
Comunicato sulla risposta del Consiglio generale della Fraternità San Pio X alla proposta del Dicastero per la Dottrina della Fede.
In occasione dell’incontro del 12 febbraio scorso tra don Davide Pagliarani, superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, e sua eminenza il card. Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, organizzato a seguito dell’annuncio di future consacrazioni episcopali per la Fraternità, quest’ultimo aveva proposto «un percorso di dialogo specificamente teologico, con una metodologia ben precisa, […] per evidenziare i minimi necessari per la piena comunione con la Chiesa Cattolica», subordinando tale dialogo alla sospensione delle consacrazioni episcopali annunciate.
Su richiesta del Prefetto del Dicastero, il superiore generale ha presentato questa proposta ai membri del suo Consiglio e ha preso il tempo necessario per valutarla.
In data 18 febbraio, don Davide Pagliarani ha inviato la sua risposta scritta al cardinale, accompagnata da diversi allegati e firmata dai cinque membri del Consiglio generale.
Poiché la questione è ormai di dominio pubblico, a motivo della comunicazione pubblicata dalla Santa Sede il 12 febbraio, appare opportuno rendere pubblico anche il contenuto di questa lettera e dei suoi allegati, al fine di permettere ai fedeli di conoscere con precisione la risposta fornita.
Il superiore generale affida questa vicenda alla preghiera dei membri della Fraternità e di tutti i fedeli. Egli chiede che la preghiera del rosario, così come i sacrifici della Quaresima che si apre, siano offerti in modo speciale per il Santo Padre, per il bene della santa Chiesa, e per preparare degnamente le anime alla cerimonia del 1º luglio.
Menzingen, 19 febbraio 2026
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Risposta del Consiglio generale della Fraternità San Pio X al prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede.
Menzingen, 18 febbraio 2026, Mercoledì delle Ceneri
Eminenza Reverendissima,
anzitutto, La ringrazio per avermi ricevuto il 12 febbraio scorso, e anche per aver reso pubblico il contenuto del nostro incontro, il che favorisce una perfetta trasparenza nella comunicazione.
Non posso che accogliere favorevolmente l’apertura a una discussione dottrinale, manifestata oggi dalla Santa Sede, per la semplice ragione che sono stato io stesso a proporla esattamente sette anni fa, in una lettera datata 17 gennaio 2019.1 All’epoca, il Dicastero non aveva espresso interesse per una tale discussione, con la motivazione – esposta oralmente – che un accordo dottrinale tra la Santa Sede e la Fraternità San Pio X era impossibile.
Da parte della Fraternità, la discussione dottrinale era – e rimane tuttora – auspicabile e utile. Infatti, anche se non si riesce a trovare un accordo, scambi fraterni favoriscono la conoscenza reciproca, permettono di affinare e approfondire le proprie argomentazioni, di comprendere meglio lo spirito e le intenzioni che animano le posizioni dell’interlocutore, soprattutto il suo reale amore per la Verità, per le anime e per la Chiesa. Ciò vale, in ogni circostanza, per entrambe le parti.
Tale era precisamente la mia intenzione, nel 2019, quando ho suggerito una discussione in un momento sereno e pacifico, senza la pressione o la minaccia di un’eventuale scomunica che avrebbe reso il dialogo un po’ meno libero – cosa che, purtroppo, si verifica oggi.
Detto questo, se mi rallegro, ovviamente, di una nuova apertura al dialogo e di una risposta positiva alla proposta del 2019, non posso accettare, per onestà intellettuale e fedeltà sacerdotale, davanti a Dio e alle anime, la prospettiva e le finalità in nome delle quali il Dicastero propone una ripresa del dialogo nel presente frangente; né, contestualmente, la procrastinazione della data del 1º luglio.
Le espongo rispettosamente i motivi, ai quali aggiungo alcune considerazioni complementari.
