
C’è un fenomeno che attraversa molte diocesi – forse tutte – e che raramente viene nominato con chiarezza. Proprio per questo risulta tanto più incisivo nei suoi effetti. Potremmo definirlo, senza eccessi retorici, come una parrocchializzazione delle diocesi: un processo per cui la diocesi, invece di custodire e promuovere la vita delle parrocchie, tende progressivamente a comportarsi essa stessa come una grande parrocchia centrale, assorbendo energie, tempo e attenzioni.
Non si tratta di un problema organizzativo secondario, né di una semplice questione di agenda pastorale. È, piuttosto, una spia ecclesiologica: rivela un modo di pensare la Chiesa, di distribuirne le responsabilità e di interpretarne la missione nel tempo presente.
Nella sua configurazione originaria, la diocesi non è mai stata una “super-parrocchia”. È, invece, la comunione delle parrocchie attorno al vescovo, il luogo dell’unità nella pluralità, non della sostituzione delle parti.
La parrocchia, dal canto suo, non è un semplice terminale esecutivo, ma il luogo ordinario della vita ecclesiale: lì la fede si trasmette, si celebra, si educa, si accompagna; lì la Chiesa prende corpo nella quotidianità delle persone.
Eventi pastorali
Eppure oggi assistiamo a un curioso rovesciamento: la diocesi moltiplica eventi, celebrazioni, iniziative, convegni, percorsi tematici; la parrocchia, invece, si ritrova spesso svuotata di tempo, di forze, di possibilità di elaborazione propria. Il centro si comporta come la periferia, e la periferia come un luogo da cui si parte, non più da cui si vive.
Una delle matrici più incisive di questo fenomeno è la crescente centralità dell’evento nella pastorale diocesana, oggi fortemente favorita dall’ecosistema comunicativo dei social media. L’evento, infatti, non è soltanto rassicurante in sé: lo è ancora di più in un contesto culturale che privilegia ciò che è immediatamente visibile, narrabile e condivisibile.
Nell’era dei social, ciò che esiste è ciò che può essere mostrato. L’evento si presta perfettamente a questa logica: si fotografa, si filma, si riassume in una locandina efficace, si traduce in un post, in una storia, in un comunicato. Produce numeri – presenze, visualizzazioni, interazioni – che sembrano offrire un riscontro oggettivo dell’efficacia pastorale. Restituisce, soprattutto, l’impressione rassicurante che “qualcosa si muove”, che la Chiesa sia viva, attiva, al passo con i tempi.
In questo senso, l’evento diventa non solo una scelta pastorale, ma una necessità simbolica: serve a dimostrare pubblicamente l’esistenza e la vitalità dell’istituzione ecclesiale in uno spazio comunicativo che penalizza ciò che è lento, quotidiano, ripetitivo.
Il problema non è l’uso dei social in sé, né la comunicazione delle iniziative ecclesiali. Il nodo critico sta nel fatto che la logica comunicativa finisce per orientare la logica pastorale. Ciò che è facilmente comunicabile tende a essere privilegiato rispetto a ciò che è realmente fecondo.
Quotidinità della parrocchia
La vita parrocchiale ordinaria – l’accompagnamento personale, la catechesi feriale, la cura dei legami, la perseveranza nei piccoli gruppi, la fedeltà domenicale – è strutturalmente non social-friendly. Non produce immagini forti, non genera storytelling immediato, non si presta a essere narrata senza tradirne la natura. È una vita che matura nel tempo lungo, spesso lontano dai riflettori, e che proprio per questo rischia di apparire insignificante agli occhi di una pastorale sempre più influenzata dai criteri della visibilità.
Così, mentre ciò che accade nelle parrocchie fatica a essere raccontato, ciò che è evento diocesano diventa facilmente “notizia”. E ciò che diventa notizia finisce, lentamente ma inesorabilmente, per diventare criterio.
I social favoriscono anche un’altra deriva sottile: la riduzione della vita ecclesiale a ciò che è misurabile. Presenze, iscrizioni, like, condivisioni offrono l’illusione di una verifica immediata dell’efficacia pastorale. Ma la fede, la conversione, la maturazione spirituale non sono grandezze quantificabili.
In questo quadro, l’evento appare come la forma pastorale più “gestibile”: ha un inizio e una fine, consente una valutazione rapida, permette di dire che un obiettivo è stato raggiunto. La parrocchia, invece, vive di processi aperti, di percorsi che non garantiscono risultati visibili, di relazioni che non producono numeri ma storie.
