
In un breve arco cronologico la Chiesa passa da un pontificato, segnato da ombre e interferenze politiche, a un papato riformatore e santo, nel quale il primato romano assume sempre più il volto di un servizio all’unità ecclesiale in un’Europa attraversata da tensioni feudali, riforme e fratture.
Il pontificato di papa Leone VIII (originariamente un laico protoscriniario, ovvero capo della Cancelleria del Laterano) non è confortato da molti documenti, anzi c’è qualche commentatore che ritiene incerto se egli (peraltro, dopo ave ricevuto in un sol giorno tutti gli ordini sacri) possa essere considerato papa legittimo o antipapa.
Difatti, sedendo sul soglio di Pietro dal 6 dicembre 963 all’inizio del marzo 965 – subito dopo l’ultimo periodo di Giovanni XII che Ottone, nel corso di un sinodo in San Pietro, aveva accusato di condotta immorale e deposto –, l’ottavo Leone sarebbe stato comunque riconfermato dopo il breve pontificato di Benedetto V, eletto nel frattempo.
Ben documentato, invece, è il pontificato del nono papa che prende il nome di Leone (sul soglio di Pietro dal 1049 al 1054).[1] Segno evidente, tra l’altro, che la cancelleria pontificia è ormai molto ben organizzata, come si vede, ad esempio, dalla bolla che chiude uno degli atti promulgati;[2] i numismatici del 1600 descriveranno con esattezza che, sulla circonferenza della bolla medievale, si leggeva il motto “Misericordia Domini plena est terra” e, al centro, Leo Papa.
Leone IX è sommo Pontefice in un periodo che possiamo ritenere ancora feudale, come ricordano, tra l’altro, un privilegio alla chiesa di Treviri, rogato nell’anno 1049, che reca le sottoscrizioni di ben 11 vescovi radunati in sinodo,[3] nonché le diverse documentate conferme e corroborazioni di privilegi a vantaggio di monasteri e chiese di varie parti d’Europa.
Ovviamente, negli atti sono compresi i soliti riferimenti, tipici del mondo feudale, cioè il complesso di torri, case, vigne, orti, terre, campi, prati, pascoli e selve, nonché pantano e ruscelli, coi mulini ad acqua, chiese, monasteri-figlie, castelli, terreni colti e incolti.[4]
Si tratta, tuttavia, per quanto riguarda il nono papa Leone, di un pontificato che è passato alla storia come quello di un santo Pontefice. Così si ricava, tra l’altro, da un piccolo dossier agiografico,[5] che riporta testimonianze di «omnes presbyteri et diacones et cuncti Sanctæ Romanæ Ecclesiæ Catholici».[6]
A partire dal pio transito, segue il racconto dei miracoli avvenuti dopo la morte, dalla festa dall’Ascensione in poi. «Vere, inquit, inter sanctos coronatus sanctum», avrebbe attestato il demonio stesso, interrogato durante un esorcismo nei pressi del tumulo di papa Leone IX, secondo un altro racconto in parte considerato leggendario dalla storiografia.[7]
La fama di santità di Leone IX si estende comunque fuori Roma, fino a Benevento, dove viene eretta una chiesa in onore di colui che, detto anche papa viaggiatore e consacratore di nuove chiese, proprio a Benevento era stato detenuto in carcere dai Normanni.
Del resto, di tutto questo sembra parlare anche il suo stemma papale con otto lance a giglio, disposte a stella su leone rampante a sinistra, su chiavi decussate e sormontate da triregno.
L’uomo di nome Bruno, franco e gallo, nato nel 1002, erede di nobile famiglia feudale (suo padre era il conte Ugo, in un territorio di lingua germanica, dove si parlava principalmente il teutone), viene, dunque, consacrato vescovo il 12 febbraio 1049 e resterà papa per 5 anni, 2 mesi e 8 giorni, fino alla morte, intervenuta il 15 maggio 1054.[8]
Tra i due Leone, l’VIII e il IX, si coglie quasi un passaggio di soglia: dall’incertezza di un papato condizionato dall’intervento imperiale ottoniano alla figura di un Pontefice che, pur figlio del suo tempo feudale, inizia a interpretare il primato non solo come prerogativa giuridica, ma come responsabilità spirituale e morale sulla Chiesa universale.
Dello scritto da lui composto Sul conflitto tra virtù e vizi[9], l’editore dice di averne trovato un manoscritto a Colonia nel 1548, edito da Pietro Canisio, il quale attestava si trattasse di un manoscritto assai antico, diviso in ben 25 capitoli;[10] in ciascuno dei quali l’Autore introduceva un vizio e la sua virtù opposta, che combattono l’uno contro l’altra, a partire dal vizio dell’orgoglio contro l’umiltà, per finire con l’amore per questo mondo e il desiderio dei beni futuri.[11]
Tra millenarismi e riforme
Brunone era, dunque, nato il 21 giugno 1002, figlio dell’appena iniziato secondo millennio cristiano. A cinque anni venne inviato al Capitolo della cattedrale di Toul per l’educazione, come del resto avveniva anche per altri membri dell’alta nobiltà della Lotaringia.
Frattanto, negli ambienti cristiani un’antica dottrina di carattere escatologico si ripresenta: un tema, questo, già attestato nella predicazione del cristianesimo originario e ripreso con accenti diversi da movimenti e aggregazioni religiose nel corso dei secoli, che lo denomineranno millenarismo. Esso si fondava sull’interpretazione letterale di un passo di Apocalisse 20,1-3, che ricomparirà, per così dire, in forma “solenne” soltanto nel secolo XIII.
Tuttavia, già subito dopo il Mille, alcuni scrittori (a partire da Rodolfo il Glabro), nell’ambito della loro riflessione sulla decadenza del mondo e della Chiesa, iniziarono a citare, sulla scia del “millenarismo agostiniano”, come una sorta di profezia a posteriori circa eventi di carattere catastrofico, che sarebbero stati dei segni premonitori dell’imminente ritorno del Signore.[12]
Oltre a queste presunte istanze millenaristiche, il nuovo millennio dei tempi di Leone IX risulta caratterizzato da forti istanze di riforma della Chiesa,
Si potrebbe dire che il secondo millennio cristiano si apra sotto il segno di una duplice percezione: da un lato, il senso di crisi e di minaccia – anche con tonalità escatologica –, dall’altro, la coscienza, sempre più diffusa, che la Chiesa non possa limitarsi a sopravvivere, ma debba purificarsi, riformarsi, ritrovare la verità evangelica dei suoi ministeri.
