
José María Vigil è religioso claretiano. Ha speso quarant’anni della sua vita in America Latina, ove è stato al fianco di Pedro Casaldáliga, il vescovo “profeta dell’Amazzonia”. È ritenuto tra i rappresentanti mondiali del pensiero “posteista”. È autore di numerosi libri, saggi e articoli, tra cui, in italiano, “La costruzione del dogma cristologico” in Teologia del Pluralismo religioso (Roma, 2008).
– Padre José, cosa intende per “posteismo”?
“Posteismo” è un termine che può avere diversi significati. Il primo significato è riferibile ad una corrente teologica interna al cristianesimo – presente anche nel cattolicesimo – che postula ciò che la parola suggerisce, ossia che il tempo del “teismo” sta di fatto tramontando in una parte significativa dell’Occidente, con ripercussioni in tutto il mondo.
Ma, in un senso più ampio, il termine evoca un intero fenomeno sociale contemporaneo – culturale e religioso – di dimensioni immense in Occidente, tale da interessare la scienza, l’università, la cultura, il mondo giovanile e il mondo laico.
Prima di dare definizioni, quindi, suggerisco ai lettori di stare ad osservare: nell’Occidente in cui viviamo, il posteismo è presente ovunque, nella società, nella cultura, nel respiro… per strada: si trasmette per “osmosi”.
Capita che questa mia generazione – quella che sta attualmente raggiungendo la fine del suo viaggio – sia forse quella che ha vissuto i maggiori cambiamenti, nel pensiero e nei valori. Abbiamo visto cadere verità indiscutibili, persino verità ritenute eterne, insieme con l’intera visione del mondo che abbiamo ricevuto dai nostri padri.
Siamo nati nel “Medioevo”: intendo dire che siamo nati e cresciuti con la concezione di un Dio che “sta sopra”, di un inferno che “sta sotto”; con la concezione della grazia e del peccato, dei sacramenti; siamo nati e cresciuti nell’idea di una Chiesa “docente” e di una filosofia “perenne” (la scolastica), di una società civile interamente assoggettata alla Chiesa, nella totale ignoranza della modernità illuminata dai diritti umani razionali.
Questo è quanto io ho respirato sin da bambino, e di cui resto molto grato per l’esperienza religiosa che ho potuto coltivare; tutto ciò mi ha aiutato molto nella mia vita. Non nego, perciò, i valori che ho ricevuto. Ma ora di tutto ciò trattengo la cosa principale: “butto via” solo l’inutile e il dannoso.
Ora, quella società – con noi che ci siamo stati dentro – ha conosciuto una trasformazione davvero radicale. È avvenuto il cambiamento del nostro modo di pensare e di sentirci in questo mondo: quasi non ci riconosciamo più in ciò che eravamo, nei modi in cui pensavamo e vivevamo.
Ma vero è che ci sono persone che si sono fermate a quel tempo e che si sono aggrappate a certe verità rese dogmatiche: la religione, in molti casi, è perciò divenuta, per queste persone, uno strumento molto efficace di sicurezza e di conservazione. Mentre altre abbracciano con passione l’avventura del vivere e di studiare a fondo un tale profondo cambiamento culturale e religioso, sin dove ciò è possibile.
Oggi, anche noi cristiani, cattolici, siamo, dunque, insieme a tutti gli esseri umani, molto perplessi, ma nell’intimo siamo felici di questa sempre nuova ricerca di senso al punto in cui siamo giunti, e in vista di ciò che sta sopravvenendo.
Dato di fatto
– Quindi, il suo pensiero teologico si pone decisamente in prospettiva posteista?
Sì – sinceramente, e in coscienza – per continuare a “dare conto della mia fede” (1Pt 3,15-16), sì. Mi sento in empatia col crescente movimento del posteismo che percorre le nostre società.
Penso all’Europa, vedo le statistiche: ci sono centinaia di milioni di persone posteiste “di fatto”, sebbene provengano storicamente – nella loro genetica culturale e spirituale – dal cristianesimo classico, teistico. La maggior parte di queste persone non si considera posteista, perché non ha mai nemmeno sentito pronunciare questa parola.
Parafrasando Karl Rahner, io dico che sono “posteisti anonimi”: e per loro sarebbe – e lo è – una buona notizia sapere che ci sono cristiani che hanno intrapreso un percorso spirituale che consente loro di accedere ad una versione post-secolare del cristianesimo. E sono perciò contento di contribuire col mio umile lavoro di teologo a ciò.
Mi sento all’interno di quella corrente di questa nuova teologia che pensa possibile un altro modo di comprendere la realtà: senza più un “secondo piano” sopra-naturale, senza più dualismi, senza freni contro la ragione o contro la scienza; senza complessi di superiorità; senza esclusivismi (nulla salus extra Ecclesiam, extra Christum), senza credenze mitiche; ma con diversi e altri “nuovi paradigmi”. Sono convinto che questa teologia – questa nuova visione – sia appunto una buona notizia per la società di oggi.
