La spinta decisiva le viene, ancora una volta, dal Turano, l’interprete spirituale della volontà di Dio e dell’opportunità dell’imitazione di Cristo, per quanto le concerne.

Il 13 dicembre 1878 così le scrive: «Figlia mia, giacché tu vuoi sapere la volontà di Dio a tuo riguardo, datti tutta al nuovo istituto che si va ad aprire. Se ci senti delle opposizioni non importa, ne avrai più merito. S. Andrea Avellino fece voto di fare sempre tutto ciò per cui sentiva opposizione. Così la tua vita sarà un merito perenne. Rispetto alla pena che senti per lasciare i tuoi è ingerita dal demonio. E poi non si tratta di non vederli più. Del resto ti so a dire che se tu lasceresti tuo fratello il Padre Giacomo, ne avresti più pena. Fa’ violenza al tuo cuore, figlia mia, tanto ti avanzerai nella virtù, dice l’Imitazione di Gesù Cristo, quanta violenza farai a te stessa. Così sei sicura che operi sempre per la volontà di Dio, che l’opposizione è un merito perenne e ti farai certamente santa. Coraggio buona ed amata Vincenzina».

Non troveremo più dubbi o timori in Vincenzina: il progetto del fratello adesso è anche il suo, perché, su indicazione del padre spirituale, lo ha sposato condividendone totalmente le fatiche, per portarlo a termine contro qualunque opposizione. La mano della Madonna, che si sarebbe dovuta abbassare in segno di consenso al matrimonio combinatole dai familiari e non gradito, adesso davvero “si era abbassata”, in segno di assenso a questo “nuovo” patto sponsale.

Nel libro della sua vita, si chiude un capitolo e se ne apre un altro, radioso e fecondo.

23 maggio 1880: la fondazione delle Serve dei Poveri

Mancava solo il permesso dell’arcivescovo, che presto arrivò. Il card. Celesia era in sacra visita e, al suo ritorno, fu felice di dare al Cusmano il permesso da lui chiestogli, di «vestire le prime Sorelle». Erano sei: Vincenzina Cusmano, la nipote Maddalena Cusmano, Rosaria Caravello, Maria e Pietra Naimo, Sofia Winter (un’insegnante elementare tedesca, penitente del Turano).

Il 23 maggio 1880, festa della Santissima Trinità, dopo aver indossato il nuovo abito, le sei nuove religiose scesero nell’ampia chiesa di San Marco. Padre Giacomo celebrò la messa, commosso fino alle lacrime.

La cerimonia della vestizione dovette avere un carattere privato: non risulta dalle fonti che ci sia stato un concorso di gente, ma l’evento è ampiamente documentato da più di una dichiarazione delle stesse suore, le quali, pur nella semplicità della narrazione che ne fecero, ne rievocarono i momenti con forte carica emotiva.

Ciascuna ebbe da padre Giacomo il titolo di “suora”; Vincenzina fu “Superiora generale”. Consegnate a lei le chiavi del proprio ufficio, le altre cinque le baciarono la mano in ginocchio; lo stesso poi fecero le orfanelle l’una dopo l’altra: «La Superiora Generale – aggiunge la narrazione di suor Maddalena – si struggeva in lagrime di commozione e Padre Giacomo nel suo interno raccoglimento pareva rapito».

Il 24 maggio uscirono per la colletta due coppie di suore: madre Vincenzina con suor Pietra Naimo e suor Maddalena con suor Rosaria Caravello. La gente le accolse favorevolmente, donando con generosità il “boccone”, che veniva raccolto nella bianca bisaccia. Inoltre, «le benedizioni piovvero loro dappertutto».

La Positio descrive con emozione: «Quello che soprattutto impressionava era vedere la “veneranda figura” di madre Vincenzina, che alta e nobile della persona, sotto il modesto abito della Serva dei Poveri, con la bianca bisaccia al collo, si aggirava per le vie, bussava di porta in porta, e umile e dimessa chiedeva per grazia un boccone pei suoi Poverelli».

Stava nascendo un nuovo Istituto nella Chiesa ed esse, le “prime”, ne erano profondamente coscienti e investite delle responsabilità connesse. Vincenzina finalmente aveva trovato la sua vocazione, condividendo l’ispirazione del fratello: servire Gesù nel Povero.