Le Riforme sono caldeggiate, tra gli altri, da Ildebrando di Soana (il futuro papa Gregorio VII), da Pier Damiani, da Umberto da Silvacandida (il quale, tra l’altro otterrà che l’elezione del papa sia riservata ai cardinali, escludendo l’imperatore), nonché dallo stesso Leone IX, il cui ampio ventaglio di atti disponibili[13] ci consente d’intravvedere, tra l’altro, un interessante spaccato della prassi celibataria del clero latino.
Questo tema, come vedremo, risulterà anche uno dei diversi motivi del contendere tra la Roma di papa Leone IX e la nuova Roma costantinopolitana del patriarca Michele Cerulario. Proprio in questa stagione, infatti, si consumerà quello che viene denominato grande scisma di Oriente, che sarebbe avvenuto a partire dal 16 luglio 1054 (appena due mesi dopo la morte di papa Leone IX), generando, tuttavia, una discussione mai sopita sull’esistenza e la validità di un formale atto di scomunica, che il legato pontificio aveva forse già consegnato in Oriente a Cerulario, sancendo, in tal modo, la perdita delle preziose Chiese orientali, come oggi, in un ben diverso cammino per l’unità dei cristiani, le ha denominate papa Leone XIV.
Egli ha, infatti, affermato, mercoledì, 14 maggio 2025, rivolgendosi ai partecipanti al Giubileo delle Chiese orientali (quelle legate a Roma, non quelle ancora separate), che le Chiese orientali sono preziose, per cui il Pontefice romano si è detto felice d’incontrare i convenuti e di dedicare ai fedeli orientali uno dei primi incontri del proprio pontificato.
L’attuale Leone non ha mancato di fare un discorso più generale sull’Oriente cristiano, nel quale vi sono ancora anche le Chiese separate: «La Chiesa ha bisogno di voi. Quanto è grande l’apporto che può darci oggi l’Oriente cristiano! Quanto bisogno abbiamo di recuperare il senso del mistero, così vivo nelle vostre liturgie, che coinvolgono la persona umana nella sua totalità, cantano la bellezza della salvezza e suscitano lo stupore per la grandezza divina che abbraccia la piccolezza umana! E quanto è importante riscoprire, anche nell’Occidente cristiano, il senso del primato di Dio, il valore della mistagogia, dell’intercessione incessante, della penitenza, del digiuno, del pianto per i peccati propri e dell’intera umanità (penthos), così tipici delle spiritualità orientali! Perciò è fondamentale custodire le vostre tradizioni senza annacquarle, magari per praticità e comodità, così che non vengano corrotte da uno spirito consumistico e utilitarista».[14]
Ritornando sulla medesima questione del cosiddetto “strappo” con le Chiese di Oriente, il 28 giugno di quest’anno, papa Leone XIV, si è rivolto alla delegazione della Chiesa di Costantinopoli, nova Roma, ricordando: «Dopo secoli di disaccordi e incomprensioni, il riavvio di un autentico dialogo tra le Chiese sorelle di Roma e di Costantinopoli è stato possibile attraverso i coraggiosi e lungimiranti passi compiuti da papa Paolo VI e dal Patriarca Ecumenico Atenagora. I loro venerati successori nelle Sedi di Roma e di Costantinopoli hanno continuato con convinzione nello stesso cammino di riconciliazione, rafforzando ulteriormente le nostre relazioni. A tale proposito, desidero menzionare la testimonianza di sentita vicinanza nei confronti della Chiesa Cattolica offerta dal Patriarca Ecumenico Sua Santità Bartolomeo, con la sua personale partecipazione alle esequie di papa Francesco e poi alla Messa inaugurale del mio Pontificato».[15]
È, dunque, proprio il pontificato di papa Leone IX a consentirci di ripercorrere e mettere a punto, se non la genesi, almeno i molti perché delle reciproche incomprensioni, che condussero allora al grande scisma, come solitamente è chiamato, i cui riverberi, come in un’onda di memoria epigenetica, si riverberano sulle attuali attenzioni della Chiesa di Roma.
Da parte sua, nell’anno stesso della sua elezione (1049), papa Leone IX, evidentemente mosso da uno spirito di riforma e di sinodalità nel cammino delle Chiese, aveva radunato un concilio per porre fine agli scandali della simonia e per vietare ai preti latini il matrimonio; tenne poi a Reims un secondo concilio per la riforma della Chiesa di Francia. Nel 1050, condannò, a Vercelli, l’eresiarca Berengario; successivamente viaggiò per circa due anni in Lorena e in Germania, per ristabilire e uniformare la disciplina del clero.[16]
I documenti della sua cancelleria ci raccontano altresì di numerosi altri interventi disciplinari circa i rapporti tra vescovi e monasteri, per esempio tra il monastero perugino di santa Maria di Valleponte che ha sottratto beni ai perugini e al vescovo di quella diocesi.[17]
Inviò, infine, dei legati a Costantinopoli (1053), con lo scopo di perseguire con ogni mezzo la conciliazione con le Chiese di Oriente, in particolare con il patriarca Michele Cerulario.
Fattori che condussero al “grande scisma d’Oriente” e spunti per il dialogo attuale
Secondo la Vita attribuita a Wiberto di Toul, nel corso del papato di Leone IX vengono al pettine diverse premesse di quello che sarà, subito dopo la morte del Pontefice, la diffusione di quello che viene spesso inventariato come il grande scisma.
Nella prospettiva del dialogo ecumenico odierno, ci viene ricordato di contestualizzare bene i fatti e discutere attentamente i motivi di divergenza. Ridurre tutto al momento dello “scisma del 1054” è, infatti, una semplificazione scolastica: dietro quella data, stanno secoli di progressivo allontanamento, in cui si intrecciano differenze dottrinali, usi liturgici, rivalità politiche e ferite di memoria che solo oggi, lentamente, si prova a guarire anche grazie alle istanze giubilari del 2025.
Certo, non erano mancate, anche nei secoli precedenti al papato del nono Leone, scomuniche reciproche tra i due patriarchi di Roma (la grande Roma dell’imperatore Costantino) e di Costantinopoli (definita negli atti anche nova Roma), per esempio in relazione al diverso atteggiamento tenuto nei confronti di alcune formulazioni dottrinali (come il monofisismo) ma soprattutto sembrano esser riferite ai contesti politici (che registrano, tra l’altro, un tentativo dell’imperatore d’Oriente di riacquistare potere in Italia), nonché alle reciproche ingerenze di alcuni patriarchi nel governo delle venerande Chiese di Oriente (soprattutto Alessandria, Gerusalemme, Antiochia, Costantinopoli).
I quasi mille anni di dissapori arrivano a un punto critico, come ricaviamo dalla documentazione della cancelleria di Leone IX, proprio nel 1043, anno della nomina imperiale di Michele Cerulario a patriarca di Costantinopoli.
