
Marianella Sclavi, ex docente di etnografia urbana al Politecnico di Milano, ha svolto numerose ricerche sulla gestione creativa e positiva dei conflitti in territori a rischio di escalation. Collabora da anni col Consensus Building Institute (MIT, Boston), di cui ha curato il volume: Costruire una pace. Per imparare a non credere nella fatalità delle guerre, Bruno Mondadori 2007. Fra i suoi libri, tutti long sellers: La signora va nel Bronx (Bordeaux, 2022) e Arte di Ascoltare e Mondi Possibili (Pearson 2022). In uscita in aprile 2026: Confronto Creativo. Potenziare la democrazia con l‘intelligenza collettiva (Thedotcompany) e Elogio dei tre saperi. Il dialogo fra cittadini, politici e tecnici per mandare al diavolo tutti i despoti e i despotismi (Bordeaux).
- Gentilissima Marinella, si è parlato anche recentemente di «giornalismo di pace» (qui su SettimanaNews) come strumento fondamentale per la risoluzione pacifica dei conflitti, con particolare riferimento alla guerra in Ucraina. Quali caratteristiche dovrebbe avere un buon giornalismo «di guerra» per essere giornalismo «di pace»?
Sono diffidente, per non dire contraria, sia alla dizione «giornalismo di pace» che «giornalismo di guerra». Un giornalista professionista serio ha dagli anni venti del secolo scorso in poi un modello che è quello della BBC (British Broadcasting Corporation), un giornalismo basato sulla indipendenza radicale dal potere politico, sulla presenza personale sul campo e sulla raccolta di informazioni e storie dal punto di vista di tutte le parti in causa.
Da allora in poi questo approccio è stato arricchito dal «nuovo giornalismo» degli anni Sessanta e Settanta, dalle discipline etnografiche, dagli sviluppi dell’ermeneutica e fenomenologia sperimentale. In sintesi: esistono oggi le basi teoriche e un ampio repertorio di esempi pratici che permettono di distinguere i professionisti seri dai farlocchi che si limitano a raccogliere opinioni e a leggere quello che è scritto sui documenti più o meno ufficiali.
Nel caso della guerra in Ucraina vediamo questo giornalismo all’opera grazie a giornali come The Guardian e a giornalisti italiani come Francesca Mannocchi e Nello Scavo, solo per citarne due. Inoltre un ruolo oggi fondamentale lo rivestono quelle autrici e quegli autori che pubblicano on line descrizioni e piccoli filmati della vita quotidiana (come i cittadini di Minneapolis rispetto all’operato dell’ICE) che documentano «quello che succede», diverso dalle propagande dominanti, a partire da quella filorussa organizzata.
- Rispetto alla polarizzazione cui è soggetta la stampa e l’opinione pubblica su ogni argomento e alla conseguente radicalizzazione delle opinioni, quale «terzietà» è possibile e corretto esercitare a proposito della guerra in Ucraina? Si può rimproverare alla popolazione ucraina il mancato impiego di strumenti di resistenza nonviolenta e di azione diplomatica?
Io sono tra i promotori del Movimento Europeo di Azione Nonviolenta, nato in seguito alla aggressione russa del 2022 allo scopo di capire «cosa succede» a partire dall’ascolto dei vissuti e storie delle persone coinvolte. Da allora abbiamo compiuto ben quindici viaggi e soggiorni in Ucraina, nel corso dei quali abbiamo creato delle reti di collaborazione molto forti con la società civile ucraina e stiamo iniziando faticosamente a fare altrettanto con i circoli per lo più clandestini di «russi contro la guerra», attività proibita in Russia, qualificata come terrorismo.
Fin dai primi incontri i nostri interlocutori ci hanno raccontato decine di esperienze di opposizione nonviolenta all’arrivo dei carri armati, ovvero gruppi di cittadini armati unicamente delle bandiere ucraine che si mettevano di fronte ai carri con slogan del tipo «go home» (di solito in russo). Ebbene, ad eccezione di due casi, in cui i capi militari russi si sono limitati a modificare provvisoriamente il tragitto dei veicoli, questi cittadini inermi sono stati messi in fuga perché su di loro si è sparato: alcuni sono stati è stato uccisi, altri sono stati imprigionati in massa in locali privi di luce, con scarso accesso all’acqua e ai gabinetti, e sono stati tenuti lì per mesi, con i bambini che dormivano accanto ai cadaveri di chi non ce la faceva.
Noi abbiamo visitato questi locali, svuotati solo in seguito alla liberazione di quei territori (che erano nel tragitto fra Kyiv e la Bielorussia) e ascoltato le testimonianze dei sopravvissuti. Perché una presenza nonviolenta abbia una possibilità di incidere sarebbe necessario l’arrivo in Ucraina di decine di migliaia di cittadini europei disarmati decisi a organizzare assieme ai cittadini locali una enorme catena umana contro la guerra. Questa è sempre stata la principale proposta di MEAN ed è l’unica concreta possibilità di esercitare un «ruolo terzo».