L’epistolario: tra padre spirituale e figlia, tra maestro e discepola

Il carteggio tra Giacomo e Vincenzina è uno dei documenti più preziosi per comprendere la spiritualità cusmaniana. Non sono lettere tra fondatore e cofondatrice. Sono lettere tra padre spirituale e figlia spirituale. Tra maestro e discepola. E sempre tra fratello e sorella.

Il carteggio comprende ben 595 lettere, di cui 241 scritte da madre Vincenzina (tutte tra il 1880 e il 1888), e 354 dal padre Giacomo (dal 1864 al 1888). Il periodo più ricco è l’arco di tempo che va dalla “fondazione” delle Serve dei Poveri alla morte del Cusmano: 281 lettere.

Le lettere sono in maggioranza relative alla conduzione dell’Istituto, al primo avvio delle case cusmaniane. Ma anche in tal caso, sia nel Cusmano sia nella sorella, il linguaggio appare fortemente ispirato al senso della Provvidenza, all’amore totale ai poveri, alla regola, alla vita spirituale, all’osservanza, al senso della volontà di Dio.

Una lettera, in particolare, merita di essere ricordata: quella scritta da Giacomo a Vincenzina nel giorno della Santissima Trinità, 4 giugno 1882, secondo anniversario della vestizione religiosa: «Oh! Unità, che vivete in tre Persone divine, senza disunire l’unica vostra essenza! Oh! Triade Santa, che vivete nell’unità dell’essenza divina. Accordateci la grazia oggi, di spuntare fra noi questa vita di comunità, nell’unione del nostro Gesù, com’Egli è unito a Voi, fate che noi fossimo a Lui uniti, per formare in Voi un’unione così vera, perfetta, da non vivere più in noi ma in Voi!».

Giacomo sogna un’unione perfetta, analoga a quella che vige tra le divine Persone. Non solo tra i membri della stessa famiglia religiosa. Ma tra Servi e Serve dei poveri. Un’unione che sia immagine dell’unione trinitaria. E a Vincenzina affida questo sogno. Perché lei è madre. Lei è custode. Lei è garante della comunione.

In un’altra lettera, del febbraio 1887, Giacomo scrive alla sorella: «La vostra missione è appunto questa: predicare la fede per la carità delle vostre opere, e quello che far non potete, deve essere espresso colla nota del vostro massimo dolore».

Predicare la fede con la carità. E quando non si può fare tutto? Esprimere il dolore. Soffrire per ciò che non si può compiere. Perché anche il dolore per il bene non fatto, è testimonianza.

Nelle “case di misericordia”: episodi di vita vissuta

Alla Quinta Casa al Molo (1881): dormire per terra con gioia.

Il 19 luglio 1881 Madre Vincenzina con sei suore si insediò alla Quinta Casa al Molo, prima comunità filiale delle Serve dei Poveri. Suor Veronica Calascibetta rievoca, dopo ventinove anni, quei primi giorni con densa carica emotiva, pur tra le oggettive e gravi difficoltà materiali: «Si era lavorato tutto il giorno a più non posso; ma la stanchezza era sopraffatta dalla gioia ineffabile di fare e patire per amore del Signore, il quale, come diceva graziosamente il nostro buon Padre, non si lascia vincere in gentilezze. Sul far della sera si pensò un pochino anche a noi. C’erano due materassi: mancavano le lettiere; ma che importa! Si gettarono a terra e si dormì lo stesso. I giorni successivi passarono sempre al lavoro: le cellette eran piccole e mancanti d’aria: in ciascuna due Suore. La stanza che volemmo ad ogni costo chiamar refettorio aveva il lusso di una tavola; ma, e le sedie? Ne fu trovata una sola, che si offerse alla Superiora, la quale, da pari sua, rifiutò recisamente. Allora, ridendo, ci ponemmo tutte in ginocchio, la posizione più comoda di stare a tavola era questa!».

E continua: «Questo tenor di vita durò circa due mesi. Di mano in mano poi che entravano nuove ricoverate, mancavano i letti, ciascuna di noi faceva a gara per cedere il proprio, ma finì ben presto col cederlo tutte quante. E il P. Gambino non si lasciò restare indietro. Così per tre mesi ci accolse la nuda terra; ma si dormiva saporitamente, come sulle più morbide piume».

