
La questione energetica è essenziale per il futuro dell’umanità. Negli ultimi 150 anni si è registrato un impiego crescente di energia da fonti non rinnovabili: tuttora i combustibili fossili da petrolio e gas) coprono oltre l’80% del fabbisogno mondiale, con le note conseguenze di inquinamento e di alterazione del clima. Le fonti alternative disponibili – e ammesse dall’Unione Europea – comprendono il nucleare da fissione, oltre, naturalmente, alle cosiddette rinnovabili (principalmente idroelettrico, eolico, fotovoltaico).
Se n’è parlato nell’incontro del 7 febbraio scorso che si è svolto nella sede dell’Accademia Nazionale Virgiliana di Mantova, con relatori il prof. Giuseppe Zollino e la prof.ssa Margherita Venturi.
Zollino: il nucleare è l’unica risposta possibile
Giuseppe Zollino è ordinario di Tecnica ed Economia dell’Energia, di Nuclear Fission and Fusion Plants e di Energy System Modelling and Scenarios all’Università di Padova. Ha lavorato per 5 anni al Parlamento Europeo su direttive e regolamenti in tema di energia nucleare, energie rinnovabili, mercato elettrico e programmi di ricerca. L’intervento di Zollino ha riguardato il ruolo del nucleare per la soluzione ottimale del trilemma energetico: affidabilità, competitività e difesa dell’ambiente.
Il relatore ha confermato che le fonti fossili sono le prime responsabili dei cambiamenti climatici e dell’inquinamento, ma si deve anche considerare che il loro impiego ha prodotto grandi crescite economiche, come dimostra l’enorme sviluppo della Cina negli ultimi 30 anni.
Per arrivare alla decarbonizzazione entro il 2050, la scelta del nucleare rappresenta una tessera essenziale del combinato energetico da utilizzare. Tra le fonti candidate a sostituire i fossili, il nucleare e l’idroelettrico (ad acqua fluente) sono le più pulite. Sino al 1958 le fonti rinnovabili, con l’idroelettrico appunto, coprivano il 97% del fabbisogno di energia elettrica in Italia; oggi tutte le rinnovabili soddisfano solo il 40% della richiesta, a causa dell’enorme incremento dei consumi elettrici registrato negli ultimi 50-60 anni.
Per decarbonizzare il “mondo” non bastano quindi le rinnovabili – ha sostenuto Zollino – occorre pure il nucleare a garantire una produzione continua di energia, a differenza della produzione intermittente di energia da fotovoltaico ed eolico.
Gli Emirati Arabi hanno fatto costruire dai coreani – in 11 anni – una centrale nucleare a Barakah, dotata di 4 reattori da 1,4 GW cadauno, su una superficie di 200 ha, in grado di produrre sino a 45 TWh annui di energia per almeno 60 anni.
Mentre l’impianto eolico realizzato in provincia di Grosseto – costituito da 8 aerogeneratori da 6 MW – andrà a produrre 0,12 TWh annui di energia per 25 anni, interessando un’area di 500 ha.
Dunque, per ottenere i 45 TWh annui della centrale nucleare emiratina servirebbero 3.000 aerogeneratori con 200.000 ha di superficie. Col fotovoltaico servirebbe una superficie tra i 50.000 e 60.000 ha, con una durata di prestazione di circa 20 anni.
Pertanto – ritiene Zollino – tra le tecnologie low carbon, il nucleare è quella col minore impatto sul territorio e quella che richiede la minore quantità di materiali. Mentre, rispetto ai rischi da inquinanti chimici e radiologici, il nucleare sarebbe assimilabile alle altre fonti low carbon.
Il nucleare di 3a generazione è per il prof. Zollino la migliore tecnologia oggi disponibile, affidabile per almeno 60 anni, a costi molto competitivi.
Per quanto concerne i rischi per la salute che il nucleare comporta, occorre osservare che anche l’idroelettrico non ne è esente (pensiamo al disastro del Vajont del 1963), e lo stesso vale per gli incidenti legati alla produzione e al trasporto delle fonti fossili, che si aggiungono all’inquinamento e all’alterazione del clima. Alla fine, il nucleare e il solare hanno causato meno morti rispetto alle altre fonti.
È consigliabile, quindi, secondo il professore, ricorrere a tutte le tecnologie a bassa emissione incluse nella Tassonomia Verde della UE: rinnovabili, nucleare e gas (nella transizione).
Venturi: il nucleare non è risolutivo
Margherita Venturi, docente di Chimica all’Università di Bologna, ha lavorato nell’ambito della Chimica delle Radiazioni – in particolare per la conversione dell’energia solare in energia chimica – e della Chimica Supramolecolare. Si interessa di didattica e divulgazione della Chimica, affrontando temi di sostenibilità ambientale ed energetica. È presidente della Divisione di Didattica della Società Chimica Italiana e direttore della rivista La Chimica nella Scuola. È Presidente della Associazione Energia per l’Italia.