Il rischio è che la pastorale si orienti sempre più verso ciò che può essere rendicontato, piuttosto che verso ciò che deve essere pazientemente coltivato.
Snapshot di pastorale
A un livello più profondo, la cultura dei social introduce una trasformazione simbolica: si passa lentamente da una pastorale dell’incarnazione a una pastorale della rappresentazione. Non conta tanto ciò che si vive, quanto ciò che si mostra di vivere. Non ciò che accade realmente nelle comunità, ma ciò che può essere rappresentato come significativo.
In questa prospettiva, l’evento diventa una sorta di sacramento mediatico dell’attività ecclesiale: rende visibile ciò che altrimenti resterebbe nascosto, ma rischia anche di sostituirsi alla realtà che dovrebbe solo segnalare.
La diocesi, sempre più esposta nello spazio digitale, è tentata di abitare questo regime simbolico, moltiplicando eventi comunicabili, mentre la parrocchia – meno visibile, meno raccontabile – resta sullo sfondo, pur continuando a essere il luogo in cui la Chiesa realmente vive e si consuma.
La questione, dunque, non è se usare o meno i social, ma chi decide il criterio: la comunicazione o la teologia? Se è la logica dei social a orientare la pastorale, allora l’evento diventa centrale e la parrocchia periferica. Se è la teologia dell’incarnazione – e con Rahner, dell’evento ecclesiale – a orientare la comunicazione, allora i social tornano a essere strumenti, non motori.
Forse oggi il discernimento più urgente per le diocesi non riguarda nuovi format comunicativi, ma la capacità di resistere alla seduzione di una visibilità che, mentre mostra movimento, rischia di svuotare i luoghi in cui la Chiesa continua, silenziosamente, a farsi evento.
Chiesa come processi
Ma la vita ecclesiale non si gioca primariamente negli eventi, bensì nei processi. E i processi – soprattutto quelli parrocchiali – sono lenti, discreti, spesso invisibili. Non fanno notizia, ma fanno Chiesa.
Quando la diocesi investe gran parte delle sue energie nell’organizzazione continua di eventi, così la diocesi vive nel tempo breve dell’evento, mentre le parrocchie restano senza respiro nel tempo lungo della cura, dell’accompagnamento, della perseveranza, della fatica della fedeltà quotidiana. È uno squilibrio che, alla lunga, diventa insostenibile.
In questo quadro, anche il ruolo degli uffici diocesani merita una riflessione franca. Nella loro vocazione più autentica, essi dovrebbero essere luoghi di pensiero pastorale, spazi di discernimento, laboratori di strumenti e sussidi, presìdi di accompagnamento delle comunità.
Sempre più spesso, invece, vengono valutati – e finiscono per valutarsi – sulla base della quantità di iniziative prodotte. L’ufficio “funziona” se organizza, convoca, propone eventi. Ma così rischia di giustificare la propria esistenza non nel servizio reso alle parrocchie, bensì nella visibilità delle proprie attività.
Si dimentica che, nella Chiesa, il servizio più fecondo è spesso quello che non si vede, perché abilita altri a vivere e a generare.
Conflitto di interessi
Un effetto concreto e poco tematizzato di questa dinamica è ciò che potremmo chiamare pendolarismo pastorale. Presbiteri e laici impegnati sono costantemente chiamati a spostarsi verso il centro diocesano per presenziare a incontri, appuntamenti, momenti formativi.
Il risultato è duplice: da un lato, un affaticamento crescente degli operatori pastorali; dall’altro, un impoverimento della vita parrocchiale feriale, soprattutto serale, là dove si gioca la possibilità di una Chiesa abitabile.
La parrocchia non è più il luogo in cui la Chiesa accade, ma il punto di partenza per andare altrove. E una comunità che non abita sé stessa, prima o poi, si svuota.
Sarebbe un errore liquidare tutto questo come una semplice cattiva gestione del calendario. La questione è più profonda. In gioco c’è una certa idea di Chiesa, spesso inconsapevole, che tende a centralizzare la vita ecclesiale pur parlando di sinodalità; convocare più che responsabilizzare; moltiplicare proposte invece di generare capacità.
Paradossalmente, proprio mentre si invoca una Chiesa più sinodale e partecipativa, si rischia di rafforzare una dinamica in cui il centro pensa, propone, decide, e le parrocchie si adeguano, rincorrono, partecipano.