- Sappiamo entrambi in anticipo che non possiamo metterci d’accordo sul piano dottrinale, con particolare riferimento agli orientamenti fondamentali adottati dopo il Concilio Vaticano II. Questo disaccordo, da parte della Fraternità, non deriva da una semplice divergenza di vedute, ma da un vero caso di coscienza, provocato da ciò che si rivela essere una rottura con la Tradizione della Chiesa. Questo nodo complesso è purtroppo divenuto ancora più inestricabile con gli sviluppi dottrinali e pastorali avvenuti nel corso dei recenti pontificati.
Non vedo dunque come un percorso di dialogo comune potrebbe giungere a determinare insieme ciò che costituirebbe «i minimi necessari per la piena comunione con la Chiesa Cattolica», poiché – come Lei stesso ha ricordato con franchezza – i testi del Concilio non possono essere corretti, né la legittimità della Riforma liturgica messa in discussione. - Questo dialogo dovrebbe permettere di chiarire l’interpretazione del Concilio Vaticano II. Ma essa è già chiaramente fornita nel post-Concilio e nei documenti successivi della Santa Sede. Il Concilio non costituisce un insieme di testi liberamente interpretabili: esso è stato recepito, sviluppato e applicato da sessant’anni, dai papi che si sono succeduti, secondo orientamenti dottrinali e pastorali precisi.
Questa lettura ufficiale si esprime, per esempio, in testi di rilievo come Redemptor hominis, Ut unum sint, Evangelii gaudium o Amoris lætitia. Essa si manifesta anche nella Riforma liturgica, compresa alla luce dei principi riaffermati in Traditionis custodes. Tutti questi documenti mostrano che il quadro dottrinale e pastorale nel quale la Santa Sede intende collocare ogni discussione è già determinato. - Il dialogo proposto si presenta oggi in circostanze dalle quali non si può fare astrazione. Infatti, attendavamo da sette anni un’accoglienza favorevole alla proposta di discussione dottrinale formulata nel 2019. Più recentemente, abbiamo scritto per due volte al Santo Padre: per chiedere anzitutto un’udienza, poi per esporre con chiarezza e rispetto le nostre necessità e la situazione concreta della Fraternità.
Ora, dopo un lungo silenzio, è solo nel momento in cui si evocano consacrazioni episcopali che si propone la ripresa di un dialogo, il quale appare dunque dilatorio e condizionato. Infatti, la mano tesa dell’apertura al dialogo si accompagna purtroppo a un’altra mano già pronta a comminare sanzioni. Si parla di rottura di comunione, di scisma e di «gravi conseguenze». Inoltre, questa minaccia è ormai pubblica, il che crea una pressione difficilmente compatibile con un autentico desiderio di scambi fraterni e di dialogo costruttivo. - D’altro canto, non ci sembra possibile intraprendere un dialogo per definire quali sarebbero i minimi necessari alla comunione ecclesiale, semplicemente perché questo compito non ci appartiene. Nel corso dei secoli, i criteri di appartenenza alla Chiesa sono stati stabiliti e definiti dal Magistero. Ciò che doveva essere creduto obbligatoriamente per essere cattolici è sempre stato insegnato con autorità, nella fedeltà costante alla Tradizione.
Di conseguenza, non si vede come questi criteri potrebbero essere oggetto di un discernimento comune mediante un dialogo, né come potrebbero essere rivalutati oggi al punto da non corrispondere più a ciò che la Tradizione della Chiesa ha sempre insegnato, e che noi desideriamo osservare fedelmente, al nostro posto. - Infine, se si prevede un dialogo in vista di giungere a una dichiarazione dottrinale che la Fraternità possa accettare, riguardo al Concilio Vaticano II, non possiamo ignorare i precedenti storici degli sforzi compiuti in tal senso. Richiamo la Sua attenzione in particolare sul più recente: la Santa Sede e la Fraternità hanno avuto un lungo percorso di dialogo, iniziato nel 2009, particolarmente intenso per due anni, poi proseguito in modo più sporadico fino al 6 giugno 2017. Durante tutti quegli anni si è cercato di raggiungere ciò che il Dicastero propone ora.