Questo è il cuore della povertà cusmaniana: gioia nella privazione, letizia nella rinuncia, festa nel sacrificio.

A Monreale (1883-1891): «la santa miseria»

Il 23 dicembre 1883 Madre Vincenzina, accompagnata dal fratello, capeggiava la comunità di cinque consorelle, che inaugurò la casa di Monreale per un asilo di bambine.

L’inizio si presentò sotto lieti auspici: il numero delle orfane ricoverate crebbe in pochi giorni. Ma la casa era molto umida. Madre Vincenzina, che soffriva di dolori reumatici, ne ebbe un forte contraccolpo per la salute.

Nelle lettere al fratello cerca di minimizzare le sofferenze per non farlo preoccupare, attribuendone la colpa «alla vecchiaia». Il freddo “siberiano” teneva in cattiva salute lei e le altre suore, continuamente afflitte da febbre e da catarro.

Quello che aggravava la situazione era l’assoluta e irrimediabile povertà di mezzi. Madre Vincenzina, pur escogitando vari espedienti contro il disagio del freddo (ricorrendo ad accettare commissioni di lavori di vario genere, o dandosi alla vendita di oggetti, anche di carta straccia, per acquistare biancheria per le ragazze), non riusciva a racimolare granché. Anzi i debiti aumentavano e i creditori non volevano più passare il vitto alla comunità.

«Qui vi è la santa miseria», ripeteva Madre Vincenzina.

Già alla sera del loro arrivo, mancando sei letti per le venti orfane ricoverate: «Al cenno di desiderio del Padre Giacomo, esultanti dormirono in terra e fu tale la loro gioia che ne ebbero scrupolo e temevano l’indomani di fare la S. Comunione. La prima Vincenzina, la prima fra le suore».

A Monreale come a Girgenti, le difficoltà materiali, oltre all’indigenza più nera, crearono una ben difficile situazione per la conduzione dell’opera, che mise a dura prova la virtù di Madre Vincenzina e delle suore. Ma fece anche emergere la loro capacità di donazione e la luminosa pratica del carisma originario. Monreale sarebbe poi diventata la sua residenza preferita dal 1891, «perché più povera e solitaria».

Le virtù eroiche: testimonianze

Le testimonianze delle suore e dei sacerdoti che conobbero Madre Vincenzina sono unanimi e potenti. Suor Bertilla Cafagna sintetizza così il suo ruolo: «Io penso che se abbiamo avuto il grande Padre Giacomo Cusmano questo lo dobbiamo alla santità di sua sorella».

Madre Mattia Ligotti testimonia la sua trasformazione nel momento della preghiera: «Quando la Madre pregava, si trasformava come un Angelo». E aggiunge, riferendosi alla sua vita, caratterizzata dal voto vittimale: «Madre Vincenzina esercitò in grado eroico tutte le virtù fino ad emettere il voto di Vittima per la Congregazione».

La povertà eroica: le cento toppe

Le testimonianze delle suore sono concordi nel riconoscere in Madre Vincenzina l’esercizio eroico delle virtù. Suor Caterina Dritto testimonia: «Io, Suor Caterina Dritto, posso asserire che la Madre Vincenzina era di una povertà eroica, tanto che io, da Suor Robiera, nel rattoppare la tunica e volendo togliermi una curiosità, contai N. 100 pezzoline con rammendi sopra. La Buona Madre era spirituale e manteneva sempre la presenza di Dio tra le Suore, parlando, conversando, ed incontrando le sue figlie nella casa, ispirava loro la presenza di Dio e l’amore alla santa povertà col suo esempio e coi continui sacrifizii».

Cento toppe sulla sua tunica! Ago che trapassa cento volte, filo che ricuce cento volte, lievito di santità che fermenta nella stoffa consunta. Questa è la povertà eroica. Non teorica, ma vissuta. Non predicata, ma testimoniata. Visse l’esperienza mistica dello spogliamento totale a somiglianza di Gesù presente nel povero, privandosi di tutto – cibo, letto, vestito – per «rivestirne il Povero di Gesù Cristo», dormendo anche per terra o sulla paglia, per cedere il letto ai poveri, soffrendo il freddo e la fame per lasciare vestiti e cibo per le orfanelle o i vecchietti.

