Conflitto dei riti a Solesmes

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liturgia

Il quadro in cui l’Abate di Solesmes, p. Kemlin, colloca la propria riflessione, con una lettera al papa Leone del 12 novembre scorso (resa nota solo in questi giorni), ha una certa importanza. Egli sa che Solesmes non è un luogo come gli altri.

Vi si custodisce la memoria di uno dei Padri del Movimento Liturgico, che, come si dice giustamente all’inizio della lettera, sta agli inizi del Movimento Liturgico, che ha condotto alla Riforma Liturgica.

Egli confessa, tuttavia, che la Congregazione monastica di cui è presidente, ha conosciuto una frattura tra la prassi di Solesmes, che usa il rito riformato da Paolo VI, e altri monasteri, come Fontgombault, in cui invece si usa il rito tridentino.

Di fronte a questo quadro lacerato, all’interno della medesima Congregazione, l’Abate offre una serie di considerazioni, di diversa natura:

  • osserva che coloro che usano il messale tridentino “non si ritrovano” nel messale di Paolo VI
  • questo dipende, a suo avviso, da diversa “unzione” liturgica e antropologia sottesa ai due testi
  • perciò non si potrà fare aderire al Nuovo rito le persone legate al vecchio senza “ritoccare” il Nuovo Ordinamento
  • d’altra parte “ritoccare” il Messale di Paolo VI non avrebbe successo, perché genererebbe una soluzione con “tre” Messali (quello tridentino, quello di Paolo VI originale e quello ritoccato)
  • la soluzione proposta sarebbe invece di “inserire” il VO nel NO, come sua parte autonoma (salvo piccoli ritocchi)
  • in questo modo ci sarebbe un unico “messale”, con due “ordines” diversi al suo interno.
  • in questo modo si ristabilirebbe la unità di un unico riferimento testuale, nel quale si riconoscerebbero le due “parti” ecclesiali.

Come è evidente da questa sintesi, accanto ad una intuizione del tutto convincente, si manifestano una serie difficoltà teoriche e pratiche davvero insuperabili.

a) Il fatto che si debba ritrovare la unità della Chiesa (e della Congregazione di Solesmes) è del tutto vero. Un unico rito è la condizione della unità. Due riti paralleli non creano unità, ma lacerazione. In questo la lettera arriva alle medesime conclusioni di Traditionis custodes.

b) Tuttavia l’unica soluzione è lavorare teologicamente, non tipograficamente. Se noi costruissimo un messale, al cui interno vi fosse allo stesso tempo, il rito riformato e il rito che ha avuto necessità di essere riformato, non risolveremmo affatto il parallelismo: ci sarebbe il parallelismo tra due ordines nello stesso messale, anziché in due messali diversi.

c) Sarebbe curioso avere un solo messale in cui un Ordo dipenderebbe dal Codice del 1917 mentre l’altro dipenderebbe dal Codice del 1983. Chi non vedrebbe qui una insuperabile contraddizione?

d) Resterebbe comunque la questione di gestire un unico calendario in due ordines paralleli, che pensano diversamente non solo la antropologia, la chiesa, la legge e la “unzione” liturgica, ma anche il tempo. Unificare il calendario si può fare solo con un unico ordo, non con due. Da solo il Messale, come libro, non unifica ciò che resta diviso.

Queste difficoltà non sono affatto marginali. Proprio il p. Guéranger, da cui muove tutto il discorso della lettera, aveva avuto una intuizione giovanile legata ai suoi studi sociologici. Egli sapeva allora, nel 1830, che la riscoperta della liturgia dipendeva dalla sua forza di “azione istitutiva”.

La Chiesa cattolica, dopo Napoleone, poteva iniziare di nuovo mettendo al suo inizio l’azione rituale, quella cattolica, quella romana. Che cosa direbbe oggi, il fondatore di Solesmes, di fronte alla proposta singolare che viene dal suo successore? Credo che sarebbe piuttosto perplesso.

Se si valuta la lettera con la prospettiva di Guéranger si vede una contraddizione lampante. La contraddizione tra la giusta domanda di un “unico rito”, che sia normativo per tutta la Congregazione e per tutta la Chiesa, e la soluzione di un unico Messale, priva di consistenza teologica, antropologica, ecclesiale e spirituale.

Forse nella Congregazione di Solesmes ci si potrebbe illudere con una soluzione “tipografica”: forse per i monaci un solo libro potrebbe dare l’illusione della unità. La Chiesa cattolica, che è certo più complessa di una congregazione monastica, vive di una sola “lex orandi”, non della unione tipografica di due leges orandi tra loro contraddittorie, sul piano ecclesiale e sul piano antropologico, come riconosce lo stesso Abate Kemlin. L’unità liturgica non si ristabilisce tipograficamente, ma teologicamente: non sul piano di un unico libro, ma su quello di un unico ordo.

Il merito maggiore della lettera consiste nella sua affermazione di fondo: due riti paralleli non risolvono la questione della unità. Non resta che lavorare sull’unico rito vigente. Chi “non ci si ritrova”, per usare la espressione dell’Abate, dovrebbe pensare non di mancare di un unico libro, ma di aver smarrito le ragioni per essere ancora in comunione non solo con la Chiesa romana, ma anche con p. Guéranger.

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