
Vedo la moschea-cattedrale all’alba dell’ultimo giorno a Cordoba, mentre esco dalla città per il ponte romano e ammiro come la sua architettura parla di tempi passati in cui essere cristiani o musulmani voleva dire essere civili, studiosi, credenti, intraprendenti, artisti: questo edificio di culto mi sembra essere illuminato da una luce nuova, da una nuova consapevolezza.
Dopo i giorni di piogge torrenziali e pericolose si è svolto il convegno organizzato dal 10 al 14 febbraio 2026 da Pluriel, in collaborazione tra università interessate a studi orientali e islamistica, dal titolo “Etica ed estetica nel patrimonio islamico”, occasione per fornire chiavi di lettura ed esempi concreti alle attuali sfide in molti fenomeni che l’occhio europocentrico non coglie o addirittura rigetta.
Etica ed estetica insieme
Il prof. Emmanuel Pisani ha posto le basi delle successive relazioni col suo intervento fondato sulla chiara relazione sussistente tra etica ed estetica, certamente collegate a teologia, morale, filosofia: il binomio è stato sotto i riflettori degli studiosi di islamistica per indagare quanto la ricerca della bellezza influisca sulla responsabilità dell’azione e viceversa.
Un esempio mi ha sorpreso: la calligrafia araba, disciplina che mira alla perfezione estetica nel movimento della mano che scrive versi coranici; ho visto tale bellezza con i miei occhi, nelle decorazioni di epoca islamica nella moschea-cattedrale di Cordoba e nella alhambra di Granada. La bellezza del mondo trascendente è quanto intende trasmettere quella calligrafia, nell’azione di trascrizione dei testi sacri che è divenuta spiritualità, teologia ed etica.
La teologia estetica araba ha percorso i secoli promuovendo e custodendo quanto l’etica ha fissato per orientare l’agire dei credenti. Se, da una parte, molti hanno promosso una ricerca estetica, sia nel passato che nel presente – come, ad esempio, Gialal Ad-Din Rumi e il sufismo sino ai compositori di Muslim Punk –, nel mentre, la corrente più rigorista ha affrontato l’estetica con sospetto, fino a redigere proibizioni in fatto di musica, canto e arte in genere.
Nel convegno s’è manifestata molta determinazione nell’andare a fondo nel tema, senza esitazione: così molti relatori hanno manifestato consenso circa la ricerca estetica dell’Islam, richiamando autori quali Ibn’ Arabi, filosofo e poeta dell’Andalusia medievale che ha ispirato lo stesso Dante Alighieri; prima di lui, un filosofo considerato secondo solo dopo Aristotele di nome Al-Farabi, capace di esaltare la bellezza della poesia e il suo ordine per dare armonia alla comunità, alla persona e al cosmo intero; l’approccio filosofico di questo autore fa tesoro degli sviluppi della filosofia greca e sostiene che la bellezza è sempre teofania, in quanto, attraverso lo spettro dell’ordine della Creazione, si contempla il Creatore.
Contemplare la bellezza
Ho potuto ascoltare quindi gli interventi di professori e ricercatori delle università di El Cairo, di Beirut, Istanbul, Parigi, Roma e di molte altre città, fino a meglio comprendere il motivo del nesso tra etica ed estetica: ogni manufatto è testimone di una bellezza che trascende il reale, investendo di conseguenza l’artigiano di una responsabilità “politica” esercitata nella attività pubblica, ad esempio nella musica, nel canto, nella poesia e nel disegno.
Più volte è stata richiamata la zinah, ossia la norma etica che guida il vivere quotidiano e protegge dall’idolatria: essa, infatti, precisa che la bellezza dell’arte può essere accettata soltanto se non si pone come alternativa a quella di Dio, così che diviene proibita ogni espressione artistica che possa distrarre dall’unificazione del Creato e dall’adorazione del Creatore nei nomi di Dio.
Per Ida Zilio Grandi zinah è da intendersi quale dono della misericordia divina che viene in aiuto ai credenti spesso messi alla prova quando i sensi sono stuzzicati dalle delizie del mondo.