L’ardore eucaristico

L’amore smisurato per Gesù nell’Eucaristia caratterizzò tutta la vita di Madre Vincenzina. Quando Giacomo approfondì l’idea del Boccone e la trasformò nella somiglianza col Pane Eucaristico, non fece altro che dare un volto alla spiritualità di Vincenzina: una spiritualità incentrata sull’Eucaristia, dove Gesù è adorato, e sul Povero, dove Gesù è servito.

Quando Madre Teresa, come già si è detto, le chiese come facesse a sostenere il digiuno fino alle ore pomeridiane, pur di ricevere la Comunione, Vincenzina rispose: «Come fa penitenza l’anima a stare priva della Santa Comunione, così deve farla il corpo».

L’obbedienza assoluta

Il filo conduttore della vita interiore di Madre Vincenzina fu l’obbedienza. Attorno ad essa ruotarono tutte le altre virtù. Obbediente al Turano, obbediente al fratello Giacomo padre spirituale, obbediente alla volontà di Dio in ogni circostanza della vita. Anche quando questa obbedienza costava il sacrificio dei suoi originari sogni contemplativi.

14 marzo 1888: la spada acuta nel cuore

Il 14 marzo 1888, alle quattro del mattino, padre Giacomo Cusmano morì a soli 54 anni, per i postumi di una pleurite.

Madre Vincenzina si trovava a Canicattì. Il 10 marzo aveva ricevuto una lettera rassicurante di padre Boscarini: «Padre Giacomo va assai meglio, e speriamo che presto lasci il letto, forse domani». Il 14 marzo ricevette, invece, un telegramma da padre Salvatore Gambino: «Padre Cusmano va male venga prima corsa telegrafi partenza». Partì subito, in treno, con la prima corsa.

Il padre Giacomo, in verità, era morto alle quattro del mattino e, già sparsasi la notizia, si era fatto un lutto generale a Palermo. «È morto un santo!», dicevano tutti. La salma era stata composta su un feretro nella chiesa di San Marco, dove accorreva una marea di gente per venerarlo, tra il pianto generale.

Questo il quadro che si presentò alla madre Vincenzina, il cui arrivo era atteso con ansia, ma pure con tanta trepidazione. Nonostante ella avesse manifestato decisamente la volontà di vegliare la salma tutta la notte, le fu impedito per non affaticarla troppo. Il padre Gambino puntò sul suo senso di obbedienza. E lei: «Che ubbidienza! Mio fratello è morto!». Ma si riprese subito e, docile, si ritirò a Terrerosse.

L’indomani, con le suore e i familiari, tornò a «ribaciare le sacre spoglie»; quindi seguì il funerale, alle 11; poi il solenne corteo funebre: grandissima parte della cittadinanza lo accompagnò al cimitero e fu un accompagnamento «imponentissimo».

Le fonti raccontano: «Quella spada acuta non si levò più dal suo cuore per tutti i 6 anni che sopravvisse; il Suo volto acquistò un aspetto di perenne mestizia […]; dal suo cuore erompevano continuati gemiti, che esprimevano il gran desio di riunirsi, in cielo, al Padre Giacomo».

Il ricordo del fratello rimase in lei come «una spada acuta», che neppure la molta compagnia dei familiari. appartenenti al Boccone del Povero. riusciva a toglierle. Erano quattro le nipoti. Serve dei Poveri con lei.

Gli ultimi anni: Vincenzina, «reliquia vivente» (1888-1894)

Dopo la morte di Giacomo, Vincenzina divenne la fedele custode della memoria e del carisma del fratello. Nell’obbedienza al padre Francesco Mammana, successore di Giacomo Cusmano, continuò a essere venerata come Madre dai componenti dei due rami (maschile e femminile) dell’Opera del Boccone del Povero.

Era diventata un punto di riferimento, anzi una “reliquia vivente” di tutta l’Opera cusmaniana. Consacrò le proprie migliori energie umane, intellettuali e materiali al totale servizio dei poveri.

Dal 1891 i viaggi tra le varie case cominciarono a scemare. La sua salute ne risentiva: cronici dolori reumatici e bronchiali, aggravati dal sopraggiungere, nel marzo 1891, da un’oftalgia, che la fece non poco soffrire per il resto dei suoi anni: era un’iridite reumatica, dolorosa e genesi di un progressivo annebbiamento della vista.