Cerulario avrebbe apertamente preso posizione contro la tradizionale dottrina teologica del Filioque, rilanciata invece da papa Leone IX, secondo la quale bisogna professare che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio (per la gran parte della tradizione ortodossa, invece, lo Spirito discende dal Padre mediante il Figlio).[18]
A tale questione squisitamente linguistico-teologica, si aggiungevano, ai tempi di Cerulario e di papa Leone IX, alcune divergenti prassi di carattere liturgico e disciplinare: nella Chiesa cattolica, infatti, era stato introdotto il celibato ecclesiastico, mentre nella Chiesa ortodossa continuavano ad essere ordinati uomini sposati.
Tuttavia, Michele attaccava altresì la tonsura, il taglio della barba per i preti cattolici e la celebrazione dell’eucaristia con pane azzimo, per cui giunse a proibire il rito latino in tutte le chiese sotto la sua giurisdizione.[19]
Dalla documentazione della cancelleria di papa Leone IX,[20] apprendiamo anzitutto interessanti precisazioni su uno dei motivi disciplinari del contendere, cioè sugli orientamenti circa il celibato ecclesiastico da parte della Chiesa di Roma.
L’interessante documento romano riguarda, infatti, le nozze dei chierici e la promozione agli ordini di uomini già coniugati, non senza la retta interpretazione di 1Cor 9,5 (nel latino della Vulgata: “Numquid non habemus potestatem sororem mulierem circumducendi sicut et ceteri apostoli et fratres Domini et Cephas?”).
Il passo paolino, precisa l’atto della cancelleria di Leone IX, non parla di amplessi dei chierici con una donna-sorella, ma soltanto di portare in giro e appresso a sé delle donne da sostentare con la mercede della predicazione: gli stolti non ne avrebbero dovuto mai ricavare, dunque, che fosse ritenuto lecito avere con esse anche dei rapporti carnali. Si tratta, precisa l’appunto documentale con l’elenco degli allora presenti gradi gerarchici ordinati, di ostiari, lettori, esorcisti, accoliti, suddiaconi: a costoro – se essi, contro la solita prassi, indossassero l’abito monastico e non volessero osservare l’obbligo della continenza –, viene permesso, con la benedizione sacerdotale, di prendere una moglie vergine, non però una vedova ripudiata.
Pertanto – prosegue il documento – coloro che contravvengono, non possono essere promossi al suddiaconato; neppure potrà essere promosso al chiericato un laico che abbia scelto una moglie vergine, oppure sia bigamo; e se uno, provenendo dalle predette situazioni, desiderasse ascendere al suddiaconato, non lo potrebbe fare senza il consenso della propria moglie, di modo che il vincolo coniugale, da carnale, sia diventato soltanto spirituale, e comunque senza la costrizione di alcuno; neppure si permetteva che la moglie, successivamente, si potesse congiungere carnalmente col proprio marito, anzi a nessuna donna era permesso di sposarsi mentre egli restava in vita e neppure dopo la morte di lui.
Il racconto documentato di quello che oggi denominiano Scisma d’Oriente viene addebitato, dalla cancelleria pontificia, al patriarca Michele Cerulario.[21] Succeduto al patriarca Alessio nel mese di febbraio 1044, Michele (dopo un periodo di esilio, al tempo in cui i Greci dell’Apulia si erano ribellati all’imperatore di Oriente) indirizza a papa Leone una lettera, che il mittente caratterizza come «molto umile»,[22] ma in cui si fa anche cenno a quella che Leone IX apostroferà, invece, come “favola popolare di una donna sul soglio pontificio” (quella della papessa Giovanna).[23] Ma soprattutto – come si legge – viene dal papa di Roma contestata la critica serrata che Cerulario rivolgeva alla prassi liturgica di Roma, dove si utilizzava il pane azzimo nel divin sacrificio.
In ogni caso, Leone IX, che continua a rivendicare il proprio ruolo di primate della Chiesa universale e, quindi, la sua autorità anche su Costantinopoli, invia una delegazione, guidata dal cardinale Umberto da Silvacandida e composta dagli arcivescovi Federico di Lorena e Pietro di Amalfi, per trattare una pacificazione con il “ribelle” Michele: le loro intenzioni non dovettero, tuttavia, apparire così pacifiche.
Che il motivo del contendere riguardasse alcune divergenze dottrinali e liturgiche tra Occidente e Oriente, si può verificare ricordando che, ancora duecent’anni dopo, papa Gregorio X chiederà personalmente a Tommaso d’Aquino di partecipare al secondo Concilio di Lione, che si sarebbe dovuto aprire il 1° maggio 1274, chiedendogli di portare con sé una copia del suo trattato Contro gli errori dei greci. Composto per Urbano IV, l’Aquinate – partito da Napoli con Reginaldo e altri all’inizio di febbraio –, avrebbe, dunque, dovuto parlarne a Lione.[24]
Nel capitolo della Historia di Guglielmo di Tocco, biografo accreditato dell’Angelico, si legge: «Poi il nostro dottore partì verso il concilio generale che doveva aver luogo a Lione, in risposta all’appello del papa Gregorio X. Egli portava con lui l’opera che aveva composto contro i Greci su richiesta di papa Urbano IV, allo scopo di convincerli della vergona della loro eresia scismatica».[25]
Si ricordi che, attraverso gli stessi padri greci, ricavati dalle Collationes patrum di Giovanni Cassiano (ca 370-ca 435), nel suo studio di un libello di Nicola di Crotone, Tommaso d’Aquino assumeva un atteggiamento positivo e incoraggiante (oggi da riprendere, come ci ricorda il Dicastero vaticano per l’unità dei cristiani) riguardo a un possibile dialogo con gli orientali. Cercava, infatti, di mostrare gli sviluppi dottrinali utili che si potevano trarre, seppur a condizione che venissero corrette certe formule deficienti: le autorità patristiche greche, invocate dall’autore più noto del Medioevo cristiano, insegnavano la vera fede, per cui Tommaso mostrava una grande fiducia nei Padri greci, astenendosi dal criticarli e, piuttosto, cercando di raccogliere dai loro testi il «veræ fidei fructus purissimus».
Lo stesso Dottore Angelico faceva notare che, prima dell’apparizione delle eresie, i Padri avevano parlato con minore precisione che non successivamente i teologi, per cui si dovrebbe tener conto di questo e spiegare, con rispetto, ciò che essi scrissero.
Chiedeva, anche, di far attenzione alle difficoltà derivanti dalla natura propria delle diverse lingue, per esempio nell’uso della parola hypostasis (ipostasi, sussistenza o sostanza?).
Nella traduzione dal greco verso il latino, continuava Tommaso d’Aquino, si deve conservare il senso voluto dai Padri greci, ma modificare, nell’ottica dei latini, il modo di esprimersi, ad esempio circa la controversa proposizione che lo Spirito Santo è l’immagine del Figlio.