Ora, tutto si è infine concluso in modo drastico con una decisione unilaterale del Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il card. Müller, che, nel giugno 2017, ha solennemente stabilito, a suo modo, «i minimi necessari per la piena comunione con la Chiesa Cattolica», includendo esplicitamente tutto il Concilio e il post-Concilio. Ciò mostra che, se ci si ostina in un dialogo dottrinale troppo forzato e senza sufficiente serenità, a lungo termine, invece di ottenere un risultato soddisfacente, non si fa che aggravare la situazione.
Per queste ragioni, nella consapevolezza condivisa che non possiamo trovare un accordo sulla dottrina, mi sembra che l’unico punto sul quale possiamo incontrarci sia quello della carità verso le anime e verso la Chiesa.
In quanto cardinale e vescovo, Lei è anzitutto un pastore: mi permetta di rivolgermi a Lei a questo titolo. La Fraternità è una realtà oggettiva: essa esiste. Per questo, nel corso degli anni, i Sommi Pontefici hanno preso atto di questa esistenza e, con atti concreti e significativi, hanno riconosciuto il valore del bene che essa può compiere, nonostante la sua situazione canonica. È per questo che oggi ci parliamo.
Questa stessa Fraternità Le chiede unicamente di poter continuare a compiere lo stesso bene per le anime alle quali amministra i santi sacramenti. Non Le chiede nient’altro, nessun privilegio, né tantomeno una regolarizzazione canonica che, nello stato attuale delle cose, si rivela essere impraticabile a causa delle divergenze dottrinali. La Fraternità non può abbandonare le anime. Il bisogno delle consacrazioni è un bisogno concreto a breve termine per la sopravvivenza della Tradizione, al servizio della santa Chiesa Cattolica.
Possiamo essere d’accordo su un punto: nessuno di noi desidera riaprire ferite. Non ripeterò qui tutto ciò che abbiamo già espresso nella lettera indirizzata a papa Leone XIV, e di cui Lei ha diretta conoscenza. Sottolineo soltanto che, nella situazione presente, l’unica via realmente praticabile è quella della carità.
Nel corso dell’ultimo decennio, papa Francesco e Lei stesso avete ampiamente promosso «l’ascolto» e la comprensione di situazioni particolari, complesse, eccezionali, estranee agli schemi ordinari. Avete pure auspicato un uso del diritto canonico che sia sempre pastorale, flessibile e ragionevole, senza pretendere di risolvere tutto mediante automatismi giuridici e schemi precostituiti. La Fraternità non Le chiede nient’altro nel presente frangente – e soprattutto non lo chiede per sé stessa: lo chiede per quelle anime sulle quali, come già promesso al Santo Padre, non ha altra intenzione che quella di farne dei veri figli della Chiesa Romana.
Infine, vi è un altro punto sul quale siamo pure d’accordo, e che deve incoraggiarci: il tempo che ci separa dal 1º luglio è quello della preghiera. È un momento in cui imploriamo dal Cielo una grazia speciale e, da parte della Santa Sede, comprensione. Prego in particolare per Lei lo Spirito Santo e – non lo prenda come una provocazione – la Sua Santissima Sposa, la Mediatrice di tutte le Grazie.
È mio desiderio ringraziarLa sinceramente per l’attenzione che mi ha accordato, e per l’interesse che vorrà portare alla presente questione.
La prego di gradire, Eminenza Reverendissima, l’espressione dei miei più distinti ossequi; colgo l’occasione per confermarmi ancora una volta devotissimo nel Signore.
