
Duemila metri sono ben più di due chilometri se li devi percorrere ad uno ad uno, strisciando tra un cratere e l’altro lasciato dalle mine, attraverso un corridoio di foresta ormai ridotta a uno scheletro di rottami metallici, alberi massacrati e cadaveri abbandonati, e intanto ti sparano addosso di tutto.
Riconquistare il villaggio di Adriivka, caduto in mano russa, è però necessario alla controffensiva ucraina tra l’estate e l’autunno 2023. Occorre dimostrare che l’aiuto militare ricevuto è stato utile e occorre farlo più in fretta possibile, altrimenti l’opinione pubblica si stanca di questa guerra che non si risolve.
Si tratta di un villaggio del Donetsk che deve ritornare in mano ucraina, ma gli stessi soldati in campo, volontari di una truppa d’assalto tra le più motivate, non sono sicuri che l’impresa valga tutti i compagni morti che l’azione comporta in questa fase. Tutti gli insediamenti al centro della controffensiva sono ormai rovine abbandonate: gli abitanti morti o sfollati, le case distrutte, il terreno devastato.
Liberare Andriivka, lo dicono apertamente, è liberare un nome, niente più che un nome sulla carta geografica. Che senso ha? Per Fydia – nome in codice –, che guida la truppa, la ragione è chiara: ricostruiranno tutto da capo, è la loro terra. Ma non tutti hanno questa fede, a partire dal giornalista-narratore che è ha ottenuto dal comandante di potersi aggregare alla truppa d’assalto con la telecamera fissata addosso per documentare l’impresa: troppi morti per una bandiera issata su un rudere.
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2000 metri ad Andriivka è un film documentario, opera del regista–reporter ucraino Mstyslav Chernov, già premio Oscar per 20 giorni a Mariupol, una prova di realtà di come si fa guerra sul fronte orientale ucraino, ma è talmente ben fatto da poter essere fiction, un bellissimo film di guerra. E vorremmo che fosse davvero fiction.
L’ambientazione distopica, purtroppo, non è una scelta artistica: tra due distese di campi minati butterati di crateri, del tutto spogli e grigi, le riprese dai droni ci presentano una lunga striscia di foresta (i 2000 metri), che rappresenta l’unico passaggio percorribile per Andriivka, ma la vegetazione è violentata dagli ininterrotti combattimenti al suolo, cosparsa di rifiuti bellici e morti insepolti.
«Sembra di essere su un altro pianeta – si dicono i combattenti– eppure siamo nel cuore dell’Europa».
Le riprese dipendono dai movimenti del corpo (con bodycam ed helmet cam, indossate ora dal regista e narratore, ora dagli stessi soldati sul campo) e seguono quindi il ritmo irregolare, traballante e imprevedibile dell’azione, tanto da provocare negli spettatori più sensibili nausea e mal di mare, ma anche questa non è una scelta artistica: si avanza di pochi passi, si scarta bruscamente sbattendo contro arbusti spelacchiati e rottami di munizioni, ci si butta a terra, ci si sporge appena con col capo e ci si ritrae.
Ci si riprende solo quando il manipolo dei «difensori» si rintana in qualche buco in attesa che cessi l’artiglieria, e allora c’è spazio, tra una sigaretta e l’altra, per l’umanità di uno sguardo, per un brandello di biografia, per una pudica, essenziale e straziante elaborazione di senso. «Hai sentito tua moglie? Sa dove sei? Che cosa ti ha detto?». «Lo sa, più o meno… Mi ha detto di tornare subito a casa». «E tu? Che le hai risposto?». «Lo sai che non posso». «Sì che lo so, però io te lo devo chiedere».
Drammaturgia di un dialogo perfetto. Ma in sovrimpressione ci viene ricordato che è tutto vero, che il volontario inquadrato, padre di tre figli, morirà di lì a qualche mese, in un’altra battaglia. Ecco allora che appena la telecamera insiste sul primo piano di qualcuno (facce vere, incapaci di pose), appena gli si dà parola, abbiamo subito paura di sapere che mentre lo stiamo guardando sia già morto.
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Gli occhi si riposano un po’ durante le riprese dai droni, aprendo però, insieme allo sguardo dall’alto, l’interrogativo di fondo sull’assurdità di quel che accade: una striscia di terra verdastra in mezzo al nulla su cui si muovono a scatti dei puntolini in mimetica.