Nella seconda parte dell’opera, Tommaso esaminava altresì come, dai testi dei Padri greci, può scaturire l’autentica dottrina della fede, anche circa i quattro punti ancora controversi tra i cristiani orientali e i cattolici.
Non dovremmo oggi riprendere questa lezione tommasiana in vista del superamento della deprecabile situazione di “separazione”?
Sono, infatti, ancora in questione: la processione dello Spirito Santo dal Figlio di Dio; il senso del primato del Romano Pontefice;[26] la celebrazione dell’eucaristia con pane azzimo; la realtà del purgatorio.
Ricordiamo, altresì, nella medesima linea di ripresa contemporanea del dialogo, che anche papa Pio XI, il 12 novembre 1923, nell’enciclica Ecclesiam Dei, aveva addebitato al diavolo lo spirito di separazione di Bizantini dalla Chiesa ecumenica: «Orbene nessun’altra prerogativa mai “l’uomo nemico” avversò più ostilmente che l’unità di governo nella Chiesa, come quella cui va congiunta, “nel vincolo della pace”, l’unità dello spirito; e se il nemico non poté giammai prevalere contro la Chiesa stessa, ottenne nondimeno di strappare dal seno di lei non piccolo numero di figli, e perfino popoli interi. A sì gran danno non poco conferirono sia le lotte delle nazionalità fra di loro, sia le leggi contrarie alla religione e alla pietà, sia anche l’amore soverchio ai beni perituri della terra. Fra tutte la maggiore e la più lagrimevole fu la separazione dei Bizantini dalla Chiesa ecumenica. Sebbene fosse sembrato che i Concilii di Lione e di Firenze potessero porvi rimedio, tuttavia essa si rinnovò successivamente e perdura tuttora con immenso danno per le anime. Vediamo, quindi, come furono traviati e andarono, perduti, insieme con altri, gli Slavi orientali, benché questi fossero rimasti più a lungo degli altri nel seno della madre Chiesa. Si sa, infatti, che essi mantennero ancora qualche relazione con questa Sede Apostolica, anche dopo lo scisma di Michele Cerulario: e queste relazioni, interrotte dalle invasioni dei Tartari e dei Mongoli, furono riprese successivamente e continuarono sin tanto che non ne furono impediti dalla caparbietà ribelle dei potenti».[27]
I rapporti tra la prima e la seconda Roma dal punto d vista di Leone IX
Qualunque nuovo rinnovato dialogo ecumenico non potrà, quindi, non tener conto dei testi e dei documenti della cancelleria di Leone IX, il quale ricordava, con potente immagine, che Pietro e i suoi successori sono come i cardini di una porta: «E così come il cardine, restando fisso, apre e chiude la porta, altrettanto fa Pietro e i suoi successori, che hanno libero giudizio su tutta la Chiesa a cui nessun si può opporre, dal momento che summa sedes a nemine iudicatur. Per questo i chierici del papa sono denominati cardinales, in quanto stanno più da presso a quel cardine, da cui tutto il resto viene».[28]
L’esordio dell’argomentazione di Leone IX fa appello al vangelo di Lc 2: qui appare con forza una delle chiavi di lettura più preziose del pensiero di Leone IX: il primato romano non è concepito come un “privilegio” da opporre ad altri, ma come il punto di convergenza dell’unità, il cardine che, restando fisso, permette alla porta della Chiesa di aprirsi e di chiudersi ordinatamente.
Con l’augurio di pace in terra rivolto a tutti uomini di buona volontà, a cui segue una serie di passi neotestamentari che configurano e descrivono il bene della pace nella stessa formula teologica circa il Padre e il Figlio: «Nec his contentis Patri aequalis, Patreque minor, pro hac ipsa Patrem deprecatur».[29]
Tuttavia – prosegue il nono Leone –, guai al mondo per gli scandali di coloro che non seguono il monito ad essere un cuor solo e un’anima sola: la tunica non cucita di Cristo non va separata, mediante i sillogismi e le argomentazioni dei filosofi; non sia separata la Chiesa una, santa, perfetta e immacolata; guai agli uomini che per superbia e arroganza seminano zizzania.
Tantissime sono le pagine della Bibbia addotte contro questa insania degli eretici, con un appello peculiare rivolto al patriarca di Costantinopoli a desistere dalle critiche rituali alla Chiesa latina: «Tu a noi carissimo e ancora da chiamare fratello in Cristo e vescovo di Costantinopoli e tu Leone Acridano avete condannato come nuova presunzione il fatto che la Chiesa latina usi pane azzimo per la commemorazione della passione del Signore»:[30] quel rito – argomenta papa Leone IX – è stato consegnato da Pietro, la ferma Pietra su cui è stata edificata la Chiesa, ma nella sede di Costantinopoli la critica a Roma ha, invece, preso piede a partire da Eusebio di Nicomedia, ed è giunta a deporre perfino Giovanni Crisostomo […] fino al vescovo Pirro, eresiarca seguace di Macario di Antiochia, condannato da papa Teodoro […], gli orientali sono incorsi nel tumore dell’eresia coi loro infondati pregiudizi nei confronti della suprema sede. È stato l’imperatore Costantino a promulgare il primato della sede di Roma: così come in terra Pietro è stato costituito vicario del Figlio di Dio, così anche i pontefici, successori del principe degli apostoli, hanno, dunque, la potestà di primato: essa –argomenta la cancelleria di papa Leone IX – fu concessa da Costantino che conferì al papa il suo diadema, conferendogli il primato sulle sedi di Alessandria, Antiochia, Gerusalemme e Costantinopoli.
L’insolenza degli Orientali, inoltre, deve smetterla di parlare di azzimi, ricordando piuttosto il nefando sinodo in cui si decide l’iconoclastia. Dio non voglia che la sede costantinopolitana accusi Roma di aver portato una donna sulla sede, essa che porta al chiericato, come si legge nel documento papale di Leone IX, degli eunuchi privi di una certa parte del corpo: forse la chiesa di Roma in Occidente non è la madre di quella di Costantinopoli in Oriente? La fede della Chiesa romana resisterà in eterno, perciò i suoi chierici sono detti cardinali, ovvero cardini da cui sono mossi tutti gli altri. Restiamo un solo corpo e un solo spirito.
