Slegati dalla luce

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stonehenge

Non ci sono più le mezze stagioni? No: sono proprio le stagioni a non esserci più, nella nostra carne.

All’inizio era la terra a raccontarle. Omero ne distingue tre nel ritmo dei campi: raccolto, riposo, risveglio. Seminare, mietere, attendere. Azione e riposo. Poi l’astronomo Sosigene di Alessandria calcolò le quattro stagioni che Giulio Cesare impose con il calendario del 46 a.C.: solstizi ed equinozi, luce massima e minima, notte uguale al giorno. Le tre stagioni nascevano dagli effetti terreni; le quattro dalle cause celesti. In ogni caso il tempo era il nodo tra macrocosmo e microcosmo, tra leggi naturali e vita umana.

Quel nodo oggi si è allentato. Nei supermercati non esistono stagioni. Il nostro ritmo circadiano è sfasato: viviamo in un jet-lag permanente. Delle stagioni resta un sentimento, un concerto di Vivaldi o una pizza «di stagione». Ma a quale prezzo?

Abbiamo smarrito il senso del tempo ciclico e con esso la consapevolezza che anche noi siamo fatti per semina, raccolto e riposo. La produzione continua ci consuma; l’ansia lo testimonia. Le stagioni dipendono dall’inclinazione dell’asse terrestre e dall’orbita attorno al Sole: varia l’angolo dei raggi, muta la luce, cambia la vita. La perdita di questa evidenza riduce la natura a emozione da fotografia e rende indifferenti alla logica del creato.

Dovrebbe stupirci che tutto sia regolato da leggi precise. La vita esiste grazie a relazioni armoniche: orbite, corolle, alveari, occhi. Il disordine nasce quando sospendiamo quella logica. L’arte non imita la natura copiandola, ma agendo come essa agisce: in vista della vita, di una vita bella e buona. Per questo Cristo invita a guardare i gigli del campo (Mt 6): non producono, eppure splendono.

Abbiamo perso la fede, prima ancora che in Dio, nella realtà. Crediamo più allo schermo che alla finestra, alla luce artificiale che a quella naturale.

Non era così per Antoni Gaudí. Alla fine dell’Ottocento trovò nella natura – alberi, conchiglie, geometrie viventi – le forme della Sagrada Familia. Mise le stagioni in un edificio. Era geniale perché era umile: osservava.

Cinquemila anni prima, Stonehenge allineava pietre e solstizi. Il Tempio della Concordia ad Agrigento accoglie l’alba equinoziale nella cella sacra. A Chichén Itzá la luce disegna il serpente di Kukulkán. Ad Angkor Wat le torri incorniciano il sole. A Machu Picchu l’Intihuatana «lega» il Sole. A Chartres, nel solstizio d’estate, un raggio illumina un punto preciso del pavimento. A San Miniato al Monte, a Firenze, l’equinozio accende un segno zodiacale nel marmo.

Culture lontane, intuizione comune: il sacro è lo spazio che unisce cielo e terra, culto e coltura. Quando questa armonia si spezza, l’uomo si illude di essere legge a sé stesso e finisce per rovinare la vita.

Josif Brodskij racconta che nel Medioevo si invitava la donna incinta a guardare cose belle per generare un figlio bello. Generiamo in base a ciò che contempliamo. Se fissiamo solo le piccole luci degli schermi, produrremo bagliori artificiali. I grandi parti nascono dall’osservazione innamorata della realtà: le mele di Newton, i girasoli di Van Gogh.

La Terra è inclinata di circa 23 gradi. Senza questa «stortura» non esisterebbero stagioni. Nella nostra lingua l’inclinazione è anche ciò verso cui siamo portati. La Terra è portata verso il Cielo. E noi verso la luce. Quella vera.

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