La residenza da lei scelta fu Monreale, preferita a quella di Terrerosse «perché più povera e solitaria», mentre, per la direzione della casa centrale di Palermo, incaricò suor Maddalena Cusmano.

Il 29 dicembre 1893 si ammalò d’influenza, ma ne guarì. Tuttavia, rimanendo sempre spossata e non riprendendo le forze, presentiva che quel male portava in sé qualcosa di diverso, per cui ripeteva: «Questa è l’ultima».

Morì nella Comunità di Terrerosse, a Palermo, il 2 febbraio 1894, giorno sacro alla festa della Purificazione di Maria SS., nono anniversario della morte del suo direttore spirituale, mons. Domenico Turano. Era l’ora della sveglia, quindi le quattro del mattino, la stessa ora in cui il fratello Giacomo aveva lasciato questa terra; fratello e sorella erano morti, inoltre, dello stesso male: paralisi cardiaca. Aveva 68 anni. Le sue spoglie furono sepolte al Cimitero dei Rotoli, «accanto a quelle venerate del fratello suo, sac. Giacomo, come le loro anime sono insieme beate in Cielo».

Chi le stava accanto, temendo di restare privo di una sua foto (come era già accaduto per padre Giacomo), cercò di farsi ascoltare. Ma lei, come il fratello, rifiutava categoricamente di farsi ritrarre. Così si ricorse a «uno stratagemma», come riferì suor Mattia Ligotti: «Le si disse che per aprire gli occhi alla fotografia della maschera del Padre Giacomo, bisognava che si copiassero i suoi occhi, perché somiglianti a quelli di Lui. Essa, per l’amore al fratello amatissimo, fece il sacrificio di piegarsi». Così, attraverso questo pio inganno d’amore, fu ottenuta l’unica fotografia di Madre Vincenzina. Un’immagine che oggi ci permette di contemplare il volto di colei che tanto desiderava restare nell’ombra. Come il lievito che si dissolve nella pasta senza farsi vedere, come il filo che si nasconde nei punti invisibili della cucitura, così Vincenzina voleva scomparire, diventare invisibile, perché solo Cristo apparisse.

«È la Santa»: la fama di santità

Già in vita si era notato in Vincenzina Cusmano quel soffio dello Spirito che la rendeva diversa dagli altri in quel suo continuo anelito all’unione con Dio, nell’ardore eucaristico, nel tratto mortificato e penitente, nella dedizione per i poveri e gli ultimi.

Le veniva attribuito anche un certo spirito profetico. Padre Gioacchino La Lomia, cappuccino morto in fama di santità, quando qualcuno andava da lui per chiedergli qualche “miracolo”, lo rimandava da Madre Vincenzina, dicendo: «È dalla Superiora del Ricovero che dovete andare, essa è la Santa e può farvelo».

All’indomani della sua morte si affermò il concetto che di lei si aveva, come di una «donna santa», «che compì santamente la vita». Il 2 febbraio 1894 padre Filippello disse: «Sembrami invece che sia avvenuta la sua glorificazione, […] mi sembra che il Cielo abbia glorificato l’anima della madre Vincenzina».

Dopo un lungo cammino, il 28 giugno 2012, il card. Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le Cause dei santi, proclamò Venerabile Vincenzina Cusmano, riconoscendo ufficialmente l’eroicità delle sue virtù. Un passo decisivo verso la beatificazione.

Il messaggio di Madre Vincenzina alla società contemporanea è chiaro: donare Cristo e parlare di Lui. Nella società contemporanea, afflitta da una povertà diversa, ma certamente più grave (tossicodipendenza, solitudine, emarginazione, disperazione esistenziale, abusi…), Vincenzina Cusmano ritornerebbe tra le nostre strade per parlare e per donare Gesù Cristo.

Il 6 gennaio 2026, solennità dell’Epifania, è stato giorno del bicentenario della nascita di Vincenzina Cusmano. Un’occasione preziosa. Non solo per ricordare la prima manifestazione del Signore al mondo. Ma per rinnovare il carisma di Vincenzina Cusmano. Per riscoprire. Per rilanciarsi.

Conclusione: Più madre che sorella

Torniamo al titolo: «Madre di colui che gli fu Padre e fratello». Vincenzina non fu solo sorella di Giacomo. Fu sua madre educatrice. Poi, quando Giacomo divenne sacerdote, lui divenne padre spirituale e lei figlia spirituale. E sempre rimasero fratello e sorella.