L’accorata perorazione di Leone IX continua nell’Epistola a Pietro vescovo di Antiochia – che evidentemente aveva insinuato dei dubbi sul Credo di Roma –, emettendo una rilevante professione di fede in cui, dopo aver anatematizzato tutte le eresie, il Pontefice romano proclama di recepire integralmente i primi quattro concili ecumenici, che come diceva Gregorio Magno,[31] egli venera come i quattro evangeli, poiché su di essi, come su quattro pietre, è fondata la santa Chiesa.[32]
Anche la successiva Epistola ‘Nam Romanae Ecclesiae’ ad Michaelem Cerularium Constantinopolitanum, rivendica soprattutto il primato della sede di Roma, in quanto sede di Pietro, su tutte le altre sedi episcopali e patriarcali di Occidente e di Oriente (come, peraltro, si aggiunge di nuovo, confermato dall’imperatore Costantino), dichiarando infondata la critica orientale che a Roma si usa del pane azzimo nel santo sacrificio, nonché la diceria che una donna fosse stata posta sulla sede di Roma (allusione alla leggenda della papessa Giovanna).
Enuncia, poi, molto significativamente per il nostro oggi, i sette concili ecumenici a cui tutte le Chiese devono aderire: primo, il concilio dei 318 padri a Nicea, celebrato sotto papa Silvestro e Costantino il grande, a cui intervennero i presbiteri romani Vittore e Vincenzo; inoltre, il Costantinopolitano primo: poi il primo concilio di Efeso, celebrato sotto papa Celestino e il giovane Teodosio, nonché il concilio calcedonese. In pari modo, afferma Leone IX, «vennero gli altri tre concili: il secondo di Costantinopoli, il terzo di Costantinopoli contro i monoteliti, infine il secondo di Nicea sul culto delle immagini di Gesù e dei santi. Tutto questo, fratello carissimo, ti invitiamo a vivere».
Già in questi episodi si intravede un’intuizione che la teologia del Novecento e il magistero recente riprenderanno con maggiore equilibrio: l’insistenza sul primato della Sede romana come garanzia dell’ortodossia non dovrebbe mai trasformarsi in motivo di umiliazione per l’Oriente, ma in proposta di comunione, in offerta di una forma di servizio che custodisce, e non annulla, le legittime differenze, anche nelle formulazioni della dottrina e, soprattutto, della prassi liturgica.
Anche la Lettera al patriarca Michele di Costantinopoli[33] – in risposta a una lettera ricevuta, nella quale il patriarca aveva anatematizzato tutti coloro che partecipassero ai sacramenti celebrati con gli azzimi –, papa Leone ricorda che Cristo non usò del pane fermentato, ma, come tramanda il vangelo Luca, degli azzimi e vino nuovo; inoltre, si congratula col destinatario perché egli ora sta promuovendo l’unione tra Greci e Latini, difende la consacrazione degli azzimi, che la Chiesa latina continua a utilizzare in linea con quanto fece lo stesso Cristo. La Chiesa di Roma, in quanto capo e madre di tutte le Chiese, ha, infatti, delle membra e dei figli nel mondo intero; per cui qualunque Chiesa dissenta, per superbia, dalla Chiesa che è madre e capo, non può più essere denominata Chiesa, bensì è una conventicola di scismatici e una sinagoga di Satana.
A sua volta, la Lettera a Costanzo Manomaco, imperatore della nuova Roma,[34] si congratula con Michele di Costantinopoli che, dopo tante lotte, si è fatto pacificatore tra le Chiese; a lui il Vescovo di Roma, che ha il dovere di vigilare su tutte le Chiese, riferisce le tante violenze e distruzioni di edifici sacri, ricordando gli antichi proverbi i quali raccomandavano più la madre che ci genera e istruisce per la vita eterna, anziché quella che ci genera per la morte e ci ama e istruisce carnalmente.
Leone dice di vedere, invece, della gente estranea (verosimilmente i Normanni), che va devastando chiese e uccidendo i cristiani, mentre depreda e spoglia basiliche, inducendo, perciò, il «carissimo e famosissimo figlio nostro Enrico» a scendere in aiuto del Papa.
La supplica – rivolta a colui che è successore del grande Costantino –, lo esorta a imitarne oggi la devozione nei confronti della sede di Roma e, secondo un’accomodata etimologia del nome Costanzo, a farlo con costanza.
Inoltre, Leone IX ricorda che l’arcivescovo Michele gli ha diretto una lettera esortatoria, sollecitante alla concordia e all’unità, ma, tuttavia, ha pure anatematizzato coloro che celebrano i sacramenti dagli azzimi, anzi sta cercando di esautorare i patriarchi di Antiochia e di Alessandria. Leone si riferisce, altresì, evidentemente alla legazione che doveva concordare la pacificazione di Roma con l’Oriente, in quanto si rassicura l’imperatore che nulla egli dovrà temere dal vescovo di Amalfi, che è stato quasi per un anno col Papa e con lui ha concordato tutto.
Dal grande scisma al dialogo inarrestabile
Guai al mondo per gli scandali di coloro che non raccolgono il monito ad essere un cuor solo e un’anima sola (cf. At 4,32), ricordava, apparentemente inascoltato, papa Leone IX. La tunica non cucita di Cristo non va separata mediante i sillogismi e le argomentazioni dei filosofi: non sia separata la Chiesa una, santa, perfetta e immacolata; guai agli uomini che, per superbia e arroganza, seminano zizzania (cf. Mt 13,24-30)!
Tantissime erano le pagine della Bibbia recate a sostegno da papa Leone IX per arginare questa insania degli eretici, come scrive testualmente a Cerulario: «Tu a noi carissimo e ancora da chiamare fratello in Cristo e vescovo di Costantinopoli e tu Leone Acridano avete condannato come nuova presunzione il fatto che la Chiesa latina usi pane azzimo per commemorare la passione del Signore».[35] E invece, quell’antico rito è stato consegnato da Pietro in persona, cioè da colui che è la ferma Pietra su cui è stata edificata la Chiesa (cf. Mt 16,18). Purtroppo – lamenta Leone – nella sede di Costantinopoli la critica a Roma ha preso piede a partire da Eusebio di Nicomedia (arrivando a deporre perfino Giovanni Crisostomo), fino a giungere al vescovo Pirro, eresiarca seguace di Macario di Antiochia, già condannato da papa Teodoro.
Il tumore dell’eresia e dei pregiudizi nei confronti della suprema sede di Roma non tiene conto, tuttavia, del fatto (ecco un argomento ricorrente!) che fu lo stesso imperatore Costantino a promulgare il primato della sede di Roma: così come, in terra, Pietro è stato costituito vicario del Figlio di Dio, altrettanto anche i Pontefici romani, successori del principe degli apostoli, hanno la potestà di primato – concessa appunto da Costantino, il quale conferì al papa il suo diadema –, sulle sedi orientali di Alessandria, Antiochia, Gerusalemme e Costantinopoli.