– Posteismo significa anche post-religioso?
Ho riflettuto e scritto che da tempo stiamo entrando in un “paradigma post-religionale”. Non ho scritto “post-religioso”, perché penso, insieme a tanti altri, che noi umani siamo religiosi nel senso profondo della parola, e lo saremo sempre. Finché saremo appunto umani, porteremo in noi, nel profondo, il senso del Mistero, il bisogno di conoscere e di trovare il significato delle nostre vite, di incontrare i valori, di coltivare la qualità profonda della vita umana.
Questo, per me, è già essere religiosi, ed è questo che intendo con la parola “religioso”: una parola che si potrebbe anche cambiare, ovviamente: forse sostituire con interiorità, profondità, qualità umana profonda e altro. Penso che il giorno in cui dovessimo perdere questo carattere religioso cesseremo di essere umani.
Mentre, in un’altra accezione, il “religionale” è ciò che riguarda i modi, i condizionamenti, i meccanismi essenziali, le caratteristiche strutturali…, ossia quanto sono le religioni che conosciamo dalla nostra infanzia.
Le religioni, in fondo, sono apparse, relativamente di recente sulla faccia della terra: non più di 4500 anni fa. In passato “noi” eravamo religiosi, ma senza religioni. L’umanità ha vissuto molto più a lungo senza le religioni che con le religioni. Ma oggi viviamo in un periodo in cui le religioni stanno fallendo. I media occidentali ci parlano da 40 anni del drastico calo delle statistiche, della chiusura dei templi, dei monasteri, delle parrocchie… dei battesimi o dei matrimoni religiosi in diminuzione ecc. A volte, questa discesa viene descritta “in caduta libera”.
Mi sembra allora chiaro che il “religionale” – inteso come la cosmo-visione ed epistemologia delle religioni storiche – che ci accompagna da millenni, sta scomparendo: senza nemmeno saperne il motivo, sembra che il “religionale” delle tradizioni abbia smesso di essere utile, comprensibile, plausibile. In altre parole, ci troviamo già in una società prevalentemente post-religionale in cui il sacro e il religioso stanno subendo una grande metamorfosi, insieme alla stessa società umana.
Cambio di paradigma
– Cosa possono continuare a credere i cristiani in tale visione?
Penso che non si tratti più di “credere”: dobbiamo entrare in un altro paradigma. Perché non si tratta più di “salvare sé stessi”, né più di “applicare i meriti della Passione di Cristo”; né si tratta di “diventare Dio” come “Dio è diventato uomo per noi”; né di «servire e lodare Dio nostro Signore per salvare la nostra anima» (principio e fondamento di Ignazio di Loyola). Tutte queste sono espressioni e immagini provenienti da un altro tempo, che hanno già perso il loro contatto con la realtà culturale attuale, e che fanno perdere contatto anche in chi coltiva tale contatto.
Quel paradigma di fede – cioè credere in ciò che non si vede, accettare la rivelazione sopra la ragione, credere a ciò che Dio ci ha rivelato e che la Santa Madre Chiesa ci insegna ecc. – è materia obsoleta per gran parte dell’umanità.
Quelle centinaia di milioni di europei e di americani che hanno abbandonato le credenze in cui sono stati cresciuti ed educati, non sono in grado di ricevere la proposta dell’atto di fede, non sono cioè in grado di sottoporre la propria comprensione alla Rivelazione, perché questa è detta in una lingua che per loro è incomprensibile.
È in questione, dunque, il “credere” che questo essere umano sia posto qui da Qualcuno esterno ed onnipotente, che gioca a nascondino con noi, e che ci chiede di “credergli” solo perché esiste una Chiesa che dice di essere depositaria della prima Rivelazione, affinché la trasmetta ad altri inalterata, nei secoli dei secoli, senza che questi discepoli abbiano mai visto né sentito: non lo capiscono proprio; e io capisco che non lo possano capire.
Per questo motivo, credo che non si tratti più di evangelizzare, né di proclamare le stesse buone notizie, né di “tornare alla prima proclamazione”, come nel Giorno di Pentecoste: siamo in un altro mondo, mentre queste sono formule provenienti da una società che non è più quella attuale.
Ora è possibile solo un “Cristianesimo 2.0”, in cui occorre ripartire con un’architettura teologica interna diversa. Occorre, cioè, un nuovo paradigma del cristianesimo, parallelo al nuovo paradigma che l’umanità ha assunto ormai da tempo, ora in modo accelerato. Parlare di questo “Cristianesimo 2.0” sarebbe molto interessante. Ma lo rimando ad un altro momento.