Davide Pagliarani, Superiore Generale
+ Alfonso de Galarreta, Primo Assistente Generale
Christian Bouchacourt, Secondo Assistente Generale
+ Bernard Fellay, Primo Consigliere Generale, Ex Superiore Generale
Franz Schmidberger, Secondo Consigliere Generale, Ex Superiore Generale






In parole povere: abbiamo ragione noi discutiamo come avevamo chiesto, ma non serve a nulla ( quindi cosa lo hanno chiesto a fare?)… Io credo che sia lo scisma più, mi si passi il termine, scemo che esista, litigare su come viene fatta la messa facendo finta che la messa tridentina sia quella “della tradizione” , quale tradizione poi visto che 1 anno prima della controriforma non esisteva la messa tridentina?
Poi non si dica che il Vaticano manca di pazienza. Vogliono uscire dalla Chiesa Cattolica? in bocca al lupo e tante care cose… Si facciano i vescovi che vogliono e buona notte.
Premesso che tutti gli scismi nascono così alla fine, al massimo nei secoli si stabiliscono rapporti di buon vicinato. Il problema non è la messa o il latino. Altrimenti non ci sarebbe bisogno di nessuno scisma.
Il problema è l’ autorità come sempre, che già di per se è un motivo abbastanza banale, ma nasconderlo con pretesti ancor più banali ne fanno uno degli scismi più … mhe della storia.
Per lo meno gli altri scismi un fondo di “motivazione” l’ avevano.
Francamente io non riesco a trovare motivi validi che non siano, “vogliamo fare come ci pare ma allo stesso tempo non vogliamo finire fuori da un rapporto, anche solo base, che ci salvi dall’ isolamento” .
Scrivere una lettera poi, in cui si dice tutto e il contrario di tutto… bhe…
Vogliono uscire? escano e pazienza. non è che si deve passar la vita a correre dietro a chi ti volta le spalle, provata una volta, provata due volte, provate 4 volte ecc… vogliono fare come gli pare loro, vogliono aver ragione loro? se la tengano e buona notte.
Inviterei entrambe le parti a fare un passo verso l’altra, senza irrigidirsi sulle proprie posizioni, senza guardare solo indietro e senza accusarsi a vicenda, perché quel che è stato è stato: amen! Bisognerebbe che entrambe le parti osassero guardare avanti nella carità e nella verità, perché se è disdicevole non aver iniziato prima il dialogo, non è nemmeno onesto rigettarlo ora. Gli strumenti per essere testimoni del Vangelo esistono, anche quelli per parlarsi sono presenti e pure quelli per sostenersi a vicenda ci sono, quindi cercate la comprensione, la riconciliazione, il perdono e la pace.
Di fronte a tutta questa ormai decennale vicenda verrebbe da dire: che i seguaci di mons. Lefebvre vadano pure per la strada che desiderano seguire. Non si può certo costringere qualcuno a restare nalla Chiesa cattolica se questo qualcuno non la ritiene a sè adatta o compatibile con la proporia personale “visione del mondo”. Ne va del rispetto della libertà di coscienza che vale sempre e comunque anche, e direi sopratutto, per coloro che, come i lefreviani, non l’apprezzano fino in fondo.
Fra i tanti motivi che possono dividere gli esseri umani, le religioni costituiscono il più stupido perché nessuna fornisce prove inoppugnabili a suo sostegno: chi crede lo fa alla cieca e acriticamente perché così gli è stato insegnato sin dall’infanzia. A me non sta bene. Comunque ognuno ha il diritto di percorrere la propria strada e non vedo perché si debba essere necessariamente in comunione con la chiesa cattolica, specialmente se se ne conosce bene la storia (come ha preso il potere, costruito e imposto la sua dottrina con forza e violenza e tante altre belle cose). L’importante è non danneggiare gli altri, non pretendere di imporre agli altri le proprie convinzioni, non ritenere superbamente di essere sempre nel giusto e che gli altri siano sempre in torto. Vivere e lasciar vivere e si può andare d’accordo e in pace con tutti.