Invece di discutere di azzimi, quelle Chiese di Oriente farebbero, pertanto, bene a ricordare il nefando sinodo in cui venne decisa l’iconoclastia; inoltre, Dio non voglia che la sede costantinopolitana accusi Roma di aver portato una donna sulla santa sede, mentre è proprio la sede orientale a portare al chiericato degli eunuchi privi di una certa parte del corpo.
Di fronte a questi strumenti scritti, istituzionalmente innovativi per l’affermazione del primato romano, la posizione del vescovo di Roma all’interno della Chiesa latina si consoliderà, anche grazie alla vivace elaborazione dei canonisti, nonché al ruolo svolto da diverse congregazioni monastiche, nel più ampio quadro dell’azione riformatrice nella cristianità intera, ormai in possesso di strumenti normativi più efficaci, che meglio sembravano porsi come possibile modello di una riforma, che ormai appariva impostata su dei solidi fondamenti biblici e giuridici.[36]
Così, dal problematico pontificato di Leone VIII – quasi sospeso tra legittimità discussa e pesanti condizionamenti politici – al profilo forte e spiritualmente trasparente di Leone IX, si consuma un tratto decisivo di maturazione dell’autoconsapevolezza del papato: non più soltanto oggetto di contesa tra poteri, ma soggetto attivo di riforma, difensore della fede e, suo malgrado, protagonista di uno strappo che ancora interpella la coscienza ecclesiale.
Il carattere forte di Leone IX e la sua radicalità, però, non aiutarono il dialogo tra due mondi ormai sempre più lontani non soltanto geograficamente, nonché tra vere e proprie fazioni contrapposte: Umberto di Silvacandida, legato pontificio, negherà perfino la legittimità dell’elezione di Michele, il quale risponderà rifiutandosi di ricevere la delegazione.
Ed ecco che – come riferiscono le fonti – il 16 luglio 1054 Umberto depone sull’altare della chiesa di Santa Sofia una bolla di scomunica. Paradossalmente, tuttavia, ci si può domandare se quella scomunica abbia ancora valore legale, dal momento che, frattanto, qualche mese prima, esattamente il 19 aprile, papa Leone IX era già morto e il nuovo papa Vittore II sarà eletto soltanto a settembre.
Tradizionalmente lo scisma viene ancora associato all’anno 1054, tuttavia questa è oggi ritenuta una data più simbolica che storica, tanto più che non ci fu un formale scisma tra Oriente e Occidente nella Chiesa, non avendo avuto luogo alcuna reciproca condanna formale.
Nonostante questo, la separazione verrà presa molto sul serio da Michele che, a sua volta, il 24 luglio scomunicherà tutta la delegazione romana, mentre cattolici e ortodossi si lanceranno ancora reciproci anatemi.
Questa volta, lo strappo sembrerà destinato a non ricomporsi più e le due Chiese continueranno a crescere in parallelo, allontanandosi sempre di più nella liturgia e nella struttura gerarchica (autocefala nella Chiesa ortodossa, mentre a Roma il papa rivendicherà soltanto per sé il titolo di “vicario di Cristo” contrapponendosi a qualsiasi altro potere).
Dal grande scisma enunciato, tuttavia, uno scisma reale si consumerà durante le crociate, allorquando i latini rimpiazzeranno i Vescovi ortodossi delle sedi orientali con dei Vescovi latini (ad Antiochia ciò accade nel 1098, a Gerusalemme nel 1099), mentre la successiva conquista di Costantinopoli, nel 1204, da parte dei Franchi nel corso della IV crociata, con lo scempio che ne seguì, sancirà davvero una definitiva spaccatura: una vera e propria orgia crociata, condotta in nome di Roma, non ferma un’orda di soldati cristiani che entrano in Santa Sofia e, sotto l’immagine del Pantocratore, fanno a pezzi l’altare per prenderne l’oro, spaccarne le icone, gettarne perfino i Santi Doni sul pavimento, devastarne i vasi sacri per estrarne i gioielli, strapparne i mosaici e gli arazzi dai muri, fino a profanare, con una prostituta, lo stesso trono del patriarca.
Non è un caso che, come riferiva Vatican News del 13 luglio 2020, durante l’Angelus domenicale, papa Francesco, in presenza di una nuova “profanazione” di Santa Sofia stavolta da parte islamica, si dirà ancora “molto addolorato”: inaugurata nel 537 sotto l’imperatore cristiano Giustiniano, essa era diventata moschea nel 1453 con la conquista di Costantinopoli da parte degli Ottomani e convertita in museo nel 1934 da Atatürk, e che, ai tempi di papa Francesco, ormai tornava ad essere un luogo di culto islamico (come deciso dalle autorità turche il precedente 10 luglio).[37]
E, tuttavia, restava il dato di fatto del 7 dicembre 1965, quale frutto conciliare, allorché «nella Chiesa Patriarcale di San Giorgio al Fanar a Costantinopoli e nella Basilica di San Pietro a Roma i massimi rappresentanti delle due comunità ecclesiali cancellarono gli anatemi reciproci del 1054 «dalla memoria e dal mezzo della Chiesa», come si legge nella dichiarazione congiunta, affinché non potessero più rappresentare «un ostacolo al riavvicinamento nell’amore».
Nel consegnare all’oblio le sentenze di scomunica del 1054, in maniera solenne e legalmente vincolante, papa Paolo VI e il patriarca Athenagora dichiararono anche che «esse non appartenevano più all’inventario ufficiale delle Chiese».[38]
Oltre alle lamentate ri-destinazioni di antiche basiliche cristiane, restano, purtroppo ancora non risolte le discussioni su se e come sia possibile la comunione eucaristica tra cattolici e ortodossi.
Ormai, tuttavia, il dialogo tra i cristiani, anche rimeditando gli atti del nono papa col nome di Leone, resta ed è inarrestabile. Disse una volta papa Francesco: «L’ecumenismo esiste già come realtà anzitutto locale. Molti fedeli – penso soprattutto a quelli in Medio Oriente ma anche a quanti sono emigrati in Occidente – vivono già l’ecumenismo della vita nella quotidianità delle loro famiglie, del lavoro, delle frequentazioni di ogni giorno. E sperimentano spesso insieme l’ecumenismo della sofferenza, nella comune testimonianza al nome di Cristo talvolta pure a costo della vita. L’ecumenismo teologico dovrebbe dunque riflettere non solo sulle differenze dogmatiche sorte nel passato, ma anche sull’esperienza attuale dei nostri fedeli. In altre parole, il dialogo sulla dottrina potrebbe adeguarsi teologicamente al dialogo della vita che si sviluppa nelle relazioni locali e quotidiane delle nostre Chiese, le quali costituiscono un vero e proprio luogo teologico».[39]
Conclusione
Dal breve e storicamente controverso pontificato di Leone VIII al papato santo e riformatore di Leone IX, si delinea una traiettoria che segna in profondità il volto della Chiesa latina. Nel primo vediamo le ombre di un papato ancora molto esposto alle pressioni dei poteri secolari; nel secondo, la volontà di restituire al ministero di Pietro la sua fisionomia evangelica, pur dentro le categorie e le ferite del mondo feudale.
