
Il 30 gennaio scorso, nell’ambito del ciclo di incontri promosso dalla Fondazione Francis Bacon insieme all’Associazione Biblia, a Pistoia, nell’Auditorium della Biblioteca San Giorgio, il professor Giovanni Filoramo, storico, ha svolto la prima relazione dal titolo Presenza e assenza della Bibbia oggi, che pubblichiamo integralmente per gentile concessione dell’autore.
La situazione della Bibbia appare oggi, a prima vista, paradossale.
Per un verso, essa rimane il più grande best-seller dell’editoria mondiale. Dopo essere stata riprodotta durante il lungo Medioevo da miriadi di copisti, fu praticamente il primo libro stampato a metà del XV secolo: la famosa Bibbia di Gutenberg; da allora, non ha cessato di essere pubblicata in innumerevoli edizioni.
La diffusione della Bibbia
Nel contempo, è anche il libro più tradotto, non soltanto nelle lingue più diffuse, ma anche in quelle parlate nei gruppi linguistici più ristretti. Si conta che oggi essa sia tradotta in circa 700 lingue, un numero ragguardevole ma pur sempre il 10% delle circa 7.000 lingue note. Missionari evangelicali inclini alla tecnologia vedono nell’uso dell’Intelligenza artificiale la possibilità concreta di accelerare questo processo di traduzione in tempi non biblici: IllumiNation, una coalizione di agenzie protestanti dedite alla traduzione della Bibbia, grazie anche a cospicue donazioni, sta promuovendo con grande forza questa impresa, che ha anche uno scopo escatologico, dal momento che non pochi di questi cristiani ritengono che Cristo ritornerà una volta che la Bibbia sia disponibile in ogni linguaggio.
La Bibbia è anche il libro più letto e, soprattutto, il più riletto. Presente in ogni casa ebraica, tradizionale libro da comodino nella maggior parte degli hotel del mondo anglosassone, viene meditata sia dai laici sia dai religiosi e proclamata giorno dopo giorno nelle più diverse liturgie ebraiche e cristiane.
La Bibbia è anche il libro più studiato. Il numero dei commenti, delle opere scientifiche o destinate al grande pubblico, degli articoli pubblicati dalle numerose riviste specializzate in diverse lingue continua ad aumentare in modo esponenziale e incontrollabile.
Per secoli, fino alla prima età moderna, i contenuti della Bibbia hanno dominato l’arte visiva, fornendo temi e soggetti e, allo stesso tempo, come Biblia pauperum, ad esempio nelle rappresentazioni presenti nelle cattedrali medievali, trasmettendo, attraverso le immagini, temi biblici dell’Antico e del Nuovo Testamento alla massa di illetterati che le frequentava.
Anche se oggi non esistono per vari motivi, per quanto riguarda la vendita delle bibbie, statistiche attendibili, in particolare per l’Italia, per dare un’idea della sua diffusione mondiale mi limito a ricordare che l’Alleanza Biblica Universale, una rete mondiale di chiese cristiane, segnalava per il 2022 circa 32,6 milioni di Bibbie complete distribuite nel mondo e, in totale, circa 170 milioni di pubblicazioni bibliche correlate: un primato di vendite e una diffusione che nemmeno Harry Potter può minacciare.
Questi dati, per quanto approssimativi, riflettono una domanda globale che permane significativa. Inoltre, sempre secondo i dati forniti dall’Alleanza Biblica Universale, per la prima volta nel 2024 il numero di Bibbie distribuite digitalmente avrebbe superato quello cartaceo: un segno dei tempi che conferma, comunque si decida di interpretarlo, la vitalità del testo biblico.
A riprova dell’attuale presenza della Bibbia si può poi ricordare una tendenza recente che contraddistingue il mercato americano. Varie ricerche mettono in luce un fatto a prima vista sorprendente: in questi ultimi anni il mercato della vendita della Bibbia negli Stati Uniti è cresciuto in modo sorprendente. Tra le edizioni più richieste figurano l’English Standard Bible, la Adventure Bible per bambini, la She Reads Truth Bible pensata per un pubblico femminile e la New Living Translation, caratterizzata da un linguaggio semplice e supportata da un’app di studio: tutti esempi dell’immensa capacità di adattamento ai tempi del testo biblico.