Parlando di tutti i sensi, la bellezza di cui si tratta non è solo visiva: l’estetica si trova nella vasta gamma dei significati iconografici, uditivi, verbali, olfattivi, coreografici… Sono tutti gli aspetti del bello di cui si sono serviti i profeti, specialmente quelli che hanno reagito a periodi di decadenza storica, come ha fatto Gialal Ad-Din Rumi, uno dei promotori di un pensiero islamico capace di integrare la danza, il canto e la poesia nella preghiera.
Ma c’è chi, nell’Islam, ha trovato azzardata l’esposizione sino a tali livelli estetici, ove il corpo dà forma alla bellezza da ammirare, sia da spettatore che da sperimentatore.
Vista la delicatezza di tale aspetto, il programma del convegno ha dato voce a molti approfondimenti di tipo etico: ad esempio, circa la questione del hijab – che adorna e custodisce le donne islamiche – a confronto con la modernità; oppure, circa la giustificazione della musica Punk e Rock nell’affermazione dell’identità musulmana in reazione ai regimi autoritari; ovvero, circa la poesia sull’amore che non elude l’eros per farne un nucleo profondo della contemplazione; o, non da ultimo, circa l’ecologia quale esercizio di giustizia sociale e di cura del Creato.
Ma il binomio estetica-etica non va solo in una sola direzione, cioè dall’interesse estetico all’agire etico. In alcuni interventi si è potuto riscontrare l’approccio inverso, ove una certa morale indirizza l’uomo e la donna verso un determinato livello estetico.
Luoghi e attività di culto
Si è parlato, quindi, di ospitalità, tanto cara a Claudio Monge e a Gabriel Khairallah, i quali hanno affermato come nel monoteismo l’ospitalità sia sacra e così incisiva da plasmare l’etica verso la giustizia sociale e la compassione, cioè verso il bello e il buono.
Nella sua attualizzazione, Claudio Monge ha spiegato l’annosa questione della Hagia Sophia di Istanbul, arrivando a dire come – a suo parere – sia preferibile la musealizzazione del luogo, affinché sia fruibile a tutti, piuttosto di farne un luogo di culto esclusivo.
Di luoghi e attività di culto ha parlato anche Dirk Ansorge, spiegando come quelli che alcuni definiscono “rumori religiosi” siano stati oggetto di regolamentazione e anche di innovazione; ciò che dovrebbe risultare evidente a tutti è il richiamo alla preghiera in ogni moschea, nell’adhan, sempre percepibile nella sua sonorità nei Paesi a tradizione islamica, ma non in Occidente, dove si è inventato un altro modo di annunciare l’ora della preghiera, con la luce. È interessante notare come una posizione etica può condurre all’espressione estetica e la ricerca del bello.
Mentre oggi ammiriamo lo skyline delle nostre città, come ho fatto io dal ponte romano di Cordoba, i pellegrini che nel Medioevo andavano alla Mecca o a Gerusalemme si portavano a casa l’icona che raffigurava la città con la sua simbologia teologico-spirituale, tale da far tornare il credente a quel luogo e a quel pellegrinaggio.
In greco questa icona-souvenir della città santa si chiama Proskynetarion: ne ha detto Marie-Laure Davigo tra gli ultimi interventi: osservare e toccare questo oggetto, simbolo dei luoghi santi, aveva un valore apotropaico; la sua devozione e contemplazione aveva la facoltà di indurre il credente alla purificazione, per farsi promotore di un’etica più coerente col suo credo e con gli insegnamenti religiosi.
Aver partecipato a Pluriel, a Cordoba, per me ha significato l’inizio di una conversione di sguardo, su un nuovo dialogo islamo-cristiano.
- Don Samuele Bignotti è coordinatore di Ecumenismo, Dialogo Interreligioso e Movimenti Religiosi alternativi della diocesi di Mantova.






La Mosquita è di una bellezza commovente… chi realizza una cosa così bella non ha minor senso di Dio di chi ha costruito le imponenti cattedrali gotiche. Certamente ha un’idea di dio diversa ma non per questo meno affascinante.
La bellezza della mosquita è un vaccino contro il fondamentalismo che nulla di altrettanto bello ha saputo costruire se non distruggere la bellezza.