Proprio in Leone IX il primato romano si manifesta con una forza nuova: è difesa della retta fede, impulso alla riforma del clero, ma anche punto di massima tensione con l’Oriente cristiano. La tunica non cucita di Cristo, che egli implora di non lacerare, verrà di fatto strappata da secoli di incomprensioni, reciproci anatemi, perfino violenze.
E tuttavia, nelle sue lettere, nei suoi appelli all’unità, è già presente il nucleo di quella teologia del primato come servizio alla comunione che oggi, lentamente, si va riscoprendo, dopo i punti fermi maturati nel Vaticano I.
Il nostro tempo, segnato da un ecumenismo di sangue e di vita quotidiana, può guardare a Leone IX senza nostalgia, né risentimento: riconoscendo le responsabilità, ma anche la sincerità, del suo desiderio di custodire l’unità della Chiesa.
Dal suo magistero, riletto alla luce del Concilio Vaticano II e del dialogo in atto tra Roma e Costantinopoli, possiamo imparare che il primato petrino non è una bandiera da opporre ad altri, ma una grazia da vivere come servizio umile e tenace, perché l’unico Signore della storia resta Cristo, e la sua Chiesa – in Oriente e in Occidente – è irreversibilmente chiamata a camminare verso di Lui «come un cuor solo e un’anima sola» (At 4,32).
[1] Le epistulae et decreta di Leone IX sono abbastanza numerose (superano le cento). Alcune fanno esplicito riferimento ad assise sinodali locali, per esempio al sinodo di Magonza, oppure sono dotate di bulla plumbea Leonis papae. Gli storici ricordano che l’emanazione di decreti e la concessione di privilegi sanciti con bolle papali sono il distintivo del pontificato ‘itinerante’ di Leone IX. In totale, il registro di Jaffé, aggiornato da Lowenfeld, annovera circa centottanta tra bolle e lettere facenti capo a questo Pontefice[1], tutte progressivamente numerate, anche per evitare i falsi. In DE SANCTO LEONE IX PONTIFICE ROMANO COMMENTARIUS. (Apud Bolland., Acta SS. Aprilis tom. II, die 19.), PL 143, coll. 509-510, si legge anche l’esordio del racconto delle sante gesta del Pontefice: «Res ejus gestas libris duobus distinctas scripsit Wibertus, ejus apud Tullenses Archidiaconus».
[2] PL 143, col. 816.
[3] Ivi, coll. 594-596.
[4] PL 143, coll. 604-605. Nelle coll. 676-677 si confermano i diritti di metropolia alla diocesi di Salerno, nella persona del richiedente vescovo Giovanni, essendo la diocesi dedicata alla Beata Vergine Maria, nonché luogo dove riposa il corpo del beato Matteo apostolo insieme con quello di Fortunato.
[5] PL 143, coll. 525- 542, riporta la HISTORIA MORTIS ET MIRACULORUM S. LEONIS IX ex Mss. Strozziano, Hubertino et Beneventano collecta. Inoltre, viene attribuito al medesimo papa Leone, il DE CONFLICTU VITIORUM ATQUE VIRTUTUM LIBELLUS: PL 143, coll. 559-578 (Exstat ad calcem editionis Operum sancti Leonis Magni, Venetiis anno 1553 data). L’operetta è notevole, perché svolta in forma di contesa tra ciò che sostengono i vizi e ciò che rispondono, invece, le virtù.
[6] PL 143, col. 525.
[7] Il DE OBITU S. LEONIS PAPÆ IX. (Apud Mabillon, Acta SS. Bened. Sæc. Vl, parte 1, ex codice antiquissimo bibliothecæ Beneventanæ, litteris Langobardicis exarato): PL 143, col. 508.
[8] “Fatterelli” importanti (tipici della letteratura agiografica del tempo) si desumono dal già citato da DE OBITU, i cui testi dicono di aver spesso visto il Papa «multas eleemosymas largientem hospitibus, pauperibus, civibus et peregrinis… virginitatem prædicans, matrimonia casta defendens, ubicunque exemplis ovium studia erga se, etiam gentilium, convertit». Papa Leone avrebbe previsto nche la propria morte, in una visione in cui c’erano i martiri di Puglia: «Nocte siquidem præterita cœlestem patriam in visione vidi; cumque obstupescerem, ostensi sunt mihi inter cætera fratres illi qui in Apuliæ finibus pro Christi Ecclesia occisi sunt inter martyres coronati». Alla col. 507, viene riferita la sua preghiera finale, che chiede a Dio di cacciar via dalla Chiesa «omne schisma onnemque hæreticorum perfidiam», mentre, al momento del transito, «apparuerunt duo viri in vestibus albis cum eo loquentes, et nescio quid scribentes… ostensum est eis visione illos apostolos Petrum et Paulum fuisse».
[9] DE CONFLICTU VITIORUM ATQUE VIRTUTUM LIBELLUS: PL 143, coll. 559-578, qui col. 559.
[10] Pietro Canisio (canonizzato il 21 maggio 1925 da Papa Pio XI): nato l’8 maggio del 1521 a Nimega, un villaggio olandese che si trovava allora nel ducato germanico di Gheldria e, dunque, nel Sacro Romano Impero, entrò nella Compagnia di Gesù nel 1543. Fu editore delle opere complete di san Cirillo d’Alessandria e di san Leone Magno, delle Lettere di san Girolamo e delle Orazioni di san Nicola della Fluë. Pubblicò libri di devozione in varie lingue, le biografie di alcuni Santi svizzeri e molti testi di omiletica. Ma i suoi scritti più diffusi furono i tre Catechismi, composti tra il 1555 e il 1558, che danno il via al genere letterario del Catechismo, portato a perfezione da Roberto Bellarmino e, infiene, “consacrato” da san Pio X.
[11] PL 143, col. 561: «Dum enim contra humilitatem superbia, contra Dei timorem inanis gloria, contra veram religionem simulatio, contra subjectionem pugnat contemptus, contra fraternam congratulationem invidja, contra dilectionem odium, contra libertatem justæ correctionis detractio, contra patientiam ira, contra monsuetudiuem protervia, contra satisfactioneni audi dicentem adhuc humilitatis magistrum: Omnis qui se exaltat humiliabatur, et qui se bumiliat exahabitur (Luc XIV et XVII)». Alle coll. 577-578 (conclusione dello scritto), si ricava che esso è un’esortazione a osservare la regola di san Benedetto: «Tu igitur cum charitatis affectione tales redargue; et juxta regulam Patrum vivere semper stude, maxime autem sancti confessoris Benedicti».