L’esempio più recente di questa capacità di adattamento è la Bibbia Queer, apparsa originariamente in inglese nel 2022 e subito tradotta da EDB. Si tratta di un commentario che rilegge e reinterpreta i testi biblici alla luce della cultura LGBTQ+: un’operazione evidentemente non sponsorizzata da Trump.
Il Dio della Bibbia vi è descritto come queer: un Dio trinitario, padre ma anche madre, che opera anche attraverso una terza persona e non rientra in nessuna categoria normalizzata.
Analogamente, Gesù è definito queer in quanto «si rivolge ai peccatori, alle donne, ai bambini, agli schiavi, ai malati, agli abbietti, a tutti coloro che erano ai margini, esclusi dalla normalità».
Facendo ampio ricorso alle teorie femministe, queer, decostruzioniste, post-coloniali e utopiche, questa Bibbia si propone di cercare la vera essenza del cristianesimo nella cosiddetta queerness. Non è un caso che l’edizione italiana, curata da Gianluca Montaldi, sia dedicata alla memoria di Michela Murgia.
Tutto ciò aiuta a comprendere la tendenza favorevole di vendita della Bibbia sul mercato nordamericano. Il 2024 ha segnato il miglior risultato degli ultimi vent’anni e le stime più recenti, pubblicate nell’ultima settimana di novembre – che, secondo una tradizione stabilita dal presidente Roosevelt nel 1941, è considerata la settimana biblica nazionale – indicano che il 2025 potrebbe superarlo. Dall’inizio del 2025, infatti, sono già state vendute circa 18 milioni di copie, con un picco di 2,4 milioni solo nel mese di settembre, sembra in seguito all’uccisione di Charlie Kirk, attivista conservatore e fondatore di Turning Point USA, avvenuta durante un intervento all’università dello Utah.
Si tratta di una crescita non episodica, ma di una tendenza iniziata nel periodo drammatico del Covid e che presenta alcuni tratti utili per comprendere meglio la presenza della Bibbia oggi.
Forse l’elemento più interessante è dato dal fatto che una parte significativa degli acquirenti sono giovani e nuovi credenti o agnostici ritornati a credere nella fede in cui erano stati formati, cattolica o protestante (lascio da parte il caso delle comunità ebraiche, che ci porterebbe troppo lontano).
Per quanto riguarda il cattolicesimo, per spiegare questo ritorno alla Bibbia basterà ricordare il sostegno di larghe fette di giovani cattolici a Trump e al suo vice, il neoconvertito J.D. Vance.
Questo sostegno si spiega con una frattura generazionale e una maggiore vicinanza dei giovani a valori conservatori, tra cui la lotta all’aborto e all’immigrazione “incontrollata”, percepita da molti come espressione della cultura “woke”. La Bibbia, una Bibbia letta anche dai cattolici in modo “protestante” e cioè direttamente, senza mediazioni ecclesiastiche, appare a costoro, di fronte alla secolarizzazione crescente e alla crisi della famiglia tradizionale, come un possibile nuovo ancoraggio.
Più in generale – come ha affermato Martin Jeff Crosby presidente dell’Associazione degli editori cristiani evangelici – «molti acquirenti cercano speranza di fronte a un mondo percepito come in rovina, trovandola nella Bibbia», aggiungendo che l’instabilità politica e sociale, insieme al timore della guerra, alimentano il bisogno di rassicurazione e di fede.
Ma la crescente presenza della Bibbia nel mondo religiosamente convulso nordamericano non ha solo radici politiche (non scordiamo l’uso strumentale e ipocrita che della Bibbia ha fatto il presidente Trump, il quale ha donato – dal budget federale, si intende – 1.300.000 dollari per promuovere una Bibbia patriottica che pubblicizzasse il cantante folk Lee Greenwood e il suo “God Bless the USA”).[1]
Essa ha anche radici commerciali e di comunicazione. Ho ricordato la fortuna delle edizioni digitali, ma il discorso si estende all’utilizzo di tutti gli strumenti mediatici cui gli operatori religiosi ricorrono per aumentare il numero dei followers biblici.
