Anna Foa: “Il suicidio di Israele”

di:

foa

Stalin e Hitler hanno inconsapevolmente inculcato nelle due o tre generazioni a loro successive un timore profondo per ogni estremismo e una sorta di freno agli istinti fanatici. […] In questi ultimi anni evidentemente questo “regalo” di Stalin, di Hitler, dei militaristi giapponesi è giunto a scadenza. Il parziale vaccino che avevamo assorbito non fa più effetto. Odio, fanatismo, ribrezzo per il diverso, sete di sangue rivoluzionaria, febbre di “annientare una volta per tutte i malvagi in un bagno di sangue”: tutto ciò̀ sta di nuovo alzando la testa (Amos Oz).

Ci sono libri che nascono in risposta a un evento preciso, ma che non esauriscono la loro portata nell’immediatezza dell’attualità che li ha sollecitati. È quanto mi sembra accada con I cani del Sinai e con Il suicidio di Israele, opere profondamente diverse, ma accomunate dalla capacità di illuminare la situazione mediorientale e soprattutto di interrogare criticamente ed eticamente il nostro sguardo su di essa.

Luglio 1967: all’indomani della Guerra dei Sei Giorni, Franco Fortini dava alle stampe I cani del Sinai, un saggio destinato a scuotere il dibattito intellettuale italiano per la sua critica radicale alle politiche di Israele e dell’Occidente.

A distanza di oltre mezzo secolo, un’eco simile ha accompagnato l’uscita di Il suicidio di Israele di Anna Foa, ultimato nell’agosto del 2024. Entrambi intellettuali ebrei della diaspora, Fortini e Foa sono accomunati dall’urgenza di esaminare le derive del conflitto mediorientale, ponendosi come cronisti capaci di guardare oltre ogni logica di appartenenza, assumendo uno sguardo analitico, critico, non allineato alle logiche identitarie e nazionali.

I due saggi condividono la forma breve, ma, se il saggio di Fortini è di non facile lettura, per la scrittura ricercata, densa, diaristica, segnata dalla sua vocazione poetica, il libro di Foa si distingue invece per un linguaggio limpido e piano, accessibile a tutti – qualità che hanno contribuito al riconoscimento del Premio Strega per la saggistica e lo rendono ancora oggi uno strumento prezioso per un inquadramento dell’irrisolta crisi medio-orientale.[1]

***

In meno di cento pagine, il volume di Anna Foa – su cui insiste la nota che segue – condensa, infatti, con grande chiarezza la storia dello Stato ebraico e dello scontro con i palestinesi. Si tratta di una sintesi che, pur nella brevità, non sacrifica il rigore scientifico, proponendo una lettura che coniuga l’analisi storica accurata con una costante attenzione per il destino dei due popoli e per le vittime di questa tragedia.

Questa posizione di partecipe attenzione alle vittime di entrambe le parti in conflitto è dichiarata dall’autrice fin dal Preludio. «Queste pagine – scrive – contengono le riflessioni di un’ebrea della diaspora di fronte a quanto sta accadendo in Israele e in Palestina. Esse nascono dal dolore per l’eccidio del 7 ottobre e per quello dei morti e delle distruzioni della guerra di Gaza. È lo stesso dolore, per gli uni e per gli altri […]. Ma queste pagine nascono anche dalla convinzione che si possa ancora spiegare, parlare, distruggere con le idee miti e generalizzazioni, complicare le banalizzazioni, per rendere semplici e comprensibili i fatti e il pensiero, per aiutare a capire. Capire non basta, certo, ma senza comprensione non esistono possibilità».[2]

Nel corso del volume, il desiderio di comprendere dà vita a un’analisi che intreccia la condanna della politica di Israele con la condanna delle azioni di Hamas.

Da un lato, Foa critica con nettezza le riforme progettate dal governo Netanyahu ed evidenzia la profonda spaccatura interna a Israele preesistente al 7 ottobre 2023. Accusa il governo di destra oltranzista per aver intensificato la costruzione di insediamenti in Cisgiordania e per aver di fatto sabotato la soluzione dei due Stati in nome del progetto della «Grande Israele». Riconosce lucidamente come l’occupazione cinquantennale limiti pesantemente la democrazia israeliana e come la politica di pressione militare abbia paradossalmente rafforzato il consenso per Hamas tra i Palestinesi. Denuncia la politica genocidaria del governo Netanyahu, i massacri a Gaza con la violenza perpetrata su civili inermi, su bambini, donne e anziani.