Nel suo intervento, Margherita Venturi ha sostenuto che il nucleare non è adatto alla transizione energetica sostenibile. Certamene – ha riconosciuto – il nucleare produce con continuità, non emette CO2 e inquinanti in fase di produzione dell’energia e occupa aree relativamente ridotte.
Si costata, tuttavia, che non si sta assistendo affatto ad una rivalutazione del nucleare nel mondo: la produzione si è stabilizzata, dal 1990 a oggi, su una potenza di circa 400 GWe: e, se nel 1996 la quota di nucleare nella produzione elettrica era del 17%, oggi, è solo del 9%.
Nell’anno appena concluso 2025 il nucleare in Cina ha fornito solo il 5% del fabbisogno elettrico nazionale, contro il 25% di fotovoltaico ed eolico. Nell’Unione Europea, sempre nel 2025, le rinnovabili hanno dato il 48% dell’energia elettrica totale prodotta, il nucleare il 23%, il gas il 17%.
Il Paese europeo più “nucleare” – cioè la Francia – ha avuto, in corso d’anno, 15 reattori (su 57) in arresto per importanti manutenzioni; mentre, sempre in Francia, il decennio 2015-2025 ha visto un incremento di 47 TWh annui da fotovoltaico ed eolico, pari alla produzione media di 7 reattori nucleari.
L’impiego dell’energia nucleare comporta problemi di sostenibilità ambientale, economica e sociale – ha ribadito la relatrice – che ha portato altri dati a sostegno della sua tesi: solo pochi Paesi al mondo dispongono di riserve economicamente sfruttabili di uranio.
Il 52% delle riserve è concentrato in 3 nazioni (Australia, Kazakistan, Canada), col Kazakistan che, da solo, ne detiene il 39%: in un mondo che non mette in comunione le risorse questo è, di per sé, un problema.
La tecnologia del nucleare è poi sofisticata e, per il 95%, è di dominio cinese e russo. Richiede tempi lunghi di insediamento (da 10 a 18 anni) con costi elevati: una centrale da 1 GW costa oggi dai 10 ai 20 miliardi di $. Il nucleare abbisogna di molta acqua – fresca e pulita – per il raffreddamento dei reattori. Produce scorie pericolose: una centrale da 1 GW dà luogo a 25-30 tonnellate all’anno di scorie radioattive.
È vero: il combustibile nucleare esausto può essere riciclato, o meglio, riprocessato, ma con operazioni inquinanti, che possono portare al plutonio, ossia ad un materiale utilizzato per scopi militari: con 100 tonnellate di plutonio si possono costruire 20.000 bombe come quella di Nagasaki.
La Venturi ha ricordato che le scorie restano radioattive dai 10.000 ai 100.000 anni. Si pone, quindi, da sempre, il serio problema dello stoccaggio delle scorie, in sicurezza, per tempi che superano la “storia”.
Vero è che, in Finlandia, è stato realizzato il primo deposito europeo di scorie nucleari, ma che, secondo le stime, raggiungerà, già nel 2100, la sua saturazione. In Italia non si è ancora deciso quale sia la sorte delle scorie prodotte in passato, conservate temporaneamente all’estero (a pagamento) e che devono rientrare nel nostro Paese. Va inoltre considerato che i siti con i reattori nucleari non più attivi, restano ove sono “per sempre”, come in Italia vediamo.
Non vanno dimenticati gli incidenti occorsi alle varie centrali nucleari: quella di Three Mile Island nel 1979, di Chernobyl nel 1986, di Fukushima nel 2011 – con le morti immediate e quelle conseguenti: portato eclatante di insostenibilità sociale, oltre che, probabilmente, di insostenibilità economica, secondo Margherita Venturi. Che, non da ultimo, invita a considerare che il 95% del territorio italiano è a rischio idrogeologico, il che pone non poche domande circa l’individuazione dei siti idonei, sia per la produzione che per lo stoccaggio delle scorie.
Ciononostante, oggi il governo intende tornare al nucleare, pensando a piccoli reattori modulari SMR, che sono ancora in stato di progetto. Ne servirebbero almeno 40. Il governo sta parlando pure di fusione nucleare quale orizzonte prossimo, ma la fusione non esiste oggi a livello industriale.
La professoressa Venturi invita, infine, a considerare se la scelta debba cadere ancora su un sistema energetico fortemente centralizzato – poche grandi centrali di produzioni dell’energia – ovvero fortemente de-centralizzato, con impianti capillari, di per sé autonomi, collegati in rete (di cui i fotovoltaici costituiscono l’esempio); e se si possa ancora pensare ad un’economia dallo sviluppo energivoro illimitato, ovvero se non si debba ormai fare davvero i conti con la limitatezza delle risorse, quindi sul risparmio dei consumo e dell’energia.