La presenza della Bibbia oggi non si limita al caso degli Stati Uniti. In questi ultimi decenni, grazie in particolare alla diffusione del pentecostalismo di origine americana in Sud America e in molti paesi dell’Africa subsahariana, si è assistito, anche per ragioni demografiche, all’impressionante crescita di quello che Philipp Jenkins ha definito il “cristianesimo del sud”: un arco che si estende dal Brasile alle Filippine.
In questi paesi, come quelli dell’Africa subsahariana usciti da poco dalla dominazione coloniale, la Bibbia sta recitando un ruolo notevole nello sviluppo di nuove chiese e forme di vita ecclesiale. Essa è stata assunta come stimolo e motivazione nelle lotte per la liberazione da regimi oppressivi, ma è stata anche la fonte di ispirazione per quanti hanno cercato di elaborare forme di cristianesimo più vicine alle loro culture tradizionali.
Quando la Bibbia è stata tradotta nelle lingue locali, nuove forme di credenza e di pratica religiosa sono cresciute accanto alla corrente principale e più tradizionale delle Chiese di missione. In questo modo, secondo processi di lunga durata che risalgono agli inizi stessi della missione cristiana, la traduzione della Bibbia nelle lingue locali è stato il primo e decisivo fattore di una inculturazione cristiana che, nel nuovo clima postcoloniale, si è contrapposta all’uso coloniale e oppressivo della Bibbia che, per secoli, è stato portato avanti da missionari, protestanti come cattolici, per giustificare le conquiste coloniali con i loro eccidi.
Ho ricordato alcune delle ragioni che spiegano, almeno in parte, perché la Bibbia continua ad essere una presenza religiosa significativa, allo stesso tempo, attraverso le varie forme della cultura popolare, dai film ai romanzi alla musica ai fumetti, rimanendo una fonte, forse non più centrale come lo è stata per secoli, ma comunque significativa, della cultura di massa contemporanea.
Per un altro verso, però, la Bibbia è sempre più ignorata, a partire dai paesi europei che sono stati il centro della sua diffusione e del suo studio: paesi in via di progressiva inarrestabile secolarizzazione, le cui radici cristiane appaiono sempre più tenui, in cui il pluralismo religioso indotto dai processi migratori ha messo in discussione il primato della tradizione cristiana e dei suoi testi sacri, in cui, non da ultimo, è sempre più diffuso un analfabetismo religioso che, applicato al nostro caso, diventa analfabetismo biblico. Biblia non legitur.
Il caso italiano è, da questo punto di vista, esemplare e merita, ad introduzione di questo ciclo di letture e conferenze incentrate sulla Bibbia, riflettervi un momento a partire da un evento di alcuni mesi fa di cui si è molto parlato. Mi riferisco alle Indicazioni nazionali per il curricolo. Scuola dell’infanzia e scuola del primo ciclo di istruzione, promosse dal ministro Valditara, che le ha poi ampiamente commentate in numerose interviste.
Non entro nel merito di questa complicata questione, di cui potrà parlarvi con maggior cognizione di causa Piero Stefani, Presidente di Biblia, associazione laica di cultura biblica che da molti anni ormai si batte per l’inserimento di un curricolo scolastico di cultura biblica aconfessionale, che oggi tenga conto della mutata situazione delle nostre scuole a causa dei processi migratori e dell’imporsi all’interno di esse di un pluralismo religioso non facilmente gestibile. Mi limito a un interrogativo, lasciando a voi la risposta, che può far da ponte alla seconda parte del mio intervento: l’assenza della Bibbia nel panorama religioso e culturale italiano.
Se il ministro Valditara ha caldeggiato la lettura della Bibbia come testo letterario formativo, venendo così incontro senza saperlo a una richiesta che già Umberto Eco avanzava dalle colonne de L’Espresso nel lontano settembre del 1989: «Perché i ragazzi devono sapere tutto degli dèi di Omero e pochissimo di Mosè?», è forse perché bisogna prendere atto che nell’ora di religione confessionale Biblia non legitur? E se è così, come io temo, come mai si è potuti arrivare a questo punto?