Dall’altro lato, però, definisce senza mezzi termini l’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023 – con i suoi omicidi, gli stupri, la cattura di ostaggi – come un crimine atroce, rigettando l’interpretazione che lo qualifica come una forma legittima di «resistenza». Afferma che l’obiettivo dell’organizzazione terroristica era quello di provocare una reazione sanguinosa da parte di Israele per catalizzare l’attenzione globale sulla causa palestinese e come, per raggiungere questo scopo, avesse già messo in conto le vittime civili di Gaza. Infine, sostiene che Hamas, in linea con l’attuale politica della destra israeliana, sia contrario alla soluzione dei due Stati.

***

Terminato il 28 agosto 2024, scritto dunque poco dopo l’attacco del 7 ottobre 2023 e la conseguente operazione punitiva dell’esercito israeliano sulla popolazione civile di Gaza, il saggio non può evidentemente dire nulla su tante cose non ancora accadute, sugli sviluppi più cruenti della guerra, sulla fragile tregua in corso, sul trumpiano Board of peace; si propone, invece, di spiegare – e lo fa molto bene – come si sia potuti arrivare all’attuale situazione di drammatica contrapposizione, in cui le agende politiche di entrambe le parti sono dettate dalle frange più estreme e ogni tentativo di compromesso equo appare impraticabile, ogni via d’uscita sbarrata.

La spiegazione suggerita da Foa si articola in quattro capitoli. Il primo offre una visione d’insieme della storia dello Stato di Israele, fin dalle sue origini, segnate dalla nascita del sionismo nella seconda metà dell’Ottocento come movimento di autodeterminazione nazionale del popolo ebraico.

Orientato alla creazione di uno Stato nazionale sul modello europeo, il sionismo avrebbe conosciuto una parabola che, dai suoi esordi plurali, sarebbe approdata sempre più a un colonialismo di insediamento.

Segue un capitolo che approfondisce le rispettive identità dei due popoli. La nascita dello Stato di Israele nel 1948 aveva trasformato profondamente l’identità ebraica, sia in Israele sia nella diaspora.

Inizialmente critico nei confronti della diaspora e dell’emancipazione ebraica percepite come forme di dissoluzione identitaria, il sionismo rappresentava e voleva rappresentare una rottura tra il «nuovo mondo» israeliano e il «vecchio mondo» della diaspora.

Successivamente, però, la Legge del ritorno del 1950, che aveva permesso a ogni ebreo del mondo di ottenere la cittadinanza israeliana creando così un forte legame con Israele, e soprattutto il processo contro Eichmann, svoltosi del 1961 a Gerusalemme, segnarono una svolta: Israele si assunse il ruolo di custode della memoria della Shoah, fondando una nuova identità collettiva che unì Israele e diaspora. Da allora – nota Foa – ebrei e israeliani furono spesso confusi nel mondo esterno.

***

Parallelamente, l’identità palestinese si era consolidata con la «Nakba» o «catastrofe» del 1948, ossia l’esodo e l’espulsione dalle loro terre di centinaia di migliaia di palestinesi durante la guerra arabo-israeliana che trasformò profondamente la loro vita in quella di profughi. E come la Shoah è al cuore dell’identità ebraica, la Nakba è centrale per quella palestinese: entrambe fondate sul trauma e sulla perdita, costituiscono memorie nazionali contrapposte ma speculari. I due accadimenti sono infatti legati. Lo Stato di Israele nacque, in larga misura, come risposta all’antisemitismo europeo, che portò infine all’annientamento di due terzi degli ebrei d’Europa, ma si costruì al tempo stesso sulla distruzione e le rovine nazionali del popolo palestinese attraverso la Nakba. Il capitolo si chiude con una domanda aperta: è possibile conciliare memoria e giustizia, quando una delle due vittime è anche vittima dell’altra?

