Beirut, Dubai e il conflitto

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Attacco aereo israeliano a Beirut

Attacco aereo israeliano a Beirut, 3 marzo 2026 (AP Photo/Hussein Malla)

Le immagini che arrivano dall’Iran e dal Medio Oriente fanno impressione. Le prossime ore si annunciano ancor più pesanti. I timori non diminuiscono, comunque la si pensi aumentano. Nuvole nere, palazzi distrutti, vittime. Poco sappiamo poi del grande patrimonio culturale iraniano.

Molti in Italia sono rimasti colpiti anche da quanto è accaduto a Dubai, soprattutto per la presenza di molti connazionali, anche nomi illustri, come è noto. Contemporaneamente si è registrato l’ingresso o il ritorno nelle aree di combattimento di altre città, e tra chi vi ritorna spicca Beirut, una città molto diversa ma altrettanto importante in anni lontani.

Il piccolo Libano conta una popolazione di circa 5 milioni di abitanti, gli emiratini superano di poco il milione su un territorio esteso, con dieci milioni di lavoratori stranieri, molti dei quali vivono nell’area di Dubai. Le loro condizioni di vita sono state oggetto di inchieste, che presentano gravi criticità e recenti passi in avanti. Forse parlare di questi due dolori, quello di Beirut e quello di Dubai, ha senso, per dire qualcosa degli arabi oggi, e forse domani.

Alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso lo sceicco Rashid bin Saeed al Maktoum progettava nuovi, imponenti lavori per estendere la nuova Dubai, con i suoi alberghi di lusso e centri commerciali, anche sull’area del quartiere storico di al Bastakiya, costruito alla fine del XIX secolo con i tipici materiali (corallo, gesso, legno di palma) e le famose torri del vento.

L’ordine di demolizione dell’area fu emesso nel 1989. Ma un architetto britannico, Rayner Otter, che viveva in quella zona, chiese al principe Carlo, che stava per visitare Dubai, di intervenire per salvare quella piccola area dalla demolizione: meritava il suo sforzo. Carlo si recò in visita, apprezzò l’architettura e chiese allo sceicco di tornare sui suoi passi. E lo sceicco salvò l’ultimo quartiere dove ancora oggi si possono vedere alcune torri del vento nelle poche strade rimaste.

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Oggi per qualcuno al Bastakiya è un’attrattiva turistica, a mio avviso preferibile ad altre, ma poco di più, sebbene sia vero che ci sono belle gallerie, librerie. Ma c’è uno scambio culturale vivo ad al-Bastikiya, diciamo anche politico, spirituale, e tra «Oriente-Occidente»? Non lo so, sono stato solo una volta tra quelle strade: poi è importante Arserkal Avenue, con importanti spazi espositivi.

Dubai è certamente dinamica, con successi e criticità; in queste ore emerge che la censura non è solo un «atteggiamento censorio», come nei difficili mesi passati. Oggi chi pubblica immagini non visionate dalle autorità, anche sui social, infrange la legge, va incontro a sanzioni pesanti.

Questo nella sua durissima esperienza bellica a Beirut non è accaduto. Troppi giornalisti sono stati uccisi, con ferocia, ma la stampa libanese ha resistito. Questo deriva a mio avviso da un radicamento della libertà (combattuta da molti) che va molto indietro nel tempo, sino all’Ottocento. Così il dinamismo libanese è, o è stato, diverso in termini di vitalità e confronto politico-culturale.

Lo percepii anche sul finire degli anni Ottanta, soprattutto su quel che rimaneva della Via Hamra, dove nonostante la distruzione causata da 15 anni di guerra civile che stava finendo c’erano ancora i resti dei vecchi caffè degli intellettuali libanesi, in particolare panarabisti o di sinistra, c’erano le insegne del glorioso Horse Shoe, la prima imitazione di un caffè europeo, direi alla francese, a Beirut, non distante dalla chiesa dei francescani.

Di alcuni di quei caffè si parlava come ritrovi di punta per gli intellettuali della città, per anni. Poi sono rapidamente tornati vivaci i teatri, con produzioni locali di qualità, spesso graffiante. E lo sono ancora. I giornali hanno sempre offerto una pluralità di voci, con sacrifici. Vorrei pensare a un futuro a più volti, che preservi anche questo spirito, essenziale per tutti.

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Beirut e Dubai sono risucchiate entrambe nel conflitto che si svolge sotto i nostri occhi. Il turismo che oggi è stato sorpreso dalla guerra a Dubai potrebbe ricordarci quello che a metà degli anni Settanta ancora riempiva Beirut, le sue spiagge, i suoi meno numerosi alberghi d’élite. Ma Beirut, come Alessandria d’Egitto, incarnava un incontro culturale con l’Europa fatto di riviste, pubblicazioni, influenze. Erano soprattutto idee europee che venivano presentate lì quando emergevano qui.