Post-teismo e Chiesa
– Quali conseguenze vede per l’istituzionalità della Chiesa?
L’orizzonte che vedo riguarda le religioni tradizionali in genere, non solo il cristianesimo in particolare. Ma, se mi chiedi della Chiesa cattolica quale istituzione, temo di dover dire che il suo futuro sia piuttosto oscuro, soprattutto perché non si sta attrezzando per reagire adeguatamente: è ostaggio di sé stessa, dei suoi dogmi; ritiene di non poterli più presentare in altro modo, né può riconoscerli obsoleti o revocarli; non cambia le regole del suo proprio diritto canonico, o le sue consuetudini – ad esempio sulle donne nella Chiesa e sul celibato ecclesiastico – non tocca i simboli della fede, il Credo e i Sacramenti che ella stessa ha creato e regolamentato.
La Chiesa cattolica continua a voltare le spalle alla realtà, mentre guarda a sé stessa, alla sua salvaguardia istituzionale, alla propria sopravvivenza, ai numeri delle sue statistiche demografiche. Non cerca neppure la “verità”: non accetta sinceramente la scienza e le sue conclusioni; preferisce rifugiarsi nella ripetizione di ciò che è stato detto da secoli, perpetuando un mondo immaginario racchiuso nel linguaggio teologico classico, in metafore e allegorie sorpassate, nel linguaggio liturgico, nel linguaggio ecclesiastico tradizionale, con una letteratura scritta nel corso di millenni fa.
Ma alla Chiesa sembra non importare: continua a parlare di tutto questo come sempre, senza studiare nulla di ciò che la scienza ci assicura oggi, e senza presentare e commentare nulla ai “fedeli” al fine di “proteggerli”. La scienza ci dice oggi che il cervello non è fatto per cercare la verità, ma per “sopravvivere”: mi sembra che qualcosa di simile accada nella Chiesa e in tutte le istituzioni religiose; la sociologia ci dice che le istituzioni hanno una loro propria e inevitabile concupiscenza, che interessa anche la Chiesa in quanto istituzione.
Nella Chiesa non esiste un dipartimento R+D+I (Ricerca. Sviluppo, Innovazione), semmai esiste l’opposto da cinque secoli, con l’Inquisizione, il Santo Uffizio, la Congregazione per la dottrina della fede (da cui 500 teologi sono stati perseguitati dai papi Wojtyla e Ratzinger).
In un mondo come quello attuale, che sta attraversando quel serio e accentuato cambiamento culturale di cui ho parlato, e che produce il sonoro fallimento espresso dalle statistiche, alla Chiesa servirebbe una nuova teologia, aperta ai nuovi paradigmi del mondo moderno, postmoderno, attuale; quella R+D+I sarebbe la sua attività più necessaria.
Tuttavia, ho speranza: penso che l’Umanità farà la sua strada, nonostante la Chiesa sia impegnata nei suoi interessi istituzionali. Penso, quindi, al posteismo come ad un grande movimento di vecchi credenti scesi in massa da un “Titanic” che affonda, per imbarcarsi in una nuova avventura creativa – religiosa non “religionale” – per fare rotta su una nuova via di salvezza priva di obsoleti bagagli teologici o di pesanti zaini dogmatici. Penso che Gesù sarà – su quella rotta – ad attenderci, per accompagnarci nella nuova umanità. E sarei molto felice di essere anch’io, là, col mio modesto contributo teologico.
Preghiera
– Padre José: lei prega? Cosa vuol dire per lei pregare?
Certo, io prego ogni giorno e anche, qualche volta, di notte. Quando sono stato ordinato sacerdote, ho trascorso un po’ di tempo come cappellano dei migranti a Olten (Svizzera). Ricordo ancora un libro che ho trovato là, nella casa del sacerdote che sono andato a sostituire: Beten ist Menschlich (Pregare è umano).
La preghiera è qualcosa di semplicemente umano, è l’espressione di quella religiosità del profondo di cui ho detto prima, anche se si prega in un modo “non religioso”, cioè non-“religionale”: perché – sì – è possibile pregare in un modo molto laico, semplicemente umano, nelle profondità della nostra umanità.
Consiste nel fermarsi per entrare consapevolmente in sé stessi, nella profondità: l’opposto dell’essere distratti e l’opposto del restare su quella superficie su cui, inevitabilmente, ci muoviamo prevalentemente.
Pregare significa allora toccare sé stessi in silenzio, ascoltarsi davanti al Mistero dell’esistenza, al Mistero della vita e della morte – della mia vita e della mia morte che è sempre vicina –, il Mistero dell’amata incertezza con cui posso attraversare questo deserto congiunturale, il Mistero del bisogno di godere di un significato beato. Senza questa preghiera non potrei vivere, perché non potrei sentirmi umano.