Che cos’è la Bibbia
Prima, però, di tentare da storico una risposta a questo interrogativo penso sia utile precisare meglio il complesso oggetto del mio intervento. Bibbia è un termine che viene dal greco Ta biblìa“ (i libri”), nel latino volgare traslitterato come Biblia e in uso al singolare in volgare come bibbia dal XVI secolo. Questo percorso linguistico, privilegiando alla fine il singolare al plurale originario, ha fatto perdere di vista la sua natura plurale.
Anche se spesso viene definita come il Libro sacro di ebrei e cristiani, a differenza ad esempio del Corano, il Libro sacro dell’islam, che è comunque un testo unitario composto da 114 sure o capitoli disposte in ordine decrescente di lunghezza, la Bibbia è, invece, una raccolta di libri, potremmo dire una piccola biblioteca, formatasi, nel caso della parte ebraica, lungo il corso di molti secoli e redatta in ebraico, aramaico e greco ellenistico, cui i cristiani hanno aggiunto una serie di scritti in lingua greca, per la precisione 27, che formano il Nuovo Testamento e che sono stati redatti in un arco di tempo molto più breve, tra metà I e metà II secolo della nostra era.
La Bibbia ebraica è un corpus di libri fortemente gerarchizzato, al cui vertice si colloca la Toràh o Legge o, meglio, “insegnamento” (in greco Pentateuco), i cinque libri più importanti e autorevoli che noi siamo abituati a conoscere col loro nome di origine greca: la Genesi o racconto della creazione; l’Esodo, che racconta la fuga dall’Egitto verso la terra promessa sotto la guida di Mosè a cui Dio consegnerà le tavole della Legge, cui seguono tre libri di carattere più legislativo, che contengono le prescrizioni cui il popolo ebraico deve attenersi per non tradire il patto che ha stabilito col suo Dio: Levitico, Numeri e Deuteronomio o Seconda Legge. Gli altri testi, i Neviìm o Profeti e i Ketuvìm o Scritti, pur essendo considerati anch’essi sacri e facenti parte del canone, sono posti in una posizione subordinata rispetto alla Toràh e godono di minore autorevolezza e importanza nella vita religiosa degli ebrei credenti. Nel suo insieme, la Bibbia ebraica è conosciuta con l’espressione di Tanakh, dalle iniziali delle sue tre parti.
Questi testi appartengono ai generi letterari più diversi, dalla poesia come i Salmi ai grandi racconti storici come l’Esodo o i libri delle Cronache, dalla letteratura gnomica e sapienziale tipica del Vicino Oriente antico come i Proverbi o scritti, come il Libro di Giobbe o Qohelet, che sfuggono a una classificazione precisa e che, con il racconto delle miserie di Giobbe o le riflessioni nichiliste di Qohelet, sono tra i testi che, nei secoli, hanno esercitato un influsso straordinario sulla cultura europea. Essi sono stati redatti nel corso di molti secoli, coprendo con la loro redazione praticamente l’arco del primo millennio prima della nostra era, in ambienti molto diversi, che dunque riflettono un arco di situazioni e di influssi culturali eterogenei.
Che cosa dà loro, al di là o al di sotto di questa evidente eterogeneità, una profonda unità? Senza dubbio, ciò è dovuto prima di tutto e soprattutto al fatto, che all’inizio della nostra era, attraverso un processo di cui ancora oggi ci sfuggono molti passaggi, essi sono stati fissati in un canone scritturistico, assumendo la forma che conosciamo, nella convinzione che fossero scrittura ispirata da Dio, cioè rivelata. I vari scritti sono, in questo modo, diventati il Libro che costituisce fino a oggi la Bibbia ebraica.