Nei due capitoli conclusivi, l’autrice passa in rassegna dapprima le occasioni di pace mancate e, infine, critica duramente le scelte politiche della leadership israeliana attuale, sostenendo che la gestione della crisi in corso – e in particolare la guerra a Gaza – sta conducendo Israele a un «suicidio» morale e politico.

Significativamente, apre l’ultimo capitolo, che dà il titolo al libro, una citazione tratta da un saggio di Amos Oz, a cui anche altri studiosi si richiamano in questi giorni difficili (recentemente anche Carlo Ginzburg, ad esempio). Il saggio si intitola Contro i fanatici e Oz si esprime in questi termini: «Sono convinto che solo i moderati interni alle rispettive società siano capaci di arginare i fondamentalisti». Lo scrittore era persuaso che la fine del conflitto israelo-palestinese non potesse derivare né da una vittoria militare né da un’imposizione esterna, ma soltanto da un compromesso doloroso e realistico. Immaginava un «divorzio equo», in cui due popoli, pur separati, imparassero a coabitare fianco a fianco nello stesso stretto spazio.[3]

Anche Foa sposa la soluzione dei due popoli, due stati, e annota che la condizione perché ciò possa accadere è che in Israele a prevalere siano i moderati, quei moderati che, prima del 7 ottobre, riempivano le piazze delle maggiori città israeliane per protestare contro le politiche del governo Netanyahu. Scrive: «Una parte non indifferente della società civile reagisce nonostante le crescenti difficoltà: chiede la cessazione delle ostilità, la liberazione degli ostaggi, le dimissioni del governo. Ci sono militari che rifiutano di andare a combattere a Gaza, preferendo la prigione. Si è formata addirittura un’organizzazione di genitori che invita i figli a rifiutare di combattere questa guerra. Basterà a rallentare o a fermare il suicidio di Israele? Come fermarlo se non attraverso una sollevazione dell’intera società? E come possono partecipare gli ebrei della diaspora?».[4]

***

La risposta a queste domande, purtroppo, resta sospesa. Oggi non vi sono i moderati al governo di Israele. Il legame sempre più stretto e incontrollato tra politica e religione – osserva Foa – ha progressivamente snaturato lo Stato rispetto all’originario progetto dei suoi fondatori laici. L’uso politico della religione finisce per giustificare, in modo pericolosamente ideologico, l’espansione territoriale e la conquista progressiva della West Bank, chiamata dai sionisti religiosi con i nomi biblici di Giudea e di Samaria, attuando una forma insidiosa di colonialismo di insediamento. L’ala più messianica vorrebbe la ricostruzione del Terzo Tempio, un progetto che implica la distruzione delle moschee sulla Spianata, in violazione degli accordi con la Giordania.

Mai – conclude Foa – potrà esserci una pace autentica e duratura senza giustizia e senza il riconoscimento effettivo, fondato su garanzie solide e condivise, dell’esistenza di due Stati. In altri termini, la condizione imprescindibile per la stabilità della regione risiede nel pieno sostegno al diritto all’autodeterminazione di entrambi i popoli coinvolti – israeliano e palestinese.

Ma chi è, in definitiva, il moderato nel quale sia Oz sia Foa ripongono le loro speranze di pace? È l’uomo – scrive Amos Oz – che ricorre più spesso al punto interrogativo che all’esclamativo, che possiede l’immaginazione necessaria per calarsi nella situazione dell’altro. La misura, la moderazione, come insegnavano gli antichi, è una postura etica prima ancora che politica. È la postura della «cronista» che aspira a raccontare i fatti a cui assiste con l’oggettività di una «lastra fotografica», a registrare l’orrore senza rinunciare all’umanità, senza mai cedere all’odio, secondo l’immagine evocata nel diario e nelle lettere da Etty Hillesum, la scrittrice ebrea olandese alla quale Anna Foa ha dedicato due saggi di grande finezza, la cui lettura mi sembra oggi particolarmente necessaria.

In un tempo in cui odio ed estremismo tornano a prevalere, non solo in Medio Oriente, queste letture rappresentano infatti un esercizio esigente di responsabilità intellettuale e morale.