I nostri interlocutori ucraini sono entusiasti di questa idea perché, ovviamente, i primi contro la guerra sono loro. Ma al tempo stesso non sono disposti a sottomettersi a un regime il cui funzionamento conoscono meglio di noi. Sanno benissimo che ciò che Putin esige è tacita collaborazione alle violenze del potere, cedimento morale o anni di galera. In due parole: per svolgere un ruolo terzo ci vuole coraggio. Qualità questa assente nella gran parte di nostri «pacifisti» e «nonviolenti» da salotto.
Il ruolo dei giornalisti in queste circostanze, come fu quello del corrispondente del Washington Post durante la marcia del sale di Gandhi, è semplicemente riferire con minuzia di particolari quel che succede.
- Si rimprovera, probabilmente con ragione, all’Europa di voler armare se stessa e l’Ucraina senza aver percorso tutte le vie diplomatiche possibili e alla società civile europea di non aver impiegato tutti gli strumenti dell’azione non violenta per prevenire e fermare la guerra. Come sostenere il dialogo tra le parti senza negare i fatti e senza misconoscere i diritti dei popoli?
Con i nostri interlocutori, impegnati nel rafforzamento degli enti locali, nell’anti-corruzione, nell’assistenza alle popolazioni colpite dai missili, nella cura dei feriti e così via, abbiamo spesso discusso di cosa si sarebbe potuto e dovuto fare per impedire l’escalation. Questo ci ha portato a rileggere tutti i trattati e accordi dal 1991, data del referendum per l’indipendenza, e a parlare con i diplomatici ed esponenti OSCE che hanno contribuito a redigerli.
La conclusione è che agli accordi si è lavorato moltissimo e anche bene: è mancata è la capacità di farli rispettare. Sono assenti sia forze di polizia internazionali in grado di impedire alle squadre di fanatici di continuare con le violenze, sia Corpi Civili di Pace in grado di accompagnare le popolazioni nella ricostruzione del tessuto sociale.
Di qui la proposta, elaborata durante due intere giornate di lavori a Kyiv con i più diversi esponenti della società civile, religiosa e politica ucraina, della costituzione dei Corpi Civili di Pace Europei. Una proposta che abbiamo portato al parlamento e al governo europeo, e che sta interessando anche i gruppi di «russi contro la guerra».
- Rispetto alla resistenza civile e all’azione nonviolenta, qual è il contributo del Movimento Europeo di Azione Nonviolenta?
Il MEAN, con la sua presenza continuativa armata unicamente di ascolto attivo, ha dimostrato due cose: prima di tutto che anche in situazioni di grave emergenza è possibile creare dei solidi rapporti di fiducia e collaborazione fra diverse società civili. E in secondo luogo che, grazie a questo senso di solidarietà, le persone sotto attacco diventano disposte al dialogo perfino col nemico.
Nello specifico i nostri interlocutori, fra i quali una trentina di sindaci di comuni ucraini, hanno sottoscritto su nostra proposta un impegno a chiedere la costituzione di una Commissione per la Verità e la Riconciliazione su Donbass e Crimea, una volta finita la guerra. Una Commissione internazionale, davvero terza, che dia voce a tutte le vittime, di qualsiasi parte. Non è poco da parte di gente che vive quotidianamente in stato di allarme, con case distrutte, bambini costretti a studiare online e nei bunker e tutto quel che sappiamo.
- In molte analisi, pare che le considerazioni di carattere geopolitico debbano naturalmente prevalere, sia nell’individuazione delle cause del conflitto sia nella prospettiva di una sua soluzione: l’invadenza della NATO spiegherebbe (e giustificherebbe) le decisioni della Federazione Russa, le istituzioni internazionali dovrebbero architettare una mappa di potere tale da garantire sicurezza alla Federazione Russa e all’Europa contemporaneamente. Eppure troppi elementi non corrispondono a questa lettura della situazione, dall’ostinazione (suicida?) di Putin alla resistenza (suicida?) della popolazione ucraina. C’è una chiave di lettura che consenta una migliore comprensione del conflitto, e quindi anche una migliore prospettiva di soluzione? Si tratta davvero di un conflitto tra due popoli?
Le ricostruzioni di carattere geopolitico sono il terreno privilegiato delle fake news: fra installare una base missilistica (NATO) e sparare dei missili sulle città e i suoi abitanti (come succede ancora in questi giorni in Ucraina), non c’è alcuna consequenzialità logica accettabile. L’approccio «siccome tu mi minacci, io ti uccido» vale in un ambiente criminale e mafioso, non in una società civile. Questo è vero sia quando messo in atto dagli USA, che dalla Federazione Russa. Il problema è: da dove partiamo per rifondare l’ONU dalle radici, come è necessario?
La nostra idea è che si può e deve ripartire dalla rifondazione dell’Europa, per esempio lanciando un’assemblea dei cittadini europei analoga a quella promossa da Davide Sassoli (Conferenza su futuro dell’Europa, maggio 2021-maggio 2022) per delineare il percorso di «un’Europa continente garante di Pace al proprio interno e nel mondo».