Tutti gli autori, per lo più anonimi, dei vari scritti contenuti nella Bibbia ebraica posseggono un’altra caratteristica fondamentale: essi partecipano della comune convinzione di far parte di un popolo di credenti, Israele, voluto, creato e chiamato all’alleanza col loro Dio. E il Dio dei Padri, di Abramo Isacco Giacobbe, il Dio che ha rivelato la Legge a Mosè e, attraverso lui, ha guidato il suo popolo verso la Terra promessa: un Dio giusto e non poco violento e crudele, ma anche un Dio misericordioso, che continuerà a guidare Israele anche dopo la distruzione del Primo Tempio di Gerusalemme ad opera dei babilonesi nel 587 prima della nostra era attraverso la bocca dei suoi profeti, da Geremia a Isaia a Ezechiele, indicando un futuro luminoso; un Dio, infine – particolare non secondario – che, nel corso dei secoli, si trasforma dallo Jahvé del più antico enoteismo, Signore sì ma che non esclude la presenza di altre divinità, nel Dio esclusivo e unico, che comanda di lottare contro ogni forma di idolatria, testimoniato, verso la metà del VI secolo prima della nostra era, dal Deuteroisaia.
Diverso il processo di formazione della Bibbia cristiana. Esso è stato l’esito di un conflitto tra varie interpretazioni relativo al rapporto che i seguaci di Cristo dovevano avere con la loro matrice giudaica. Vi sono stati, infatti, maestri cristiani, come il vescovo di Sinope Marcione verso la metà dei II secolo, che hanno visto nel Dio biblico, il Dio della giustizia e della vendetta proprio degli ebrei.
A lui Marcione contrappone il Dio, sino ad allora sconosciuto, di amore e di misericordia annunciato da Gesù. Questo radicale diteismo ha avuto come conseguenza l’altrettanto radicale rifiuto della Bibbia ebraica e una rilettura dei vangeli canonici, che mirava ad espungere le parti ebraiche che vi fossero rimaste. Marcione è stato poi condannato come eretico e la sua interpretazione del rapporto tra Bibbia ebraica e Nuovo Testamento rifiutata. Se lo ricordo ora è perché, in realtà, il marcionismo non è certo scomparso con Marcione, ma riemerge periodicamente nella storia del cristianesimo occidentale col suo più o meno latente antisemitismo fino agli anni bui della Germania nazista e anche oltre.
Contro l’interpretazione di tipo marcionita, la linea che doveva risultare vincente e, alla fine, portare alla formazione della Bibbia cristiana fu quella che vedeva nel popolo dei seguaci di Cristo il Verus Israel. Israele, infatti, non riconoscendo in Gesù il messia atteso, anzi, crocifiggendolo – in questa rilettura, gli ebrei e non i romani sono i veri responsabili della sua morte – si era condannato da solo a un destino di solitudine e di punizione: una lettura confermata, per i primi seguaci di Cristo, dai tragici eventi del 70 d.C. (distruzione definitiva del Tempio di Gerusalemme) e dall’inizio di una diaspora millenaria.
La salvezza promessa al vetus Israel era ora destinata al Verus Israel, il popolo dei credenti in Cristo; mentre Israele era vissuto sotto la Legge, che il Dio dell’Antico Testamento aveva imposto a un popolo dalla dura cervice, ora il popolo dei credenti in Cristo viveva sotto la grazia. A conferma, gli esegeti cristiani rilessero le scritture ebraiche cercandovi possibili segni profetici di un preannuncio della venuta del loro Cristo, in pratica cristianizzandole.
In questo modo, la Bibbia ebraica diventava l’Antico Testamento e cioè il patto che Dio aveva fatto con Israele, che non andava rifiutato, perché altrimenti si rischiava di rifiutare lo stesso unico Dio che lo aveva stabilito, precipitando nel diteismo di Marcione, ma andava conservato e riletto nella sua “vera” natura di prefigurazione della venuta di Gesù il Cristo e del Nuovo Patto o Testamento che egli, in quanto Figlio di Dio, incarnatosi e morto per realizzare la redenzione e la salvezza di chi aveva creduto in lui, aveva stretto col Verus Israel.
La Bibbia cristiana acquista, così, un profilo peculiare. Dal libro della Genesi, con cui si apre, all’Apocalisse, con cui si chiude, essa copre l’intero arco della storia, dalla creazione del mondo alla sua fine, una storia della salvezza ora incentrata sull’evento dell’incarnazione. In questa forma, essa era pronta ad attraversare i secoli, per giungere fino a noi. Si tratta di un lungo viaggio in cui, fin dall’inizio, un ruolo decisivo hanno recitato le traduzioni.