Forse è tempo di una conversione dello sguardo, che parta proprio dal livello diocesano. Una diocesi matura non è quella che organizza di più, ma quella che rende possibile la vita delle parrocchie. Non quella che convoca continuamente, ma quella che forma, sostiene, accompagna. Non quella che occupa spazi, ma quella che genera processi.
Quando si afferma che una diocesi matura non è quella che convoca continuamente, ma quella che forma, sostiene e accompagna; non quella che occupa spazi, ma quella che genera processi, si tocca un principio ormai acquisito nel linguaggio pastorale contemporaneo. Tuttavia, proprio perché largamente condiviso, esso rischia di essere frainteso o persino ideologizzato.
Generare processi non significa sacralizzare il cammino. Né, tantomeno, confondere il movimento con il compimento. Un processo, in senso autenticamente cristiano, non è mai un fine in sé: è sempre orientato a una meta che lo precede e lo giudica.
La meta
Negli ultimi anni si è affermata una retorica del cammino che, pur nata da intenzioni sane, può facilmente scivolare in una pastorale del “permanente avvio”. Si cammina molto, si discerne continuamente, si avviano percorsi senza mai giungere a decisioni stabili, a forme riconoscibili di vita ecclesiale.
In questo orizzonte, il processo rischia di sostituire la meta: non si cammina più verso qualcosa, ma si cammina per legittimare il camminare stesso. La fedeltà al Vangelo, invece, non è adesione a un movimento indefinito, ma orientamento concreto verso una forma di vita: la sequela di Cristo, la comunione ecclesiale, la maturazione della fede.
Una Chiesa sempre in cammino ma incapace di approdare finisce per stancare più che generare. Teologicamente, è necessario ribadirlo con chiarezza: il cammino non è la meta.
Il Regno di Dio non coincide con il processo che lo prepara, né la conversione con il suo interminabile annuncio. Il processo è al servizio dell’evento, non il suo sostituto.
La rivelazione cristiana è segnata da eventi decisivi: l’incarnazione, la Pasqua, il dono dello Spirito. Anche la vita ecclesiale è chiamata a condurre a eventi reali: scelte, assunzioni di responsabilità, forme di vita comunitaria, decisioni pastorali che diano stabilità e riconoscibilità alla fede vissuta.
Quando il processo viene assolutizzato, si produce una forma sottile di deresponsabilizzazione: si rimanda sempre, si sospende il giudizio, si evita la forma per non compromettere il cammino. Ma una Chiesa che non osa mai la forma finisce per non generare nulla.
Generare processi, allora, significa qualcosa di molto più esigente: significa creare le condizioni perché le persone e le comunità possano crescere fino a una maturità reale. Un processo autentico è tale solo se ha una direzione chiara; è orientato a una meta esplicita; accetta il rischio della decisione.
In questo senso, il processo non è il contrario dell’istituzione, ma la sua genesi. Non è l’alternativa alla forma, ma il cammino che conduce a una forma abitabile. La diocesi serve le parrocchie proprio quando non le lascia in uno stato di perenne provvisorietà, ma le aiuta a giungere a configurazioni stabili, sostenibili, generative.
Formare, sostenere, accompagnare non significa trattenere le comunità in una dipendenza continua dal centro diocesano. Al contrario, significa accompagnarle fino alla capacità di camminare con responsabilità propria.
Una diocesi che genera processi autentici è quella che, a un certo punto, sa anche farsi da parte. Ha come criterio non la propria centralità, ma la maturità delle parrocchie. Quando una comunità è in grado di vivere la fede in modo adulto, non ha più bisogno di essere continuamente convocata, stimolata, riorientata dall’alto.
In definitiva, il processo è evangelico solo se è orientato. Il cammino è fecondo solo se conduce a una forma di vita riconoscibile. La Chiesa non cammina per camminare, ma cammina perché ha una meta: Cristo, il Regno, una comunione concreta che prende corpo nella storia.
Una diocesi che genera processi senza indicare mete produce stanchezza; una diocesi che indica mete senza accompagnare produce rigidità. La sapienza pastorale sta nel tenere insieme entrambe le cose, senza cedere né all’attivismo degli eventi né all’indeterminatezza dei cammini infiniti.
Abilitazione e diffusione
Meno eventi e più strumenti. Meno iniziative e più fiducia. Meno centralità del fare e più cura del rendere capaci. Solo così la diocesi tornerà a essere ciò che è chiamata a essere: non una parrocchia ingrandita, ma una comunione che custodisce e promuove la vita concreta delle comunità locali.
