
Come un piccione solitario. Intirizzito dal freddo e dall’umido, che se ne sta accovacciato sul cornicione. A volte, avendo ottenuto quel posticino combattendo e scansando il piccione che poco prima stazionava lì. Con quella sensazione che, anche quando siano vicini l’un l’altro, i piccioni non siano capaci di “abbracciarsi” e, quindi, siano condannati ad essere sempre dei solitari. A volte penso che l’esperienza in carcere sia così. O meglio, che ogni esperienza di reclusione, di chiusura di noi agli altri (per mille motivi), sia un po’ così. Il carcere ne è un’immagine solo un po’ più nitida (Sr. Rossella, volontaria al carcere di Bologna).
Caro A.,
ci siamo accorti che non c’eri più perché sulla lavagna della saletta che usiamo per la celebrazione della messa domenicale non c’era la solita scritta, in carattere elegante, con cui tu richiamavi una frase che ti aveva colpito in quel giorno dal Vangelo o dalle letture. Quel giorno invece, sulla lavagna era rimasta la lezione precedente tenutasi in quella saletta multiuso. Recitava con imperiosità: «il potere dello Stato sta nel fare le leggi, farle rispettare e punire chi non le rispetta».
Già quello un segnale: tu non c’eri più. Per fortuna… ti avevano concesso i domiciliari. Ti ho immaginato tornato a casa, dalla tua mamma, per la quale da subito ti eri mostrato molto preoccupato perché 84enne e sola. E mi sono rasserenata. Spesso dicevi: «i nostri famigliari vivono il carcere come noi, ma senza averlo scelto».
La tua assenza mi ha dato la consapevolezza che gli incontri sono un dono: non si possiedono, sono come semi gettati nel campo, sono stelle cadenti, che hanno una preziosità che vedi per un po’ e che poi torna a celarsi ai tuoi occhi. Quanto è importante poterli raccontare, custodire la gratitudine per aver fatto un pezzo di cammino, e poi affidare (speriamo) ad altri e sicuramente all’Altro il prendersi cura te, fratello incontrato per caso, ferito, intirizzito, recluso. Per dono ci siamo potuti incontrare e passare un tempo insieme, su quel davanzale spoglio che è il carcere, e farne esperienza di fraternità e cura grazie al Vangelo.
Quando sei arrivato la prima volta al gruppo vangelo, il tuo volto era una maschera abissale di tristezza, angoscia, disperazione e solitudine. Non hai parlato per gran parte dell’incontro ma il tuo volto diceva molto, urlava. Quando poi hai parlato, le tue parole, poche, gravi, hanno mostrato una profondità stupefacente.
Eri nel mezzo di una lotta, o forse di tante: con il luogo in cui eri finito, con gli altri detenuti, con te stesso, con Dio. E la Parola di Dio era lì, ti attirava, ti metteva in dubbio, ti urtava.
Ti eri stupito e aggrappato a come Gesù trattava Giovanni Battista, che era in carcere, con dignità, ascoltando le sue domande (cf. Mt 11,3). Avevi invocato anche per te un nuovo “in principio”, come ti aveva ispirato il Prologo di Giovanni nei giorni di Natale. Avevi dichiarato con somma tristezza che per te, in quelle giornate in carcere, Dio non si era fatto Verbo (cf. Gv 1,1), ma silenzio. E anzi, in carcere il verbo erano i verbi e le parole che proprio ferivano e maltrattavano: le imprecazioni, le urla, gli insulti… un verbo… così diverso dal Verbo di Dio! Nelle chiamate di Gesù ai discepoli (cf. Mt 4,18-22), avevi sospirato invidiando di poter sentire la voce di Gesù che chiama per nome, con affetto e tenerezza, mentre in carcere i nomi sono sostituiti dai cognomi, urlati, che alcune volte spersonalizzano.
Fino all’ultima volta che abbiamo condiviso il vangelo, in cui tu ci ha confessato che eri davvero in lotta: la sera cercavi di pregare col salmo che dice che “in pace mi corico e subito mi addormento” (Sal 4), ma la pace non arrivava. Pregavi che anche per te il sonno fosse portatore di sogni, di tranquillità come per Maria e Giuseppe. Ma non accadeva. Ci siamo lasciati che tu hai detto, scherzando: «con i salmi imprecatori me la cavo molto bene, invece!».
Io posso dire che il tuo volto, da quella prima volta che ti avevo visto, col passare dei mesi e forse con lo sfogliare le pagine della Parola, era cambiato.
Ti avevamo anche visto sorridere, mai proprio ridere ridere (quasi che non te lo concedessi, per il luogo in cui eri, per la sofferenza che secondo te stavi dando a tua madre).
Ti avevamo visto accoglierci sempre più spesso con un «come stai?», «in comunità?», «la tua famiglia?». Ti eri aperto e chissà se la tua ferita si stava rimarginando… quello lo sai tu e lo sa Dio, quel Dio con cui eri in battaglia cioè con cui eri, con le unghie e coi denti, in relazione.
Io non so che cosa ti avesse portato in carcere e queste mie parole non sono che un angolo a cui guardare a te A. Ce ne sono anche tanti altri a me sconosciuti, ma che non sono così ingenua da credere che non esistano e siano altrettanto validi: chi tu abbia ferito, quale bene tu abbia leso per essere stato portato in custodia cautelare in carcere, l’opinione che hanno di te gli altri operatori del sistema giustizia (educatore, magistrato, direttrice del carcere…). Altrettanto però, sono testimone di come la Parola, la tua vita e la mia vita si siano arricchite di umanità cioè di consapevolezze e nuovi desideri. E questo credo sia un contributo alla nostra crescita in umanità, un contributo alla realizzazione del principio Costituzionale di rieducazione.
Caro A. ti ringrazio e ringrazio Dio, perché anche dove e quando viviamo reclusi (non solo in carcere), anche sui davanzali dove siamo fermi e intirizziti, Dio fa sorgere albe per nuovi voli.
Suor Rossella