La prima, di fondamentale importanza, era già avvenuta nel corso del III secolo prima della nostra era nell’Egitto tolemaico: è la traduzione nel greco ellenistico di un testo ebraico che noi abbiamo in buona parte perso, la cosiddetta Settanta, così detta perché sarebbe stata opera di settanta dotti convocati ad Alessandria i quali, ispirati, l’avrebbero tradotta in modo uguale, a conferma che in loro agiva lo Spirito di Dio.
La Settanta è diventata la Bibbia dei cristiani di lingua greca della pars Orientis dell’Impero Romano. Quanto alla pars Occidentis, dove dominava sempre più il latino, la traduzione che si impose fu quella compiuta tra il 383 e il 406 da Girolamo, la cosiddetta Vulgata, destinata a diventare il testo di riferimento, ritenuto ispirato come la Septuaginta, della Chiesa di lingua latina. Un testo di fondamentale importanza, sul quale avrò tra un momento occasione di ritornare.
La Bibbia sotto chiave
Venendo ora all’ultima parte del mio intervento – le cause dell’assenza della Bibbia in un paese in cui fino a pochi decenni or sono si nasceva cattolici e il monopolio religioso della Chiesa cattolica non era in discussione –, queste cause affondano in scelte di politica religiosa inaugurate a metà del Cinquecento dal Concilio di Trento, scelte che, con le loro conseguenze pratiche e con l’intervento di istituzioni censorie come il Tribunale dell’Inquisizione e la Congregazione dell’Indice dei libri proibiti (tra i quali primeggiavano le traduzioni della Bibbia e i volgarizzamenti biblici), ha fatto sì che, per circa quattro secoli e cioè fino al Vaticano II e alla sua costituzione Dei Verbum, la Bibbia sia di fatto scomparsa dalle case degli italiani.
Inutile aggiungere che l’opposizione ecclesiastica al volgarizzamento delle Scritture ha costituito un intervento devastante, tale da inculcare a lungo nei credenti sfiducia nella propria autonomia intellettuale e di coscienza, fino a considerare la tradizione religiosa più importante della Bibbia, e quindi ad allontanarsi da essa.
A nessuno sfugge che privare il popolo della parola di Dio contenuta nelle Scritture ebbe come conseguenza il mantenerlo in una situazione di immaturità, nonché di dipendenza dal magistero ecclesiastico, che ne diveniva l’unico mediatore a tutela da deviazioni ed eresie, e che pertanto chiedeva ai fedeli la sola obbedienza della fede.
Al momento dell’apertura nel 1545 del concilio di Trento il successo della stampa aveva trovato nella diffusione delle bibbie un canale privilegiato. L’età della Riforma protestante e del Concilio di Trento fu, infatti, l’età dei libri a stampa, con un grande impatto sulla cultura e sui dibattiti religiosi; in questo processo, la stampa e la vendita della Bibbia recitarono, com’è noto, un ruolo decisivo. L’Italia del primo Cinquecento era un paese in cui, almeno nelle non molte isole non toccate dall’analfabetismo diffuso, era comune leggere la Bibbia in traduzione, diffusa presso singoli, famiglie, confraternite, conventi, monasteri.
Il Concilio di Trento affrontò il problema della Bibbia, dei volgarizzamenti e delle traduzioni all’inizio dei suoi lavori, e precisamente nella IV sessione dell’8 aprile 1546.
Mentre, in un primo decreto, si ricordava la dottrina della doppia rivelazione contenuta nelle scritture e nelle tradizioni non scritte e si fissava l’elenco dei libri canonici dei due testamenti, rammentando che, per la Chiesa, il testo canonico di riferimento era la Vulgata (e dunque implicitamente condannando la scelta, che aveva ad esempio compiuto Lutero, di tradurre direttamente dall’ebraico e dal greco), nel secondo si affrontava il problema del principio luterano del sola Scriptura, ricordando, di contro alla posizione protestante della lettura e interpretazione personali, che soltanto alla Chiesa spettava giudicare del vero senso e dell’interpretazione delle sacre Scritture, rifiutando in questo modo l’arbitrio dell’interpretazione affidata al singolo credente. Chi contravveniva a queste regole doveva essere denunciato dagli ordinari e punito secondo il diritto.