In questo contesto, risuona con particolare forza una celebre affermazione di Karl Rahner, spesso citata ma raramente assunta fino in fondo nelle sue implicazioni: la parrocchia è il luogo in cui la Chiesa si fa evento[1]. Non si tratta di una formula suggestiva, né di una concessione al linguaggio della modernità. È, al contrario, una sintesi teologica densa, che dice qualcosa di decisivo sulla natura stessa della Chiesa.
Per Rahner, l’evento non è anzitutto ciò che accade in modo straordinario o eccezionale, ma il luogo in cui la grazia di Dio si rende storicamente esperibile. La Chiesa non possiede l’evento, né lo produce: essa accade là dove la Parola è ascoltata, i sacramenti celebrati, la comunione vissuta nella concretezza della storia.
E questo “accadere” non avviene primariamente nei grandi raduni o nelle celebrazioni di massa, ma nello spazio ordinario, feriale, talvolta povero e ripetitivo della vita parrocchiale.
La parrocchia è evento di Chiesa proprio perché è il luogo in cui la fede non è tematizzata astrattamente, ma vissuta nella forma della prossimità. Lì la grazia intercetta biografie reali, legami fragili, fatiche quotidiane. Lì la Chiesa non è idea né progetto, ma presenza che prende corpo.
La prospettiva rahneriana aiuta anche a smascherare un equivoco pastorale diffuso: l’identificazione dell’evento con l’evento-spettacolo. Se la Chiesa “si fa evento” nella parrocchia, allora l’evento ecclesiale non coincide con ciò che è straordinario, ma con ciò che è teologicamente denso: l’Eucaristia celebrata in una comunità concreta, la riconciliazione offerta nel tempo lungo della misericordia, la catechesi come accompagnamento paziente, la carità come prossimità non programmabile.
In questa luce, la moltiplicazione di eventi diocesani rischia di produrre un corto circuito: mentre si cercano eventi visibili per dire che la Chiesa è viva, si indebolisce proprio il luogo in cui, secondo Rahner, la Chiesa realmente accade. La diocesi finisce così per inseguire l’evento, invece di custodire il luogo dell’evento.
Dire che la parrocchia è il luogo in cui la Chiesa si fa evento significa riconoscerle uno statuto propriamente teologico, non meramente funzionale. Essa non è solo un’unità organizzativa, né un retaggio storico destinato a essere superato da forme più efficienti. È un luogo teologico nel senso pieno: uno spazio in cui Dio continua a dire sé stesso nella storia.
Da qui deriva una conseguenza decisiva: ogni pastorale che indebolisce la parrocchia indebolisce la possibilità stessa dell’evento ecclesiale. Non perché la grazia sia legata a una struttura, ma perché la grazia, per essere accolta, ha bisogno di luoghi abitabili, di tempi sostenibili, di relazioni stabili.
Quando le parrocchie vengono private di tempo, di risorse, di energie – perché continuamente chiamate altrove – non si impoverisce solo un’organizzazione, ma si assottiglia il tessuto in cui la Chiesa può realmente accadere.
Alla luce di Rahner, appare allora ancora più chiaro il compito proprio della diocesi. Essa non è chiamata a essere il luogo principale dell’evento ecclesiale, ma il custode delle condizioni perché l’evento accada là dove deve accadere: nelle parrocchie.
Questo implica una conversione non solo pastorale, ma teologica: la diocesi non come soggetto che produce eventi, ma come istanza che abilita l’evento; non come centro che concentra, ma come servizio che sostiene e coordina.
In questo senso, il vero successo di una diocesi non si misura dal numero di iniziative promosse, ma dalla qualità della vita ecclesiale che fiorisce nelle parrocchie. Dove le comunità locali sono vive, abitabili, capaci di generare fede, lì la Chiesa continua a farsi evento.
Dove la Chiesa accade
La parrocchializzazione delle diocesi non è solo una distorsione pratica; è il segno di una smemoratezza teologica. Ricordare, con Rahner, che la parrocchia è il luogo in cui la Chiesa si fa evento significa rimettere ordine: restituire alla diocesi il suo ruolo di comunione e di servizio, e alla parrocchia la sua dignità di luogo in cui Dio continua a incontrare il suo popolo.
Forse oggi la vera riforma pastorale non consiste nell’inventare nuovi eventi, ma nel tornare a credere che l’evento decisivo accade già, silenziosamente, ogni giorno, nelle nostre comunità parrocchiali.