Le tregue, gli armistizi, le spartizioni e gli accordi sono infatti decisi dai governanti sulla base di meri equilibri di potere (come purtroppo la storia ci ha insegnato e continua a insegnarci anche in questi giorni), ma la pace autentica e duratura – la «pax» teorizzata da Kant – può essere edificata solo sulla verità e sulla giustizia, e la sua realizzazione richiede l’impegno e la cooperazione responsabile «ora per ora» di ciascuno di noi, nessuno escluso.

Richiede il coraggio – come scriveva Fortini in conclusione di I cani del Sinai – di credere che la verità esiste, «assoluta nella sua relatività».

Venezia, 1° febbraio 2026


[1] Come osserva Francesco M. Cataluccio nella sua recensione apparsa, il libro è “scritto con grande chiarezza e misura, animato da passione e, talvolta, da un doloroso sdegno; ricco di informazioni ma privo di facili interpretazioni dei fatti, attento a restituire la complessità e anche l’ambiguità delle diverse questioni in campo” “Misura” è, anche a mio avviso, la parola chiave che può fungere da guida per orientarsi nelle riflessioni del libro (cf. F.M. Cataluccio, Il suicidio di Israele di Anna Foa).

[2] A. Foa, Il suicidio di Israele, Roma-Bari, Laterza, 2024, pp. VII-VIII.

[3] “Qualunque cosa è preferibile a tutto ciò! Sì, un divorzio equo. E chissà che alla fine, dopo aver portato avanti questo doloroso, equo divorzio, creando due stati, divisi grosso modo sulla base di realtà demografiche – non sto tracciando una mappa alla lavagna, beninteso, ma mi permetto di dire che le linee essenziali potrebbero essere simili a quelle precedenti al 1967, con alcune modifiche approvate da entrambe le parti e accordi speciali per quel che riguarda i luoghi santi di Gerusalemme, questa è più o meno la formula –, una volta completato questo divorzio e stabilita la spartizione, credo che gli israeliani e i palestinesi non avranno difficoltà a scavalcare il confine per una tazza di caffè insieme” (A. Oz, Contro i fanatici, edizione digitale).

[4] A. Foa, Il suicidio di Israele, cit., p. 80.

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Questo sito fa uso di cookies tecnici ed analitici, non di profilazione. Clicca per leggere l'informativa completa.

Questo sito utilizza esclusivamente cookie tecnici ed analitici con mascheratura dell'indirizzo IP del navigatore. L'utilizzo dei cookie è funzionale al fine di permettere i funzionamenti e fonire migliore esperienza di navigazione all'utente, garantendone la privacy. Non sono predisposti sul presente sito cookies di profilazione, nè di prima, né di terza parte. In ottemperanza del Regolamento Europeo 679/2016, altrimenti General Data Protection Regulation (GDPR), nonché delle disposizioni previste dal d. lgs. 196/2003 novellato dal d.lgs 101/2018, altrimenti "Codice privacy", con specifico riferimento all'articolo 122 del medesimo, citando poi il provvedimento dell'authority di garanzia, altrimenti autorità "Garante per la protezione dei dati personali", la quale con il pronunciamento "Linee guida cookie e altri strumenti di tracciamento del 10 giugno 2021 [9677876]" , specifica ulteriormente le modalità, i diritti degli interessati, i doveri dei titolari del trattamento e le best practice in materia, cliccando su "Accetto", in modo del tutto libero e consapevole, si perviene a conoscenza del fatto che su questo sito web è fatto utilizzo di cookie tecnici, strettamente necessari al funzionamento tecnico del sito, e di i cookie analytics, con mascharatura dell'indirizzo IP. Vedasi il succitato provvedimento al 7.2. I cookies hanno, come previsto per legge, una durata di permanenza sui dispositivi dei navigatori di 6 mesi, terminati i quali verrà reiterata segnalazione di utilizzo e richiesta di accettazione. Non sono previsti cookie wall, accettazioni con scrolling o altre modalità considerabili non corrette e non trasparenti.

Ho preso visione ed accetto