Ovviamente, sono stato teista per la maggior parte della mia vita: come tutti gli altri, come i miei genitori, come la mia amata Chiesa, come la società, fino a qualche decennio fa. Ora ringrazio il corso della Vita che mi ha consentito di arrivare ad un tempo in cui assistere alla scoperta epocale che Theos è un modello di spiegazione della realtà che abbiamo costruito noi stessi, certamente con un buon senso e un successo che ci hanno accompagnato storicamente, rendendoci vitali.
Con molta modestia, ritengo che la teologia posteista stia configurando – ragionevolmente e bene, in modo molto responsabile – ciò che è in questione, ossia il concetto di “Theos”: quella costruzione umana che la teologia posteista sta invitando a superare, oltre le metafore e i linguaggi che confondono, e che non sono più sostenibili.
- Per un approccio approfondito allo studio del posteismo raccomando la sintesi Sincere to Theos liberamente disponibile: in inglese. A proposito di preghiera, ho scritto la Lettera a Dio per aggiornare il libro delle Lettere a Dio dall’America Latina pubblicato dal PPC di Bogotá.






Cito: “Penso che non si tratti più di ‘credere'”. Dal post-teismo al non-teismo il passo si è fatto breve. Ironia della sorte, abbiamo a che fare con una nuova dogmatica proprio mentre si pretende di non averne più una: quella cattolica.
La visione che qui viene presentata del cristianesimo sarebbe in sé ammirevole, se non incorresse in due osservazioni che dovrebbero farci riflettere. La prima è che non è nuova come si asserisce a parte dei suoi sostenitori. Molte altre religioni e filosofie, anche anteriori al cristianesimo, hanno negato la dualità tra Dio e il mondo, per respirare il clima del sacro senza dover ricorrere alla trascendenza, intendendo così anche la preghiera non come un dialogo con un Tu personale radicalmente Altro, ma come una meditazione che ci fa rientrare in noi stessi e là immergerci nel Tutto di cui siamo parte. La seconda osservazione è che questa visione non è stata quella di Gesù né quella che si trova nei testi evangelici e in quelli del NT. Dire che è il futuro del cristianesimo è lo stesso che dire che il futuro del buddhismo è di arrivare a credere in un Padre trascendente che ha mandato suo Figlio a salvarci con la sua morte e resurrezione. E’ vero, oggi pochi aderiscono al vangelo. Anche al tempo di Gesù è stato così. Ma “salvare” la fede cristiana sostituendola con un’altra non mi sembra una buona soluzione.
Per chi è cristiano e ama la sua chiesa profondamente il percorso a cui ci invita José María Vigil, chiamiamolo come meglio ci accomoda anche “Crisianesimo 2.0”, sarà complesso e in qualche misura doloroso ma va intrapreso. Non si tratta di gettare l’acqua sporca con il bambino; si tratta di ridifinire e ricomprendere la nostra fede come già molti mistici hanno già provato e fatto nella storia. Papa Francesco suggerendoci che “La Grazia suppone la Cultura” (Evangelii Gaudium) ci invita alla fine ad estendere la fede alla dimensione culturale per sottolineare come il dono di dio si incarni necessariamente nella storia e nelle identità dei popoli. La Grazia non fluttua e non nasce dal nulla, ma ha bisogno dell’umano ovvero della cultura di chi la accoglie.
Mi colpisce il fatto che queste teologie arrivino dall’America Latina, continente che nel ‘900 era rimasta un po’ fuori dalle teologie liberali molto secolarizzate. Mi pare che sia un segno di completa maturazione anche della Teologia della Liberazione, bisognerà abituarsi a cercare qualche novità teologica altrove a questo punto.
Una domanda semplice semplice, da povero ignorante: ma i post teisti ci credono ancora in Dio?
Meno male che molte cose sono cambiate, la società si evolve, la mentalità e le convinzioni cambiano, ed è giusto così. Non c’è futuro per chi resta fermo. E, pur con tutti i suoi difetti, preferisco l’Occidente attuale, che mi riconosce la libertà di pensare con la mia testa e vivere come voglio, all’Europa del Medioevo e delle persecuzioni, le torture e i roghi di chi non sottostava al magistero (e al potere) della chiesa cattolica.
Ma perchè solo l’Occidente? Anche in Cina o in gran parte della Russia postsovietica i non credenti sono in numero decisamente superiore ai credenti. Giusto in un sito dichiaratamente cattolico presentarsi come non credente può sembrare originale, nel resto della rete è molto più vicino al sentire comune.
Ci pensavo l’altro giorno dopo la discussione sul sinodo e lo “Spirito”. Secondo me se si vuole entrare in un paradigma post teista e post religioso va benone, bisogna poi essere attenti a non far rientrare il Padre e lo Spirito dalla finestra dopo averli fatti uscire dalla porta.