[12] Cf. ad esempio, G.L. Potestà, Escatologia, apocalittica, millenarismo, in Atlante del cristianesimo, vol. I, Dalle origini alle chiese contemporanee, UTET, Torino 2006, pp. 314-335.
[13] Cf. PL 143, coll. 685-686, circa i rapporti economici tra chiese e monasteri: scrivendo ai vescovi d’Italia (“omnibus episcopis in Christo per totam Italiam”), Leone IX ordina che chi, per vocazione, entri in monastero, non deve portare in esso tutti i beni posseduti, ma deve lasciarne metà alla chiesa da cui proviene o di riferimento.
[14] https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/speeches/2025/may/documents/20250514-giubileo-chiese-orientali.html [22.9.2025].
[15] “L’Osservatore romano” (28.6.2025).
[16] Tornato a Roma, vi tenne un sinodo, nel quale decretò che le donne, le quali si fossero eventualmente prostituite ai sacerdoti, dovessero servire come schiave nel palazzo Laterano.
[17] Pl 143, coll. 593-594.
[18] È questa la cosiddetta grande controversia teologica del “Filioque”, ovvero la professione di fede dei Greci secondo cui lo Spirito Santo procede dal Padre, mentre per i latini esso procede dal Padre e dal Figlio. Tale divergenza non costituiva all’origine un conflitto importante, ma in seguito, quando i fedeli delle due Chiese separate trovarono sempre più difficile capirsi, le diverse visioni teologiche divennero causa di polemiche e la questione del “Filioque” fu considerata la ragione più profonda del successivo scisma nella Chiesa.
[19] Il dialogo contemporaneo per l’unità fra i cristiani reputa oggi superficiali tali antichi motivi di divisione – come la barba del clero e altre norme disciplinari –. Ufficialmente viene suggerito di leggerle come espressioni di una legittima diversità all’interno dell’unità, quali l’uso di pane lievitato o azzimo nella celebrazione dell’Eucaristia, o altre differenze attinenti ai riti e ai calendari liturgici.
[20] PL 143, coll. 781-782, documento 105 bis.
[21] PL 143, coll. 555-560: DE SCHISMATE GRÆCORUM PER MICHAELEM CERULARIUM IN ROMANAM ECCLESIAM EXCITATO Et de eorum objectis in Latinos (Mabill. Acta SS. ord. S. Bened., Sæculi VI parte II, Praæf., pag. III).
[22] Ivi, col 555.
[23] Ivi, col 558.
[24] Ma poi avrà un grave incidente nei pressi di Maenza: batte la testa contro un ramo sporgente e viene sbalzato a terra dalla cavalcatura su cui viaggiava e, dopo qualche giorno, il 7 marzo 1274, morirà a Fossanova.
[25] L’histoire de saint Thomas d’Aquin de Guillaume de Tocco, trad. française du dernier état du texte (1323) avec introduction et notes par Claire Le Brun-Gouanvic, Cerf, Paris 2025, pp. 115-116. Tommaso d’Aquino, Contra errores Graecorum (EL 40 A), Roma 1967, 109-151, con l’importante studio linguistico di M. Hubert, «Notes sur le vocabulaire gréco-latin d’un Libellus, Liber de fide Trinitatis, édité par le P. Hyacinthe Dondaine», ALMA 37 (1970), pp. 199-224;
[26] Questo è un elemento essenziale che viene oggi ancora considerato controverso, cioè la diversa interpretazione del ministero del Vescovo di Roma. Il punto veramente controverso ruota intorno al fatto che, sebbene l’ortodossia riconosca il Vescovo di Roma al primo posto nella taxis delle sedi, come già stabilito nel Concilio di Nicea, la formula fondamentale dal punto di vista cattolico va oltre, affermando: “il Papa è primo ed ha anche funzioni e compiti specifici (= questione dell’uniatismo). La Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tornò su questo tema fondamentale nel 2006.
[27] LETTERA ENCICLICA ECCLESIAM DEI DEL SOMMO PONTEFICE PIO XI AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI, PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI E AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI CHE HANNO PACE E COMUNIONE CON LA SEDE APOSTOLICA, IN OCCASIONE DEL TRECENTESIMO ANNIVERSARIO DEL MARTIRIO DI SAN GIOSAFAT, ARCIVESCOVO DI POLOTSK: https://www.vatican.va/content/pius-xi/it/encyclicals/documents/hf_p-xi_enc_19231112_ecclesiam-dei.html [20.9.2025].
[28] PL 143, coll. 635-656, riprende Sacrorum Conciliorum Nova et Amplissima Collectio. Edited by Giovanni Domenico Mansi. 53 vols. Paris: H. Welter, 1901-1927, XIX,
[29] PL 143, coll. 744-745.
[30] ivi, col 747.
[31] Cf. Epistulae, IV, 37. 848 epistole a noi pervenute dal Registrum epistularum, come il Pontefice stesso volle chiamare la raccolta delle sue lettere che scandiscono – anche se non tutte sono a noi giunte – con i suoi quattordici libri gli anni del suo pontificato.
[32] PL 143, Coll. 769-773.
[33] Ivi, coll. 774-777.
[34] Ivi, coll. 777-781.
[35] PL 143, col 747.
[36] Cf. W. Hartmann, Verso il centralismo papale (Leone IX, Niccolò II, Gregorio VII, Urbano II), in Il secolo XI: una svolta?, a cura di C. Violante-J. Fried, Bologna 1993 (Annali dell’Istituto storico italo-germanico. Quaderno 35), pp. 99-130.
[37] https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2020-07/santa-sofia-turchia-moschea-storia-papa-francesco-dialogo-pace.html [23.9,2025].
[38] Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani, È POSSIBILE UN’UNITA SACRAMENTALE TRA CATTOLICI E ORTODOSSI? (Conferenza del card. Koch presso l’Università di Presov, Slovacchia, 28 marzo 2023): https://www.christianunity.va/content/unitacristiani/it/cardinal-koch/2023/conferences/E-possibile-un-Unita-sacramentale-tra-Cattolici-e-Ortodossi.html [23.9.2025].
[39] DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO AI MEMBRI DELLA COMMISSIONE MISTA INTERNAZIONALE PER IL DIALOGO TEOLOGICO TRA LA CHIESA CATTOLICA E LE CHIESE ORTODOSSE ORIENTALI, Giovedì, 23 giugno 2022: https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2022/june/documents/20220623-dialogo-teologico.pdf [23.9.2025].






Molto interessante, grazie