Lei lo aiutò a crescere quando la vera madre morì. Lei lo educò alla fede. Lei gli mostrò i poveri. E quando Giacomo divenne sacerdote, fondò il Boccone del Povero, istituì le due famiglie religiose, non fece altro che dare forma istituzionale a ciò che Vincenzina gli aveva trasmesso con la vita.

Il 6 gennaio 2026 non è stato, dunque, solo commemorazione. È stato profezia. È stato chiamata. E sarà rilancio di un’opera che, come il Bambino di Betlemme, nella sua povertà si manifesta Salvatore del mondo. Nel cuore di Dio, nel cuore dei poveri: due secoli di carità che si fa pane.

Perché Vincenzina Cusmano ha ancora molto da dire nel nostro tempo. Ha da dire che la santità è possibile. Che la vita consacrata è bella. Che il servizio ai poveri è gioia. Che la preghiera trasforma. Che la speranza non delude. Ha da dire che si può essere madri educatrici, anche senza generare biologicamente. Che si può educare con l’esempio più che con le parole. Che si può essere grandi, pur rimanendo piccoli.

Ha da dire che l’amore materno ed educativo è la forma più alta dell’amore umano. E che quando questo amore è trasfigurato dalla Grazia, diventa santità.

L’ago si è spezzato il 2 febbraio 1894. Ma il filo continua a unire, il lievito continua a fermentare. Perché la santità non muore: si nasconde come il lievito nella pasta, si dissolve come il filo nei punti invisibili della storia, ma continua a trapassare i cuori, a ricucire le lacerazioni, a far lievitare la speranza.

Vincenzina Cusmano è questo: ago, filo e lievito della Chiesa di allora e di oggi. Ago che accetta di trapassare, filo che ricuce ciò che è lacerato, lievito che trasforma in silenzio. Santità nascosta ma feconda, invisibile ma essenziale, piccola ma potente. Unita al povero Bambino di Betlemme, che si manifesta ai magi, ella racconta ancora il Vangelo della povertà e dei poveri. Come ha scritto papa Leone XIV, «i poveri non sono un diversivo per la Chiesa, bensì i fratelli e le sorelle più amati, perché ognuno di loro, con la sua esistenza e anche con le parole e la sapienza di cui è portatore, provoca a toccare con mano la verità del Vangelo» (dal Messaggio del santo Padre per la IX Giornata mondiale dei poveri, 16 novembre 2025, n. 5).

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Questo sito fa uso di cookies tecnici ed analitici, non di profilazione. Clicca per leggere l'informativa completa.

Questo sito utilizza esclusivamente cookie tecnici ed analitici con mascheratura dell'indirizzo IP del navigatore. L'utilizzo dei cookie è funzionale al fine di permettere i funzionamenti e fonire migliore esperienza di navigazione all'utente, garantendone la privacy. Non sono predisposti sul presente sito cookies di profilazione, nè di prima, né di terza parte. In ottemperanza del Regolamento Europeo 679/2016, altrimenti General Data Protection Regulation (GDPR), nonché delle disposizioni previste dal d. lgs. 196/2003 novellato dal d.lgs 101/2018, altrimenti "Codice privacy", con specifico riferimento all'articolo 122 del medesimo, citando poi il provvedimento dell'authority di garanzia, altrimenti autorità "Garante per la protezione dei dati personali", la quale con il pronunciamento "Linee guida cookie e altri strumenti di tracciamento del 10 giugno 2021 [9677876]" , specifica ulteriormente le modalità, i diritti degli interessati, i doveri dei titolari del trattamento e le best practice in materia, cliccando su "Accetto", in modo del tutto libero e consapevole, si perviene a conoscenza del fatto che su questo sito web è fatto utilizzo di cookie tecnici, strettamente necessari al funzionamento tecnico del sito, e di i cookie analytics, con mascharatura dell'indirizzo IP. Vedasi il succitato provvedimento al 7.2. I cookies hanno, come previsto per legge, una durata di permanenza sui dispositivi dei navigatori di 6 mesi, terminati i quali verrà reiterata segnalazione di utilizzo e richiesta di accettazione. Non sono previsti cookie wall, accettazioni con scrolling o altre modalità considerabili non corrette e non trasparenti.

Ho preso visione ed accetto