Quanto alla questione dei volgarizzamenti, questione sollevata dall’arcivescovo di Aix, Antoine Filheul, si delinearono ben presto due schieramenti: uno guidato da Pietro Pacheco, ostile alla traduzione nelle lingue volgari; l’altro, guidato da Cristoforo Madruzzo, vescovo principe di Trento, favorevole alla loro diffusione.
Il dibattito fu molto vivace, ma la questione, alla fine, rimase irrisolta. Fu ripresa nel 1559, a concilio non ancora concluso, con una prima condanna dei volgarizzamenti da parte della Congregazione dell’Indice, un divieto che doveva, però, diventare definitivo soltanto nel 1596 con l’Indice promulgato da Clemente VIII.
Alla fine del Cinquecento, dopo 50 anni di accesi dibattiti e lotte intestine ai vertici della Chiesa, nella penisola italiana la vicenda dei volgarizzamenti biblici si concludeva. La Congregazione dell’Indice poteva celebrare la sua vittoria. D’ora in poi il patrimonio culturale e spirituale dei fedeli avrebbe cessato di arricchirsi attraverso la conoscenza diretta delle sorgenti della fede: il posto della Bibbia, forzando un po’ le cose, fu preso dal catechismo. Proibita e rimossa come possibile fonte di eresia, essa finì per confondersi con gli scritti degli eretici: assimilazione alimentata, tra l’altro, dai numerosi roghi di libri effetto dell’applicazione delle norme censorie dell’Indice.
Questa situazione muterà soltanto nel 1758 con il papa illuminato Benedetto XIV. Papa Lambertini espresse l’auspicio di una traduzione della Bibbia in italiano, compito intrapreso da monsignor Antonio Martini, arcivescovo di Firenze dal 1781, che si accinse a una traduzione della Vulgata, pubblicata in diversi volumi (Torino 1769-1781 in 8° e Firenze 1782-1792 in 16°), con edificanti note teologiche, storiche e pastorali, ricca di citazioni patristiche, che sarà utilizzata – nonostante la condanna di Pio VII nel 1820 – nel corso dell’Ottocento e fino agli inizi del Novecento.
Le posizioni ufficiali del papato nei confronti dei volgarizzamenti e, a partire dalla prima metà dell’Ottocento, dall’azione missionaria in Italia di varie società bibliche protestanti, rimasero però costantemente negative.
La costituzione dello stato italiano nel 1861 e la successiva fine del potere temporale dei papi non contribuirono certo a mutare la posizione del pontefice, ribadita duramente nel Sillabo del 1864 e nel concilio Vaticano I del 1870.
In genere, si suole identificare nell’enciclica Providentissimus Deus del 1893 di Leone XIII un cambio di rotta nelle secolari posizioni del magistero rispetto all’interpretazione e alla diffusione della Bibbia. Questo è vero solo in parte. Certo, nella enciclica il pontefice invitava gli esegeti cattolici a confrontarsi con le più recenti ricerche, in genere di marca protestante, finendo così per favorire una temperata apertura all’utilizzo del metodo storico-critico.
Pochi anni dopo, però, Leone XIII, nella Costituzione apostolica Officiorum ac munerum del 1897, ricordava tra gli avversari coloro che «asserivano essere la Scrittura l’unica fonte della rivelazione e il supremo arbitro della fede», nel contempo rinnovando la proibizione di «tutte le versioni bibliche nelle lingue volgari preparate da acattolici e soprattutto quelle diffuse tramite le Società bibliche più di una volta condannate dai romani pontefici».
La crisi modernista doveva poi ribadire duramente la posizione tradizionale del magistero che, a partire dal concilio tridentino, aveva finito per costruire intorno alla Bibbia un muro non facilmente valicabile per il singolo credente, in ogni caso sempre sotto la vigile guida e mediazione ecclesiastica.