È sorprendente il caso di un anarchico spagnolo ricordato a Beirut con una pièce teatrale già nei giorni successivi alla sua morte. C’era il pensiero europeo che arrivava in quei porti, e la città accoglieva i dissidenti di tanti Paesi arabi. Ovviamente tutto questo aveva luogo non in un «paradiso», ma anche tra spie e personaggi «diversi», molto diversi, come il notissimo «Felicino» Riva, protagonista del famoso crac.

Come la vita, Beirut è ed è stata ambigua, i suoi ospiti più noti non erano intellettuali di spicco che non mancavano di certo, ma le grandi spie, basterà ricordare il famoso Kim Philby. Poi c’erano i clienti delle tantissime banche. Ma i giornali in arabo, francese e inglese hanno sempre offerto idee, analisi, posizioni, denunce.

La storia è stata feroce con Beirut, il turismo, a differenza della guerra, è quasi scomparso e così oggi nessuno va a Beirut, quella via di comunicazione è in grande affanno sotto i colpi di maglio di conflitti feroci e miliziani spietati, mentre si è spenta la voce cosmopolita di Alessandria d’Egitto.

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Dubai, con le sue priorità basate su grattacieli e consumi, sembra lontana dalla storia, pienamente calata, almeno nella sua rappresentazione politica, nel paradigma tecnocratico e nella cultura consumista; ho l’impressione che la prima preoccupazione sia confermare che il gioiello non si tocca.

È comprensibile; Dubai è un grande successo, ha creato un mondo di consulenti stranieri di diverse culture, ma che permane «esterno», gli «espatriati», come i tantissimi lavoratori stranieri.

Forse il suo paradigma non basta, anche al successo serve uno spirito. Samir Kassir ha dato una definizione perfetta dello spirito di Beirut, definendola una città araba, europeizzata, mediterranea; questa a mio avviso è la cifra di Beirut, che oggi è ansimante.

Consapevole di aver subito e di essersi inflitta gravissime ferite e lacerazioni, Beirut è stata in un certo senso la capitale araba di ieri. Oggi lo è Dubai, a me sembra con minore fermento. E in queste ore drammatiche, forse, la novità viene da Beirut.

Dopo mezzo secolo di batoste questa città arriva a questo nuovo crocevia della sua storia esausta, con poche risorse spirituali oltre che materiali. Anche perché la cultura che ha espresso soprattutto fino all’inizio della guerra civile non è stata sostituita da un’altra cultura adeguata ai nuovi tempi. La scure oscurantista di Hezbollah ha avuto il suo peso, gli altri hanno commesso i loro errori, soprattutto all’ombra della speculazione clanica e spartitoria.

Ma ora l’attacco missilistico contro Israele compiuto da Hezbollah ha causato la rabbia di tanti nella comunità sciita: «pensate a Khamenei, non a noi»: «A cosa è servito?». Queste voci sono la novità. Sono le voci di alcuni sciiti da sempre nella base di Hezbollah che tornano a dormire all’addiaccio nel centro di Beirut, per via dei rinnovati pesanti bombardamenti israeliani seguiti all’attacco e che proseguiranno.

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Dunque si rompe la milizianizzazione della comunità? Lo slogan «armi, popolo, resistenza» non è più l’unico possibile per loro? Così il Governo ha deciso di mettere fuori legge le attività miliziane di Hezbollah e ordinare all’esercito di confiscarne tutte le armi, anche usando la forza. Vedremo…

È uno sviluppo possibile e che per quanto qui interessa segue però l’accettazione da parte della vecchia città-giardino, con vicoli stretti, della mal digerita egemonia culturale di Dubai, con il folle tentativo di inserirvi grattacieli e mall in fila, senza neanche domandarsi dove parcheggeranno gli ipotetici residenti o visitatori; per di più questo accade ai danni delle stupende casa di pietra sopravvissute alla guerre, case a due piani con le loro finestre a tre archi, lascito stupendo dell’Ottocento beirutino.

Pensando a questo tempo e sperando in un rapido dopo-guerra è lecito ritenere che se le corone del Golfo rifletteranno sulla necessità di un rilancio delle città di quello che è stato chiamato Levante quali polmoni «verdi», cioè identitariamente plurali perché così nate, come il loro spazio culturale, il futuro potrebbe tornare affluente, non solo «ricco».

Il mare che bagna Beirut (non solo) è il Mediterraneo, e porta con sé quel che sappiamo. Nulla è immodificabile, ma credo che investire anche sulla ripresa della città «araba, europeizzata, mediterranea» sarebbe ancora indispensabile a quel mondo per costruire, nelle diversità, un futuro migliore.

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Un commento

  1. Angela 3 marzo 2026

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