Ribadire che la diocesi è chiamata a generare processi – e non a occupare spazi – non significa affatto legittimare una pastorale frammentata o autoreferenziale. Al contrario, proprio qui emerge uno dei compiti più delicati e irrinunciabili del livello diocesano: evitare che le parrocchie si chiudano in sé stesse, trasformandosi in monadi pastorali, autosufficienti, impermeabili al cammino comune. Si tratta di evitare sia il centralismo diocesano sia l’autosufficienza parrocchiale.
La parrocchia è luogo dell’evento ecclesiale, ma non è mai un evento isolato. Essa è Chiesa solo nella misura in cui vive in comunione con le altre parrocchie e con il vescovo. Senza un orizzonte condiviso, la vitalità locale rischia di degenerare in particolarismo; la creatività, in arbitrio; l’adattamento al territorio, in chiusura identitaria.
Qui si colloca il ruolo insostituibile della diocesi: non imporre uniformità, ma custodire l’unità nella pluralità. E l’unità non nasce spontaneamente. Va pensata, accompagnata, verificata.
Per questo sono oggi più che mai urgenti orientamenti pastorali unitari, chiari ma non soffocanti, capaci di indicare una direzione comune senza ingessare le realtà locali; sussidi pastorali ben elaborati, non come materiali opzionali, ma come strumenti condivisi che aiutino le parrocchie a camminare insieme, parlando un linguaggio ecclesiale comune.
In questa prospettiva, anche gli uffici diocesani sono chiamati a una conversione del loro stile. Il loro compito non si esaurisce nella produzione di documenti o nell’organizzazione di eventi, ma richiede una presenza più prossima e incarnata.
Accanto ai sussidi e agli orientamenti, sono necessari momenti di confronto e di verifica nelle singole parrocchie; visite non formali, ma pastorali, da parte dei direttori degli uffici; spazi di ascolto reale delle fatiche e delle risorse locali.
Non si tratta di controllare, ma di accompagnare. Non di valutare dall’alto, ma di discernere insieme. Quando gli uffici incontrano le parrocchie nei loro luoghi concreti, la diocesi smette di essere un’astrazione e diventa una relazione viva.
Il rischio maggiore oggi non è solo quello di una diocesi accentratore, ma anche quello di parrocchie ridotte a solisti pastorali: ognuna con il proprio stile, il proprio linguaggio, le proprie priorità, spesso incomunicabili alle altre.
Una Chiesa così non è plurale: è frammentata. La comunione, invece, nasce quando le parrocchie non sono né esecutrici passive di indicazioni calate dall’alto, né laboratori isolati di sperimentazioni autoreferenziali.
La diocesi genera processi autentici quando offre un quadro comune, accompagna senza sostituirsi, verifica senza soffocare, lascia spazio alla creatività, ma dentro un orizzonte condiviso.
In definitiva, generare processi significa anche dare forma alla comunione. Una comunione senza orientamenti diventa confusione; orientamenti senza accompagnamento diventano imposizione.
Il compito della diocesi è tenere insieme questi poli, affinché la parrocchia resti ciò che è chiamata a essere: non una monade autosufficiente, ma un luogo in cui la Chiesa si fa evento per tutti, nella comunione di un corpo più grande.
[1] Cfr. K. Rahner, Chiesa e sacramenti, Morcelliana, Brescia 1965.






Articolo interessante e condivisibile. A monte c’è un problema a mio avviso: la concezione del ministero episcopale. Anche per effetto del fatto che Papa Francesco ha ricordato ai pastori che devono avere l’odore delle pecore, i pastori si sentono “in dovere” di convocare laddove ce n’è bisogno il popolo di Dio. Rimane il fatto che è sempre il popolo a dover andare dal vescovo e non il contrario. Questo perché si considera una sorta di manager di una grande azienda (ha una sua agenda… non va disturbato!) o di guida pseudo-spirituale che deve dare indicazioni a tutti (catechisti, operatori della carità, operatori pastorali di vario tipo) come se il vescovo fosse un tuttologo, evitando così l’ascolto (dicasi sinodalità). Il movimento è centripeto e non centrifugo, come in realtà dovrebbe essere. Basta pensare cosa sono diventate oggi le visite pastorali del vescovo? Un momento “mordi e fuggi” senza vero ascolto della parrocchia o comunità pastorale visitata. Rimane sullo sfondo una concezione strana della pastorale peraltro non efficace: https://iltuttonelframmento.blogspot.com/2020/11/cattolicesimo-borghese5.html.