Questa situazione doveva cambiare soltanto con il Concilio Vaticano II e la sua costituzione Dei Verbum che, unitamente alla riforma liturgica e alla possibilità di una liturgia in lingua italiana, apriva a nuove possibilità di traduzioni della Bibbia, che in effetti da allora in poi si sono moltiplicate, concretizzandosi in particolare nella versione della CEI, la cui seconda edizione del 2008 costituisce il testo ufficiale di riferimento della Chiesa cattolica italiana.
Troppe cautele
Mi sia permesso concludere queste rapide osservazioni con una nota personale. Guardando dall’esterno, come storico e non come biblista, a questa vicenda secolare, non posso fare a meno di osservare che la svolta del Concilio, per quanto ammirevole e decisiva, non è riuscita a cancellare secoli di oscurantismo, la cui memoria continua a pesare sulla presenza (o, meglio, assenza) della Bibbia in Italia. Per varie ragioni, infatti, la situazione attuale da noi non sembra lasciare intravvedere prospettive incoraggianti quanto alla diffusione delle Scritture. Troppe cautele sembrano ancora caratterizzare l’impegno a favorirne la conoscenza nei fedeli.
Se è caduta fortunatamente la diffidenza che aveva portato a includere la Bibbia tra i libri proibiti nell’Indice, non si può certo dire che si sia creato un interesse autentico per la sua divulgazione e, quindi, per l’accesso libero dei singoli al testo biblico. Per molti la Bibbia rimane un testo inavvicinabile e poco comprensibile.
La mentalità del passato, diffidente verso l’accesso diretto alla Bibbia da parte dei credenti per una congenita sfiducia nella loro capacità di lettura e interpretazione che, di conseguenza, esigeva la mediazione ecclesiastica, si è conservata anche dopo la Dei Verbum.
Ciò si vede anche nelle cautele che spesso compaiono nei confronti del metodo filologico: gli studi biblici hanno gradualmente finito per prediligere un approccio più timido, fino a rifugiarsi nell’ambito tranquillizzante dell’esegesi letteraria e/o teologica, che non pone problemi, dato che si attiene scrupolosamente alle versioni in italiano ufficializzate dalla CEI.
Un fine teologo ma anche un papa tradizionalista come Benedetto XVI, nella sua esortazione postsinodale Verbum Domini del 2010 ha ricordato che l’esegesi cattolica dev’essere condotta nella Chiesa e sotto la guida del magistero cui solo spetta «d’interpretare autenticamente la Parola di Dio, scritta o trasmessa» (Dei Verbum 10).
Nonostante, quindi, i nuovi orizzonti intravisti con la Dei Verbum, che ha portato a superare il secolare clima di sospettosa cautela e di opposizione che aveva frenato la diffusione e la conoscenza della Bibbia, a tutt’oggi permangono molte contraddizioni e discontinuità nella divulgazione delle Scritture, che non saranno certo superate dalle prese di posizione di ministri, ma che hanno piuttosto bisogno di iniziative come quella di Pistoia in cui si iscrive il mio intervento e a cui auguro pertanto un meritato successo.
[1] Il modulo di informativa finanziaria di Trump per il 2025 indica un reddito di 3 milioni di dollari in commissioni derivanti dalla vendita di Bibbie sul sito web del musicista Lee Greenwood, ospite frequente ai comizi politici di Trump. Il sito web afferma che quella versione della Bibbia è “approvata” da Trump e mostra una foto di Trump che tiene in mano una Bibbia con la bandiera americana in rilievo sulla copertina insieme alle parole “Dio benedica gli Stati Uniti”.






Concordo in tutto. Purtroppo la mole di studi biblici prodotta in ambito accademico non ha prodotto un alfabetismo biblico (https://iltuttonelframmento.blogspot.com/2020/12/cattolicesimo-borghese6.html). Si vive oggi alla “moda tridentina” per così dire. La Tradizione è l’unica fonte sulla quale ci si basa ed è un aspetto della riforma del Concilio Vaticano II non ancora implementata. La Bibbia è rimasta chiusa in ambito accademico ma non è diventata popolare.