Il fascino disgraziato della guerra

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I soldati di Napoleone, impugnata la spada, si buttavano addosso all’avversario a squarciare la pancia e a spaccare la testa del nemico, in abito da cerimonia, con la coda di rondine e la feluca in testa.

L’orrore e la vergogna, abbigliati come per una solenne cerimonia. Ci sono spade e corazze che si conservano nei musei, vere opere d’arte.

La guerra come ”gioco”

Meno capaci di produrre e gustare la bellezza, oggi gli influencer della Casa Bianca trasformano le bombe sui grattacieli di Teheran in videogiochi per ragazzi stupidi. «Disgustoso» – così l’ha definito il card. Cupich, arcivescovo di Chicago – il video messo in rete dagli uomini di Trump. Inconsapevolezza di gente ignorante o bisogno di camuffare in qualche maniera la propria indecenza? Probabilmente è vera una cosa e l’altra.

Prima che si scatenasse la guerra, tutti erano per la pace. Ora che è scoppiata, bisogna denunciare che sono troppi coloro che ci si appassionano. Come fosse una partita di calcio: chi sta vincendo? Un fenomeno banale.

Alle sue spalle, però, con enorme impiego di capitali, opera un fior fiore di accademie militari, vere e proprie università in cui si fanno ricerche di alto livello scientifico. Ne sono uscite, lungo i tempi, filosofie di differenti tendenze e diverso valore e teorie, le più sofisticate, sulle tattiche e le strategie con cui condurre la guerra. Non per nulla è un’arte.

A sua volta, è oggetto trattato con arte dagli artisti delle lettere e del pennello, che l’hanno rappresentata in tutti i tempi e in mille forme. Fotografi e cinematografari ne ricreano le immagini nei social, sui giornali e sugli schermi e hanno riempito i magazzini delle sedi, nelle quali la si studia, dei loro pregevoli prodotti, documentazioni preziose per chi domani ne scriverà la storia. Archivi e biblioteche dedicano la massima cura nell’acquisirne e conservarne le testimonianze.

Ai tempi degli dei, anche la dea della sapienza, Atena, non disdegnava di farsi la guida delle più dissennate imprese del mondo, le guerre, e, dall’Olimpo dei greci, troneggiava Ares, il dio della guerra, che a Roma prendeva il nome di Marte, cui rendere culto.

Neanche la diffusa e ben affermata secolarizzazione della cultura dell’ultima modernità è riuscita a desacralizzare la guerra che, nelle conquiste coloniali si fregiava della croce di Cristo e della missione di portare la fede cristiana agli infedeli, che ha potuto far incidere sui suoi gagliardetti il motto “Gott mit uns”, che ancor oggi, nella propaganda dei sovranisti, sotto l’egida degli onori da rendere alla Patria, continua ad abbigliarsi di una sua sacralità.

L’intelligenza a servizio dell’orrore

Nella Costituzione italiana, la carta fondamentale di uno stato assolutamente aconfessionale e laico, compare, con quell’alone di sacralità che lo caratterizza, il termine «Patria» ed è definito «sacro» il dovere del cittadino di difenderla (art. 52).

La liturgia della Chiesa, da parte sua, nulla concede alle pretese di onorare la guerra: alle Messe in tempo di guerra attribuisce un carattere penitenziale, le veste di viola e invoca: «Dio misericordioso e forte, che annienti le guerre e abbassi i superbi, allontana dall’umanità gli orrori e le lacrime della guerra».

La guerra significa orrori e lacrime, e, per produrre orrori e lacrime, si mettono in atto le più alte potenzialità dell’intelligenza umana, dalla progettazione delle armi più sofisticate alla formazione dei militari nelle accademie, che si costituiscono come vere e proprie università e sono finanziate come lo sono le facoltà di medicina.

Alla cura della massima efficienza, si unisce anche la ricerca della bellezza: un aereo d’attacco o un cacciabombardiere sono bellissimi nelle loro sagome slanciate e luccicanti. La guerra deve essere bella.

Ritorna la domanda: inconsapevolezza o bisogno di redimere la brutalità di uno strumento di morte? Fuori di ogni dubbio, è il felice risultato della propaganda promossa dai signori della guerra, come lo è, negli Stati Uniti, quella che dai giornalisti viene chiamata la “gamificazione della guerra”, trasformata in un gioco offerto gratis ai dissennati del momento.

Gli oltre 1.000 iraniani uccisi, diventano pedine sulla scacchiera dei perditempo e posta in gioco su piattaforme dalle quali si «possono comprare contratti legati alle previsioni di alcuni eventi», per fare laute scommesse, sperando nella fortuna. Sulla Kalshi, piattaforma online di “prediction markets”, a proposito della destituzione di Khamenei, erano stati puntati, a suo tempo, più di 50 milioni di dollari.

È una questione “politica”

Sarebbe di rito alla fine dire che sarebbe inutile, per non dire ipocrita, fare gran discorsi sulla pace nel mondo se non si prendesse cura, prima di tutto, della pace nel proprio quotidiano, in famiglia, nel posto di lavoro, nel vicinato.

Io non credo sia opportuno farlo, né che alla fine questo sia vero. Le politiche di guerra o di pace nulla hanno a che fare con la frequenza dei divorzi. Non avanzerei un simile argomento, perché si rischia di ridurre una questione eminentemente politica nei termini ristretti del comportamento morale del singolo. Il cittadino non è un buon cittadino semplicemente perché non litiga con il vicino di casa. Il dovere del cittadino nella costruzione della pace va assolto sul piano politico, perché di una questione politica si tratta. Ogni cittadino sa in quali forme, con quali strumenti di azione e in quali luoghi spetti a lui assolverlo.

Ma nessun cittadino può esimersi dall’elaborare un suo giudizio su governanti, parlamentari, aspiranti tali, militanti dei partiti, influencer e comunicatori, a proposito dei loro atteggiamenti nei confronti della pace e della guerra. Non fosse altro – sarà suo dovere – nelle conversazioni quotidiane che riempiono le nostre giornate, contraddire i guerrafondai e decidere, in coerenza, il suo voto nelle sedi elettorali e referendarie.

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3 Commenti

  1. Fabrizio Mastrofini 13 marzo 2026
  2. Angela 13 marzo 2026
  3. 68ina felice 13 marzo 2026

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