Efficace anche il contrasto tra l’azione sul terreno del manipolo di intrepidi, una guerra d’altri tempi, sporca di trincea, con feriti trascinati faticosamente e morti che non si possono recuperare, nemici intrappolati in un cunicolo che cercano di farsi strada con una granata, ordini recapitati a mano su un foglio di carta spiegazzato, e dall’altra parte il bunker del comando, situato in un luogo indeterminato, con gli ufficiali che osservano su una fila di monitor i movimenti di tutto il fronte dell’azione e guidano via radio le mosse di ogni puntolino in tuta mimetica, come in un videogioco. E anche questo effetto straniamento non è una scelta artistica, è solo questa guerra.
Liberare Andriivka significa far arretrare i soldati russi, raggiungere il villaggio, issare la bandiera ucraina e – cosa fondamentale, per questo il regista-reporter ha avuto il permesso di seguire la truppa – fare un video dell’alzabandiera. Questi sono gli ordini trasmessi a mano (per evitare intercettazioni) insieme a un involto dentro il cellophane: la bandiera, appunto.
L’operazione Andriivka, che seguiamo in una progressione di agonia leggendo in sovrimpressione i metri mancanti all’arrivo, dopo un tempo sospeso (mesi) che rimane indeterminato, si compie. Nel villaggio non c’è nessuno, non c’è nemmeno un edificio rimasto in piedi su cui issare la bandiera. Si trova solo una gattina sperduta e magra, che i soldati decidono di “liberare” portando in salvo dentro uno zaino.
E se non fosse tutto vero, sarebbe troppo smaliziata sceneggiatura.
Quanto all’alzabandiera, si realizza con la sortita di una manciata di secondi da parte di un soldato (gli altri rimangono nella cantina dell’edificio semidistrutto, perché l’artiglieria russa, arretrando, continua a brontolare), che fissa su un muro diroccato un travetto di legno spezzato, cui Fydia ha legato in qualche modo la bandiera dopo averla bucata con un coltello, e vi aggiunge, sventolandola a mano, la bandiera del battaglione.
Ma nessuno pare accorgersi che la bandiera ucraina sventola al contrario: il giallo dei campi di grano dell’infinita pianura ucraina è sopra e l’azzurro del cielo che li sovrasta sotto. Fin troppo facile trarne un cattivo auspicio. Infatti, prima dei titoli di coda, l’implacabile didascalia in sovrimpressione ci informa che il villaggio di Andriivka è stato riconquistato dall’esercito russo nell’inverno 2024.
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Se non fosse tutto vero, sarebbe troppo smaliziata sceneggiatura.
Il documentario è di sola parte ucraina, con ogni evidenza, ma manca assolutamente di intenzione celebrativa e di esaltazione eroica. L’eroismo, quello classico, è nei fatti, nell’azione dei «difensori» che portano avanti l’impresa sapendo di rischiare la vita a ogni metro, nella consapevole sofferenza delle loro famiglie, nella resistenza strenua di tutto il popolo ucraino in nome della libertà (non si può avere dubbio di sorta che nell’Ucraina di oggi esercito e popolo siano la stessa cosa).
Ma a togliere il sospetto della celebrazione eroica sta da un lato la grande sobrietà espressiva, per cui si evita di indugiare su scene troppo crude di cadaveri e ferite, per cui l’unico nemico che viene fatto prigioniero e fugacemente inquadrato è un poverocristo come tutti, barba e capelli incolti, che interrogato rabbiosamente sulle ragioni per cui è venuto a invadere il territorio ucraino risponde un prevedibile ma verosimile «Io proprio non lo so!», e che si chiama Abdul (probabilmente azero), per cui quel po’ di colonna sonora che non siano rumori di guerra è una cupa cacofonia di suoni (niente effetto Brave Heart).
Dall’altro lato, aleggia sempre il dubbio, alla fine esplicitamente formulato, che davvero il gioco valga la candela, che un nome sulla carta geografica valga lo strazio di una guerra così. Perché alla fine, in una guerra così, conta la macabra e cinica programmazione dei morti, cioè quanti uomini si è disposti a sacrificare per ogni chilometro quadrato. E la risposta è che comunque la Federazione Russa ha più uomini e più leggerezza nel sacrificarli (la qual cosa è avvalorata dalla stima dei caduti dell’una e dell’altra parte).
2000 metri ad Andriivka è un film difficile da vedere, perché è distribuito col contagocce, quasi impossibile, al momento, trovarlo nelle sale cinematografiche. Ma è difficile da vedere in tutti i sensi, tutti gli altri: perché ti costringe a sentire l’orrore irrimediabile della guerra e ti insinua il dubbio – dubbio sempre sano – che il sacrificio eroico abbia un senso.
Perciò è necessario vederlo.





